45 - Sparterse ’a cammisa ’e Cristo

 

di Claudio Pennino

 

 

 

Dopo la flagellazione, Pilato mostrò alla folla Gesù con il volto sanguinante e coronato di spine e disse: “ecce homo”, parole che i napoletani hanno corrotto con l’espressione “acci-omo”. Infatti, paré n’acci-omo, si dice all’indirizzo di una persona ridotta in pessime condizioni fisiche; ma anche insanguinata per percosse o piaghe.

 

Ma i Giudei non si accontentarono e la folla, da essi sobillata, chiese a gran voce, ed ottenne, la sua condanna a morte. Decisero allora di mettere a Cristo ncroce, che nel linguaggio figurato significa tormentare qualcuno fino a farlo spazientire.

 

Gesù si avviò con la Croce al Calvario e sul Golgota venne crocifisso con due malfattori. All’ora sesta, ossia a mezzogiorno, per effetto di un’eclissi solare il cielo divenne buio. Sulla croce Gesù soffrì atroci tormenti. Ancora oggi, dire arredurse comm’a Cristo nfacci’ ’a croce, vuol dire ridursi in un pessimo stato sia fisico che morale; essere una persona degna di pietà e commiserazione.

Gesù chiese aiuto pronunciando la parola sitio, «ho sete». In napoletano, infatti, fà nu sizia sizia, vuol dire lamentarsi, lagnarsi, essere ossessivamente petulante.

Alle tre del pomeriggio, Gesù morì sulla Croce a soli 33 anni. Non c’è napoletano, ancor’oggi, che nel sentire pronunciato il numero 33, non dica, con vivo sentimento religioso: ll’anne ’e Cristo.

 

Quando venne deposto dalla Croce, Gesù dava di sé l’immagine di una persona distrutta dal dolore e dalle sofferenze. Chi, infatti, è ridotto in cattive condizioni fisiche, debole e pallido, nella nostra parlata diciamo che pare nu Cristo schiuvato.

Spogliato delle sue vesti, alcuni soldati divisero in piú parti la sola tunica di cui era ricoperto; era credenza popolare che il possedere un lembo della camicia di un giustiziato portasse fortuna. Perciò, sparterse ’a cammisa ’e Cristo, si dice all’indirizzo di coloro che si dividono o contendono una cosa di per sé già esigua.

 

Sotto la Croce di Gesù si assiste al cosiddetto chianto ’a Matalena, che si dice, con tono sconsolante, quando ci si trova al cospetto di una persona o di una situazione pietosa, di estrema miseria, che rattrista enormemente, di profondissimo dolore. Il riferimento, appunto, è alla scena straziante del pianto della Maddalena, presente con altre donne, ai piedi della Croce.

 

Deposto nel sepolcro, il terzo giorno dalla sua morte in Croce Gesù risorge lasciando la tomba vuota. Nel Vangelo di Giovanni, gli apostoli raccontano di aver visto Gesù risorto. Ma Tommaso risponde: «Se io non vedo nelle sue mani l’impronta dei chiodi e non metto il mio dito nel posto dei chiodi e la mia mano nel suo fianco, non crederò». Otto giorni dopo Cristo riappare agli apostoli e rivolgendosi a Tommaso, gli dice: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; porgi la tua mano e mettila nel mio fianco. E non essere incredulo ma credente».

Perciò, una persona che si mostra diffidente, che non crede a ciò che gli si dice finché non ha le prove certe, si dice che è comm’a san Tummaso.

 

 

seconda e ultima parte

 

 

4 dicembre 2014

 

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