49 - Essere nu susamiello

 

di Claudio Pennino

 

 

 

Il susamiello è un tipico dolce natalizio dell’antica pasticceria napoletana dalla caratterstica foggia a forma di «S». Si prepara con farina, zucchero, mandorle e miele, ed è aromatizzato con cannella, pepe e noce moscata.

Il nome susamiello è dovuto non tanto alla sua forma a “esse”, quanto perché originariamente era ricoperto di semi di sesamo, aromatica pianta originaria dell’Asia tropicale e, perciò, era chiamato sesamello. Per altri ancora, il termine susamiello non sarebbe altro che l’unione e la contrazione delle parole sesamo e miele, dal latino tardo “sesamun+mel”.

 

In quanto dolce popolare, i napoletani proponevano a Natale tre diversi tipi di susamielli da offrire agli ospiti: il primo era il susamiello nobile, il più pregiato, a forma di ciambella ed era preparato con farina bianca di prima qualità; il secondo era detto il  susamiello de lo zampognaro, perché lo si offriva agli zampognari che, nel periodo delle feste, venivano nelle case a fare la novena, la musica pastorale che eseguivano con i loro strumenti davanti al presepe. Era, questo, il susamiello più povero, fatto con farina grezza ed ingredienti riciclati, come le bucce degli agrumi. L’ultimo susamiello era quello preparato per offrirlo ai frati e ai preti che nel periodo delle feste giravano per le case dei fedeli. Soprannominato il susamiello del buon cammino, era ripieno di marmellata di amarena, ed era, dei tre, il più dolce e saporito.

 

I napoletani, usano apostrofare le persone dal carattere greve e scostante, che difficilmente riescono a familiarizzare  con gli altri, risultando quindi fastidiose e noiose, con l’espressione: si’ nu susamiello!

Alcuni attribuiscono l’origine di questo modo di dire alla pesantezza degli ingredienti usati per la preparazione del dolce; altri, e sicuramente a ragione, non potendo escludere la bontà e la leggerezza del susamiello napoletano, riferiscono l’espressione, in senso traslato, ad un altro significato del termine e, precisamente, ai pesanti, opprimenti ceppi a forma di anello che stringevano le caviglie dei condannati ai lavori forzati. Come scriveva Giulio Cesare Cortese nella favola boschereccia “La rosa” (IV,6): « E stace sempe co lo sosamiello / ntuorno l’uosso pezzillo ».

 

A conferma di quanto si dice, vale la locuzione è ghiuto a susamiello, volendo intendere una cosa conveniente, calzante, che giunge opportuna.

 

Si deve, invece, sicuramente alla loro forma, l’espressione tiene ’e gamme a susamiello, rivolta all’indirizzo di una persona con le gambe storte. E questo proprio per la caratteristica forma a «S» dei susamielli.

 

Variante dei susamielli napoletani, sono le “sapienze”, tipici di Sorrento, che hanno la particolarità di avere le mandorle intere sulla superficie del dolce. Sono detti sapienze perché furono creati nel Seicento dalle Clarisse del Convento di Santa Maria della Sapienza, specializzate nella preparazione di questi dolci.

 

Fare, invece, un fischio o un trillo, specialmente se sconcio o malizioso, di dice fà nu trillo a susamiello.

 

 

30 aprile 2015

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