12 Tené ’a pezza

 

di Claudio Pennino

   

La pezza era anche una moneta di dodici carlini. E con pezza si indica genericamente una moneta. Infatti, tené ’a pezza, vuol dire essere un benestante, uno che possiede mezzi economici tali da poter vivere agiatamente.

Fu fatta coniare dal granduca Ferdinando de’ Medici nel 1665 e portava al rovescio due piante di rosa con la curiosa leggenda Gratia obvia Ultio quaesita: “(La Casa Medicea) è facile a concedere il perdono (anche se la colpa commessa) meriti/richieda una punizione”, e si disse anche pezza della rosa rosina.

 

Sul doppio significato di pezza (straccio/moneta), magistrale fu il gioco di parole costruito da Raffaele Viviani nel 1918, che, prendendo a spunto l’umile lavoro del sapunaro, ne trasse un’amara macchietta, tratta dalla commedia “Tuledo ’e notte”,  dal titolo, appunto, ’O sapunariello. Il poeta, con la maestria che gli è riconosciuta, descrive uno spaccato della nostra società all’indomani della prima grande guerra.

 

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Già sta schiaranno iuorno, ’a faccia mia!

E comme fosse che aggio fatto? Ll’uovo.

Na notte, p’ ’o Mercato e ’a Vicaria,

ched’è na pezza vecchia? Nun ’a trovo.

 

Tenevo na lanterna e s’è stutata:

mo chiudo ’o magazzino e buonsuaré.

E me ne vaco a’ casa add’ ’a cecata

ca n’uocchio tene e ’ha miso ncuollo a mme.

 

Si fosse n’ommo ca tenesse ’a pezza,

facesse bene. Ma, mannaggia ’a sciorta,

che vuo’ fà bene, si na ddiece ’e pezza

mo nun ’a tengo manco dint’ ’a sporta?

 

Viviani stesso nel suo volume Dalla vita alle scene ha definito, come meglio non si poteva, la sua arte poetica: « La mia musa è facile e scorrevole. [...] Mi piace il quadro disegnato con poche pennellate, ma precise e fluide come la nostra lingua parlata, senza che il verso risenta del tormento. [...] Sono, direi così, un “pittore-poeta”, perché mi piace sempre di fare la poesia colorita ». La sua arte è fatta di suoni, di voci, di canti, di volta in volta gaia, nostalgica, festosa e melanconica, ma sempre umanissima e toccante.

 

La pezza, inoltre, è sinonimo di straccio: quel pezzo di tela, tessuta con filato grossolano vecchio e logoro, che viene usato per pulire o spolverare: la cosidetta mappina. Passare da mappina a mala femmina il passo è breve. Come descrive il Galiani nel Vocabolario delle parole del dialetto napoletano che più si scostano dal dialetto toscano (1789): « si trasferisce a dinotar donna vile e di depravati costumi, e prendesi la metafora dal disprezzo che sogliam fare de’ cannavacci ».

 

Perciò, dire essere na bbona pezza, equivale a dire essere una donna di malaffare, una donnaccia. Se invece la bbona pezza è un uomo, allora è una persona poco leale, un imbroglione, un delinquente.

Di conseguenza, essere nu figlio ’e bbona pezza, è la variante di essere nu figlio ’e bbona mamma, versione edulcorata di essere nu figlio ’e zoccola, cioè figlio di una prostituta che però, nel suo linguaggio figurato, vuol anche dire essere una persona scaltra e intelligente.

 

 

continua

 

12 aprile 2013

 

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