4 – Essere carta canusciuta

di Claudio Pennino

 

 

La maggior diffusione del gioco delle carte nella città di Napoli si ebbe sotto la dominazione spagnola e in seguito sotto il regno dei Borboni (Carlo I, 1716-1788), e ciò è documentato dall’istituzione di un’imposta di “un carlino per paro di carte da giuocare” che nel 1577 fu stabilita su tutti i mazzi di carte che si facevano o vendevano nella città. Ci si avviava alla creazione del monopolio, ovvero, di quel privilegio/diritto che lo Stato riserva esclusivamente per sé. A chi stampava e commercializzava abusivamente mazzi di carte che non riportavano il sigillo reale, venivano inflitte pene severissime.

 

Affinché il mazzo di carte fosse considerato legale, su una delle carte veniva stampigliato il “sigillo di stato”. Il più delle volte questo bollo era stampato sul dorso della carta poi, successivamente, sul quattro di denari. Infatti, dire: essere canusciuto comm’a quatto ’e denare, in senso figurato vuol dire essere una persona nota e provata. Una variante a questa espressione è: essere canusciuto comm’a sette ’e denare, ma questo perché il sette è la carta più nota del mazzo, e nel gioco della Scopa il sette di denari ha il valore di un punto. Se una persona, invece, è ben nota soprattutto per la pessima fama, allora la si suole apostrofare: si’ carta canusciuta. Il significato negativo di questa espressione è dovuta all’indegna operazione che compie il baro nel “segnare” le carte per riconoscerle tra le mani del proprio avversario. D’altronde non è lo stesso Chitarrella che invita, quando si può, a sbirciare tra le carte dell’avversario?

Per questo motivo i giocatori d’azzardo utilizzano un mazzo nuovo ad ogni partita, ciò anche per evitare che le carte involontariamente segnate durante le partite precedenti pregiudichino la regolarità della partita. 

 

I giocatori incalliti paragonano, per pregiudiziale avversione, il mazzo di carte alle donne: ’e ccarte so’ comm’ ’e ffemmene, ovvero, traditrici. L’accanito giocatore di tressette che perde al gioco, attribuisce la propria disfatta al tradimento delle carte che non gli vengono nel momento opportuno e non alla sua scarsa bravura. Da qui l’amara conclusione che ’e ccarte so’ quaranta zoccole, misogina variante dell’espressione di cui sopra.

Ma il valore delle carte cambia a seconda del gioco che si pratica, per cui nessuna carta può considerasi più importante di un’altra. Anzi, ad una persona mediocre, senza nessun valore si dice, in tono spregiativo, si’ na carta mmiez’ ô mazzo, cioè una persona qualunque, una persona comune, come tante altre.

 

Il mazzo di carte napoletane, come si è già detto, rientra nel gruppo delle carte in stile spagnolo, ed è composto da 40 carte. Infatti viene anche detto ’o libbro ’e quaranta, ma poiché il sentimento religioso dei napoletani è sempre stato molto vivo, a tal punto da mescolare, spesse volte, il sacro con il profano, viene anche chiamato: ’o libbro pe sentirse ’a messa.

 

A tal proposito voglio riportare una emblematica e gustosa storiella raccontata da Luigi Chiurazzi nell’introduzione alla sua traduzione del Chitarrella: Rèvole de jocare e pavare lo mediatore e lo tressette del 1866.

 

Si narra di un soldato che, trovandosi a sentire messa, tirò fuori dalla tasca un mazzo di carte ed incominciò, con grande attenzione, a girarselo tra le mani. Avendolo notato il sagrestano, gli disse che non era decoroso sfogliare le carte in chiesa. Ma il soldato non tenne in nessun conto quest’avvertimento e seguitò a scorrere le carte. Ciò creò un certo malumore tra la gente che stava assistendo alla messa, tanto che il sagrestano si vide costretto a far intervenire un suo superiore. Ma il soldato non diede ascolto neanche a costui, il quale si vide costretto a fargli rapporto incolpandolo di aver dato un grande scandalo in chiesa, per la qual cosa meritava di andare in prigione.

Quando il soldato fu convocato dai sui superiori per conoscere i fatti, rispose dicendo che non sapeva leggere, e pregava solo sfogliando il mazzo di carte. A queste parole, i suoi superiori si meravigliarono moltissimo, e vollero sapere in che modo egli facesse quella preghiera. E il soldato cominciò col dire:

 

            « Quanno io veco n’asso, m’allicorda ca nc’è uno Dio ncielo, e vede sino a li penziere chiù segrete che se fanno ncopp’a la terra. Lo doje, d’esserce doje nature Ncristo, zzoè ch’è uno spireto da no’ poterese comprennere, e s’è fatt’ommo pe li pec­cate nuoste. Lo treje, ca nce songo tre perzone nn’uno Dio sulo. Lo quatto m’allicorda li quatto Vangeliste, zzoè Matteo, Marco, Luca e Giovanne, e che la Religione nosta s’è sprubbecata per le quatto parte de lo munno. Lo cinco, le cinco chiaje de G[iesù] C[risto]. Co lo seje me vene a mente li seje juorne che fatecaje lo Signore pe criare lo munno. Lo sette, lo settemo juorno che Dio s’arreposaje. L’otto, me fa allicordare de l’otto perzone che se sarvajeno da lo Delluvio nneverzale dinto a l’arca, ciovè Noè co la mogliera, e li tre figlie co le pròpete mogliere lloro. Lo nove, le nove perzune sanate da G[iesù] C[risto] e pe compenzo no’ lo rengraziajeno manco. Lo diece m’obbreca de respettà li diece comannamiente che recevette Mosè da Dio a lo Monte Sinai. Li quatto cavaliere, ciovè cavalle, m’allicordano li quatto carnefice de Pilato che crocefeggettero lo Redentore nuosto. Le quatto donne m’appresentano Maria co le tre donne che ghietteno a lo sebburco. Li quatto Rre me fanno allicordare li tre Magge che dall’Oriente fujeno portate da la stella pe vesetà Mbittalemme a lo Rre de lo Cielo e de la terra. Le ccarte de denaro me fanno allicordare de lo misarabbele priezzo de trenta denare c’avette Giuda, pe commettere lo nfame tradimiento a lo Signo­re nuosto. Le ccarte de coppa me fanno venire a mente la ciotola (ciovè la coppa) addó se nfunnette la spogna co acito e fele pe dare a bevere a lo nuosto Devino Sarvatore. Le ccarte de spata me fanno spaventà, penzanno a la lanza che trafeggette lo costato de nosto Segnore; e chelle de mazza m’allicordano le mazze che vattetteno le spalle sacre. L’ammore che se tene a le ccarte de denaro me fa venire a mente l’ammore che tene G[iesù] C[risto] dinto a lo core sujo pe nuje brutte e ncocciuse peccature. Le dudece fiure, li dudece mise dell’anno; li quatto colure de le ccarte, le quatto stagione; e se me trovasse le ccarte franzese, ve faciarria a bedé ca 52 so’ le carte, e tanta songo le semmane e fanno 366 punte, quanta songo li juorne de l’anno. E le ghiastemme che fanno li jocature so’ le ghiastemme che dicevano li nfame giudieje a Giesù Cristo.

            L’allerezza de chi vence, è chella allerezza che provajeno l’aneme sante che steveno a lo Limbo. La trestezza e lo dolore de chi perde, è chillo dolore che prova lo peccatore ostinato quanno perde l’anema; e finarmente la deritta e la smerza de le carte m’appresenta lo Nfierno e lo Paraviso».

 

 continua

14 dicembre 2012

                    

Condividi su Facebook