11 Tené ’a pezza a culore

 

di Claudio Pennino

   

A Napoli, nelle famiglie meno abbienti, non era sempre possibile sostituire il proprio guardaroba con l’alternarsi della moda. I pantaloni, quando non venivano accorciati e aggiustati per passare ad un fratello più piccolo, venivano indossati fino a quando la stoffa non si consumava definitivamente. Ma pure in tale circostanza, il pantalone non veniva dismesso. Non potendone acquistare uno nuovo, veniva rattoppato e si poteva così tirare avanti per un altro po’ di tempo. Da tale condizione era facile apostrofare i più indigenti come coloro che teneno ’e ppezze a culo, poiché, proprio dalla presenza delle toppe sui pantaloni, era facile risalire alle condizioni economiche di chi li indossava.

 

Ma l’operazione rattoppo non era poi così semplice come sembrerebbe, giacché, anche il più povero dei nullatenenti, cercava, alla meno peggio, di camuffare la propria condizione. Allora bisognava procurarsi un pezzo di stoffa che fosse il più possibile simile al tessuto del pantalone bucato. Bisognava trovarlo con lo stesso motivo di tramatura ma, soprattutto, dello stesso colore per meglio mimetizzare il rattoppo. Ancora oggi, chi per giustificarsi adduce motivazioni che lasciano perplesso chi le riceve, si dice: hê truvato ’a pezza a culore. Chi invece tiene sempre la scusa facile viene apostrofato con la frase: tiene sempe ’a pezza a culore.

 

Ma le pezze, gli abiti smessi, le lenzuola logore, una volta, erano anche fonte di sostentamento e di guadagno, merce di scambio. Venivano barattate col cenciaiolo in cambio di una manciata di sapone di piazza, quello giallo e molle. Da questo singolare modo di pagare la merce deriva il nome del sapunaro. Scriveva Francesco Mastriani: « Le donne gli offrono cenci più sani, più bianchi e più fini, e dimandano in compenso un buon cartoccio di sapone pel bucato ».

 

Questi girava la città in lungo e in largo, per vicoli e cortili annunciandosi con la voce: « Sapunaro, rrobba vecchia... », « Dateme ’e panne viecchie... ». Ed il pagamento era immediato: ccà ’e ppezze e ccà ’o ssapone. Frase che si pronuncia ancora oggi quando si vuole sottolineare che un pagamento deve essere effettuato in contanti e senza indugio. Sul momento, simultaneo.

Lavoro umile, e di scarso guadagno, questo ambulante era detto anche pezzaro. « L’andatura del cenciaiuolo è lenta e pensosa – continua il Mastriani – raramente egli ride, raramente si mischia al gaudio delle feste popolari. La sua vita è trista e solitaria ». Il saponaro sembra impersonare, o meglio ancora, incarnare la miseria che lo circonda. Quando si chiede aiuto a chi che ne ha più bisogno di noi, quando ci si rivolge a chi non può soccorrerci perché egli stesso bisognoso, allora si dice: ì addó pezzaro p’ ’e pezze.

 

Invitare invece qualcuno a togliersi di torno, o mandarlo semplicemente a quel paese, basta dirgli: va’ fà ’e ppezze, proprio in virtù dell’impegno costante che profondeva il cenciaiolo nel girare in continuazione per le strade della città in cerca di stracci, e poi nel selezionarli: « ...scevera la sera i cenci che gli sono dati nel corso del giorno, scompartisce la tela dalla mussolina, e fa tante sezioni per quante sono le diverse qualità di tessuti capitategli ».

 

Con acutezza e profondità di espressione il Mastriani rileva che « ...il cenciaiuolo gitta il primo elemento della civiltà delle nazioni: senza la sua industria non potrebbero esserci que’ tanti magazzini in cui si fa spaccio di quella pallida figlia del progresso: la carta. Dalla cesta del cenciaiuolo nascono, come la farfalla dal bruco, que’ sommi volumi dove sta scritta la storia de’ popoli, e dove l’ingegno dell’uomo ha fissato i suoi meravigliosi e altissimi voli ».

Ma ancora più intensa e filosofica è la sua ultima considerazione sull’umile protagonista di questo mestiere ormai scomparso, che faceva correre per le strade della città la voce: Chi tene i ppezze, u pasturiello!

« Con queste parole egli intende dire: o voi che possedete seta e oro, voi non siete che creta e cenere! ovvero ei pronunzia il suo motto dileggiatore: sapó (sapone) col quale significa a’ vanitosi del secolo come ogni cosa bella e sontuosa dovrà pure alla fine ridursi in miseri cenci da scambiarsi con poco sapone ».

 

 

 

 

                                               continua

 

 

22 marzo 2013

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