48 - ‘A passiona ‘e Cristo

 

 

di Claudio Pennino 

 

Dopo la cena con i suoi discepoli, (quella che fu l’ultima cena), Gesù si ritirò in preghiera nel giardino di Getsemani, appena fuori Gerusalemme. Nel frattempo Giuda Iscariota, avvisati i sacerdoti, li condusse di notte al Getsemani, dove Gesù venne arrestato.L’apostolo Giuda detto Iscariota, si offrì di consegnare Gesù nelle mani dei suoi nemici in cambio di trenta monete d’argento, e per indicarlo ai soldati mandati dal Sinedrio per arrestarlo, gli diede un bacio: ’o vaso ’e Giuda, il bacio del traditore. Espressione che si usa quando una lusinga cela il tradimento.  

Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote, per vedere come sarebbe andata a finire.  

Se ne stava seduto fuori, nel cortile, quando alcune serve lo riconobbero e gli dissero: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò. Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. Ma la serva continuò a dire che lui stava con Gesù, e lui negò per la seconda volta dicendo: «Non conosco quell’uomo!». Ma i presenti insistevano, e gli si facevano contro e lui, per la terza volta, cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.I napoletani, prendendo spunto da questo episodio evangelico, dicono cantà ’a passione comm’ ’o gallo, all’indirizzo di chi viene a presagirci disgrazie o a raccontarci cose affliggenti.  

La mattina del venerdì, appena fatto giorno, i sacerdoti condussero Gesù incatenato da Ponzio Pilato, il quale lo inviò da Erode Antipa. Questi, dopo averlo interrogato, lo rimandò indietro. Questo peregrinare cui fu costretto Gesù, questo scarico di responsabilità tra Pilato ed Erode è ricordato nella fraseologia napoletana con l’espressione mannà da Rode a Pilato, e significa, appunto, mandare qualcuno in giro, da un luogo all’altro, a vuoto per evitare di assumersi una responsabilità.  

Ponzio Pilato fu procuratore romano governatore della Giudea dal 26 al 36 d.C. ed è ricordato per il ruolo preminente che ebbe nella Passione di Cristo. Benché consapevole dell’innocenza di Gesù, secondo i Vangeli, permise ugualmente la sua crocefissione incolpando le gerarchie giudaiche per la condanna, pur essendo l’unica autorità in grado di decidere una condanna a morte. Nel Vangelo secondo Matteo, si narra che Ponzio Pilato, non volendo decidere della sorte di Gesù, accusato di essersi proclamato re dei Giudei, si lavò le mani in pubblico, dicendo «Non sono responsabile di questo sangue», consegnandolo al popolo che lo condannò alla crocefissione.

 Sono molti i modi di dire napoletani legati alla figura di Ponzio Pilato e alla Passione di Cristo, primo fra tutti lavarsene ’e mmane, che si dice per indicare il gesto di una persona che si sottrae alle proprie responsabilità, che non prende posizione e lascia che altri decidano per lui: Se n’è lavato ’e mmane.  

Pilato, dunque, fu il giudice del processo: Gesù, prostrato, stava ê piede ’e Pilato, espressione che si usa per indicare una persona che versa in un pessimo stato, sia fisico, che morale, che economico. Pur tuttavia, Pilato giudicò Gesù innocente e, per accontentare i Giudei, annunciò di volerlo castigare severamente, sottoponendolo al supplizio della flagellazione, tramite bastoni, verghe e gatto a nove code, strumento quest’ultimo che consisteva, nella tipologia romana, in un corto bastone cui erano assicurati diversi lacci che terminavano con artigli metallici, piombi e schegge d’ossa che provocavano tremende lacerazioni e fratture al torturato.  

Nel pretorio, Gesù venne flagellato e coronato di spine da parte della coorte romana. Da tale episodio scaturisce l’espressione hê ’a purtà ’a croce si vuò ’a curona, usata quando si vuol significare che la meta si raggiunge solo con grandi sacrifici: ovviamente, in senso antifrastico, la “corona” è quella di spine.  

