5 - Parlà â copp’ ’a mana

 

di Claudio Pennino  

 

Si dice che il “vero signore” si vede a tavola, anzi, a tavolino. Perché l’uomo civile sa dominare i propri impulsi e sottomettere i propri istinti alla ragione. Nella prefazione ad una delle tante ristampe dell’opera del Chitarrella, curata dall’Editore Roberto Napoleone, si legge che « una buona partita a carte è un onesto passatempo, ma anche un piccolo sfogo, ed un esercizio educativo. Il Tressette e lo Scopone sono giochi di prontezza, di destrezza, di memoria, di armonia. Il “tavolino” è una piccola scuola di lealtà e di correttezza ».  

Il De Regulis ludendi et solvendi in mediatore ac Tresseptem, o codice Chitarrella, consta di 44 regole. La traduzione napoletana del paragrafo II, 1 di Luigi Chiurazzi è molto singolare perché in esso si parla di un termine che non è riportato in nessun vocabolario napoletano. La regola dice: “spate, coppe, denare e mazze, so’ li quatto colure de le ccarte, (che se chiammano purzì pali) ognuno de chiste è de diece carte” ecc. ecc.

Il termine incriminato è “palo”, che in italiano corrisponde a “seme”, cioè, uno dei quattro simboli delle carte da gioco napoletane. Termine, quest’ultimo, riportato in tutti i vocabolari di italiano. Invece il vocabolo “palo”, che è usato in molte espressioni, non è citato in nessun vocabolario nostrano. Né dall’abate Galiani, né dal buon Don Raffaele D’ambra, né dall’Andreoli e né dal Prof. Antonio Altamura, né dal D’Ascoli e né da altri.  

Ma chi è che non ha mai detto o sentito l’espressione: stà a ’o stesso palo, volendo dire di trovarsi nella stessa condizione di qualcuno? Uno squattrinato incontra un amico e gli chiede un prestito confidandogli di non avere più risorse per tirare avanti. E l’amico, che versa nelle medesime sue condizioni, taglia corto: “Amico, stammo a ’o stesso palo”.

Oppure essere invitati ad una festa e non divertirsi affatto. Non partecipare, fare il solo atto di presenza, fare numero. In quel caso si dice: fà ’o palo muorto. Questo modo di dire si riferisce a quelle partite di Tressette che si giocano in quattro, ma in realtà è come si fosse in tre, perché il quarto giocatore è il morto, ’o palo muorto, che scopre completamente le sue carte, al compagno e agli avversari della giocata.  

Un’altra regola dice: “uno mmesca le carte e l’auto a mancina aiza, e chillo a la deritta è de primma mano”. Vale a dire che il mazziere, ovvero ’o cartaro, dopo aver mischiato il mazzo di carte, lo fa “tagliare” a chi sta sott’ ’a mano, cioè, a chi sta alla sua sinistra, mentre il giocatore che si trova a destra del cartaro è il primo a giocare. Essere primmo ’e mano, quindi, significa essere il primo a dover giocare. Per traslato vuol dire essere il primo ad avere la possibilità di dire o fare qualcosa.

Per cui, se a giocare per primo non è il giocatore subito alla destra del mazziere ma qualcun altro, questi ha giocato â copp’ ’a mana, quando non era il suo turno. Perciò, se qualcuno parla fuori luogo, nel momento inadatto alla circostanza o poco opportuno, intromettendosi senza essere interpellato, ebbene, ha parlato â copp’ ’a mana.  

Invece, chi si ostina sulle proprie posizioni, rifiutando la risoluzione di un problema o di una lite; chi è eccessivamente tenace nei propri propositi, senza accondiscendere a proposte ritenute per lui poco convincenti, allora si dice ca nun vo fà carte. Come il giocatore che, per prudenza, si rifiuta di aprire il gioco.

Per contro, il prepotente, vo fà semp’isso carte, vuole aver sempre ragione, vuole comandarla lui o la vuole sempre vinta. La locuzione si riferisce alla figura del cartaro che, normalmente, non è mai la stessa persona, ma si sussegue tra i giocatori.

Se uno dei giocatori si accorge di non avere buone carte in mano, allora passa ’a mana, cioè rifiuta il gioco. Questo modo di dire è appropriato per coloro che rinunciano a un’impresa, che si ritirarano, che si astengono dal fare qualcosa che avevano deciso o promesso di fare.

Chi invece manifesta apertamente il proprio pensiero dicendo chiaramente quello che pensa, chi scopre le proprie intenzioni, mette ’e ccarte nterra, e questo perché in molti giochi i giocatori sono tenuti a deporre le carte sul tavolo per effettuare il conteggio dei punti.

Travisare, invece, qualcosa a bella posta, falsando la realtà dei fatti, modificando una situazione a proprio vantaggio, equivale a cagnà ’e ccarte nterra oppure ntavula. La locuzione fa riferimento all’abilità dei bari che senza farsene accorgere sostituiscono le carte a proprio piacimento.

Maestri in questo tipo di raggiro sono quei truffatori che per la strada praticano un gioco con delle tavolette truccate per adescare i gonzi. Ebbene,  fà ’o iuoco d’ ’e ttavulette, significa, appunto, ingannare, imbrogliare, raggirare, ordire un tranello.  

E quando nel tentativo di evitare un danno o un pericolo si incorre in un altro più grande, l’espressione più ricorrente è: scartà fruscio e piglià premmera, cioè, andare di male in peggio, cadere dalla padella nella brace.

A proposito di questa locuzione, Renato De Falco nel suo Napoletanario, afferma che “la formulazione originaria, era, correttamente , al negativo: nun scartà fruscio pe piglià premmera: il fruscio infatti, costituito da quattro carte dello stesso seme, vale settanta punti contro gli ottantaquattro della primiera, formata da quattro sette. Il giusto suggerimento era dunque quello di contentarsi di ciò che si possiede, non indulgendo alla tentazione di ulteriori incrementi”.  

Per concludere diremo che il fruscio in italiano si traduce con flusso. La denominazione flusso è ancora viva: in inglese ‘flush’ è la combinazione di carte dello stesso seme. Questa, nel gioco della premmera, è la quarta combinazione vincente e consiste, appunto, di quattro carte dello stesso seme. Il suo valore minimo è 42, composto dalle quattro carte più basse, tre figure e un Due. Il suo punteggio massimo è ottenuto con le quattro carte maggiori del seme: Sette, Sei, Asso e Cinque, per il punteggio di 70.

 

 

27 dicembre 2012

 

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