13 Essere na pezza p’ ’e piede

 

di Claudio Pennino

   

Il significato dispregiativo che si attribuisce alla pezza lo si denota nelle espressioni essere na pezza vecchia, essere un poco di buono, e essere na pezza p’ ’e piede, che si dice di una persona tenuta in nessuna considerazione, insignificante, che si ritiene meriti poca stima e scarso rispetto. Si usa inoltre per definire chi si mette al servizio di un potente magari rinunciando alla propria dignità.  

Le pezze da piedi erano un tempo delle strisce di tessuto che si avvolgevano attorno ai piedi e alle caviglie con la funzione delle nostre attuali calze. Per molto tempo furono usate solo dalle classi elevate e dai guerrieri, poi il loro uso si estese, e furono usate dal popolo e dai soldati di truppa fino alla prima guerra mondiale.  

Trattà – invece – uno comm’a na pezza p’ ’e piede, vuol dire mortificarlo, umiliarlo. Agire senza tenere conto dei suoi sentimenti o della sua sensibilità, come fosse un oggetto inanimato cui si ricorre solo quando serve, come appunto le pezze per i piedi.

Altra offesa che si rivolge a una persona che si ritiene schifosa, tanto da suscitare ribrezzo e ripugnanza, sia fisica che morale, è essere na pezza ’e cantaro. Il cantaro, cantharus, che in latino significa generalmente: vaso, nel dialetto napoletano sta ad indicare il pitale, il vaso degli escrementi. Tenuto nel comodino accanto al letto, serviva per gli impellenti bisogni notturni, e veniva ricoperto, dopo l’uso, con uno straccio.

Nel sonetto 41 Corda I della Tiorba a taccone così Felippo Sgruttendio de Scafato descrive la faccia di Cecca che si era mascherata ad una festa in costume:

 

Non serve, o Cecca, a fà lo risariello,

non te annascunne a sto dito dereto,

o de sto core mio suglia e scarpiello!

 

Non po’ chisso sbrannore stà ’n segreto:

perché ssa facce è comm’a cantariello,

commoglia quanto vuoi, ch’esce lo fieto.

 

Altra espressione che si usa quando a certi guai o a una situazione incresciosa non vi è alcun rimedio, è mettere na pezza arza. Era, questo, un rimedio empirico dei nostri progenitori, basato soltanto sulla pratica spicciola, senza nessun fondamento scientifico. Consisteva nel prendere un pezzo di tela di lino, e dopo averlo intriso di olio di oliva, lo si bruciava. Quindi lo si metteva sulla parte da curare e si fasciava. Il rimedio era utilizzato per curare gonfiori o tumefazioni, ma anche per favorire la fruoriuscita di una spina dalla mano e altri piccoli accidenti contusivi. Insomma era l’ultima spiaggia dei rimedi, l’estremo tentativo a cui si ricorreva quando non si sapeva assolutamente che cosa fare, che decisione prendere per risolvere un problema.  

Con questo tentativo si giocava il tutto per tutto: rutto pe rutto, miettece ’a pezza. È questa una locuzione usata per un rimedio provvisorio, per una guarigione parziale, quando si vuole sanare una situazione alla meno peggio, ottenendo risultati appena accettabili, come coprendo con una toppa lo strappo di un tessuto.  

 

26 aprile 2013

 

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