Dopo la flagellazione, Pilato mostrò alla folla Gesù con il volto sanguinante e coronato di spine e disse: “ecce homo”, parole che i napoletani hanno corrotto con l’espressione “acci-omo”. Infatti, paré n’acci-omo, si dice all’indirizzo di una persona ridotta in pessime condizioni fisiche; ma anche, insanguinata per percosse o piaghe.  

Ma i Giudei non si accontentarono e la folla, da essi sobillata, chiese a gran voce, ed ottenne, la sua condanna a morte. Decisero allora di mettere a Cristo ncroce, che nel linguaggio figurato significa tormentare qualcuno fino a farlo spazientire.  

Gesù si avviò con la Croce al Calvario e sul Golgota, che significa «Luogo del cranio», venne crocifisso con due malfattori. All’ora sesta, ossia a mezzogiorno, per effetto di un’eclissi solare il cielo si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Sulla croce Gesù soffriva atroci tormenti. Ancora oggi, dire arredurse comm’a Cristo nfacci’ ’a croce, vuol dire ridursi in un pessimo stato sia fisico che morale; essere una persona degna di pietà e commiserazione.Gesù chiese aiuto pronunciando la parola sitio, “ho sete”. Un soldato corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. In napoletano, infatti, fà nu sizia sizia, vuol dire lamentarsi, lagnarsi, essere ossessivamente petulante. Alle tre del pomeriggio, la terra tremò e le rocce si spezzarono: Gesù morì sulla Croce a soli 33 anni. Non c’è napoletano, ancor’oggi, che nel sentire pronunciato il numero 33, non dica, con vivo sentimento religioso: ll’anne ’e Cristo.  

Quando venne deposto dalla Croce, Gesù dava di sé l’immagine di una persona distrutta dal dolore e dalle sofferenze. Chi, infatti, è ridotto in cattive condizioni fisiche, debole e pallido, nella nostra parlata diciamo che pare nu Cristo schiuvato.Spogliato delle sue vesti, alcuni soldati divisero in piú parti la sola tunica di cui era ricoperto; era credenza popolare che il possedere un lembo della camicia di un giustiziato portasse fortuna. Perciò, sparterse ’a cammisa ’e Cristo, si dice oggi all’indirizzo di coloro che si dividono o contendono una cosa di per sé già esigua.  

Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala che proruppe in un pianto straziante, il cosiddetto chianto ’a Matalena, che si dice, con tono sconsolante, quando ci si trova al cospetto di una persona o di una situazione pietosa, di estrema miseria, che rattrista enormemente, di profondissimo dolore. Il riferimento, appunto, è alla scena straziante del pianto della Maddalena, presente con altre donne, ai piedi della Croce.  

Deposto nel sepolcro, il terzo giorno dalla sua morte in Croce Gesù risuscitò lasciando il sepolcro vuoto. Nel Vangelo di Giovanni, gli apostoli raccontano di aver visto Gesù risorto. Ma Tommaso risponde: “Se io non vedo nelle sue mani l’impronta dei chiodi e non metto il mio dito nel posto dei chiodi e la mia mano nel suo fianco, non crederò” Otto giorni dopo Cristo riappare agli apostoli e rivolgendosi a Tommaso, gli dice: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; porgi la tua mano e mettila nel mio fianco. E non essere incredulo ma credente”.

Perciò, una persona che si mostra diffidente, che non crede a ciò che gli si dice finché non ha le prove certe, si dice che è comm’a san Tummaso.  L’insieme delle sofferenze sopportate da Gesù per la redenzione dell’umanità, dalla veglia nell’orto del Getsemani fino alla morte in croce, di cui raccontano i Vangeli, sono ricordate come la “passione di Cristo”, termine dal latino tardo passio -onis, derivazione di passus, part. pass. di pati che significa «patire, subire, soffrire». Perciò dà a uno morte e passione, vuol dire tormentarlo con crudele accanimento.

 

5 aprile 2015

 

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