10 ’A scumma d’ ’e fasule a ucchietiello

 

di Claudio Pennino

   

I fagioli, in virtù del loro seme abbondante, rappresentano un simbolo di fertilità e di ricchezza. In molti racconti e leggende vengono usati per sostituire le monete in molti giochi. Sono dei potenti talismani: disperdono i cattivi influssi, proteggono i bambini e portano fortuna.  

Quando i gladiatori volevano potenziare la loro struttura fisica, assumevano molti fagioli. Tuttavia, nell’antichità, non godettero di buona fama: i sacerdoti Egizi li giudicavano impuri soprattutto per il loro effetto flatulento e afrodisiaco. Plutarco, invece, era convinto che una buona zuppa di fagioli fosse un ottimo pasto per incoraggiare Afrodite. Pitagora ne proibì l’uso ritenendo che custodissero le anime dei defunti. I sacerdoti dell’antica Roma vietavano ogni contatto con essi: anche solo il vederli o nominarli era considerato dannoso, poiché i loro fiori contenevano le «lettere del lutto». In particolare, il “phásēlos” greco, più piccolo e più saporito di quello americano, presenta una macchia nera sul bordo, il cosiddetto “occhio”  da noi noto come  fasulo a ucchietiello.  

Da questa cattiva considerazione, scaturisce la locuzione:   essere ’a scumma d’ ’e fasule a ucchietiello, espressione riferita a persone ritenute poco di buono, inette, incapaci. Insomma, usata prevalentemente per indicare il peggio del peggio.  

Nel Trattato de’ cibi, et del bere del signor Baldassar Pisanelli medico bolognese, edito nel 1611, l’autore così riassume i pregi ed i difetti dei fagioli: « fanno urinare, provocano i mesi alle donne e ingrassano il corpo » inoltre « fanno molto vento, inducono la nausea, gravano lo stomaco, fanno cattivi sogni, vertigine e riempiono il capo ». Per queste sue cattive qualità, il Pisanelli concludeva che potevano essere mangiati solo « da quelli che hanno stomaco gagliardo e che molto si affaticano ma non da otiosi e delicati ». Perciò i fagioli diventarono per antonomasia la pietanza dei lavoratori e dei contadini, i quali furono costretti, obtorto collo, a fà ’o nudeco ô fasulo, ovvero, a farsi animo e a rassegnarsi con dignità.  

Altro legume diffusissimo nell’antica Grecia erano le lenticchie. Interdette dai banchetti, venivano consumate, sotto forma di zuppe, nei pranzi privati, nell’intimità delle mense domestiche. Legume umile, tipico dei giorni di magro, le lenticchie erano apprezzate per il loro valore proteico, tanto che, Ippocrate, “padre” della medicina, le consigliava agli uomini anziani per potenziarne la virilità.

Anch’essi simbolo di ferltilità e di ricchezza, è rituale propiziatorio mangiarne un’abbondante porzione nella notte di San Silvestro, perché rappresentano soldi e abbondanza.

L’analogia con i soldi la si ritrova nella locuzione: magnarse ’e nemmiccole c’ ’a spingula, la quale viene rivolta all’indirizzo di chi risparmia il più possibile, fino all’avarizia; che dà a centellini, poco alla volta... tanto da mangiare le lenticchie con lo spillo per non finire la pietanza troppo in fretta.  

« I piselli, invece, hanno una composizione simile ai fagioli – asseriva Galeno, famoso medico greco dell’antichità – ma, anche se vengono mangiati allo stesso modo, differiscono dai fagioli sotto due aspetti: primo, non sono altrettanto flatulenti; secondo, non hanno proprietà purgative ».  

Ai piselli si collega, per le loro esigue dimensioni, il concetto dell’umiltà e della fragilità delle cose umane. Sono fra i legumi coltivati e consumati da più tempo dall’uomo. In Asia Minore pare si conoscessero fin dal seimila a.C., ma erano certamente alimento di Greci, Etruschi e Romani.

Come i fagioli e le lenticchie, anche i piselli simboleggiano la fortuna e la prosperità e rappresentano, in senso traslato, i soldi: ’e pesielle. In passato i fiori bianchi e gialli di questa pianta venivano intrecciati in ghirlande beneauguranti per le spose.  

Tipica espressione della nostra parlata è il modo di dire: a ppesielle pavammo, cioè in un tempo lontano, e precisamente quando si principiano a vendere i piselli freschi. La frase fu coniata, per così dire, presumibilmente dai becchini i quali aspettavano fiduciosi l’arrivo di aprile, non solo perché in questo mese germogliano i piselli ma anche perché le condizioni atmosferiche instabili risultavano letali per i vecchi e per i cagionevoli di salute: ciò faceva aumentare la mortalità e, di conseguenza, i loro guadagni. Infatti, nei confronti di nemici e di persone ostili, erano soliti dire: nce vedimmo a ppesielle.

 

 

 

8 marzo 2013

Condividi su Facebook