43 - Da Vattro a Tile

di Claudio Pennino

 

C’è un antico e misterioso modo di dire napoletano che recita da Vattro a Tile, volendo significare, per la grande distanza che passa tra i due luoghi, da un capo all’altro della terra:

 

Io scengo a lo cortiglio e m’addormento

Co gran gusto, appoiato a no cantone,

E beo, dormenno, co no gran contento

(Non saccio se fu suonno o vesïone)

Na femmena cchiù lustra de l’argiento

Che portava l’ascelle e no tremmone,

Dicenno: « Chi fu maie da Battro a Tile

Famuso cchiù del Cavalier Basile) »

 

Così, Giulio Cesare Cortese, nel suo Viaggio di Parnaso tesse le lodi di Giambattista Basile, l’autore del Cunto de li cunte, che fu compagno di scuola e poi sempre amicissimo del Cortese.

« Chi fu mai, da un capo all’altro della terra, più famoso del Basile? » dice un angelo, na femmena cchiù lustra de l’argiento, che aveva le ali e la tromba del giudizio.  

Vattro è, senza ombra di dubbio, corruzione di Battro, la regione degli antichi Bactri, la Battriana o Bactriana, regione storica dell’Asia centro-occidentale, corrispondente in gran parte all’odierno Afghanistan settentrionale.

Provincia dell’antico impero persiano, fu conquistata da Alessandro Magno nel 329 a.C.. La rese indipendente il satrapo Diodato intorno al 250 a.C. costituendo il regno ellenobactriano. Nel III secolo a.C. Antioco III il Grande, dopo aver combattuto contro Eutidemo di Magnesia, si proclamò re di Bactriana. La pace fu sancita con il matrimonio tra una figlia di Antioco con Demetrio, figlio di Eutidemo.

Nel corso dei secoli, dopo alterne vicende, nel III sec. d.C., fu sottomessa ai Turchi. Successivamente, con la conquista araba, scomparvero gli elementi delle precedenti civiltà greco-asiatiche e la Bactriana assorbì definitivamente la civiltà islamica. La sua importanza fu dovuta essenzialmente al commercio: la regione infatti servì sempre da via di comunicazione fra l’Oriente e l’Occidente. Stazione di transito dell’oro proveniente dalle miniere altiche e siberiane, la Bactriana fu passaggio obbligato della “via della seta” fra la Cina e il Mediterraneo: da Vattro a Tile.  

Tile, invece, potrebbe essere l’isola di Tito, nel Dodecanneso, o Stilo in Calabria, o più probabilmente l’antica e misteriosa isola nordica di Thyle o Thule, citata per la prima volta nei diari di viaggio dall’esploratore greco Pitea, salpato da Marsiglia verso il 330 a.C. per un’esplorazione dell’Atlantico del Nord. Nei suoi resoconti, egli parla di Thule (in italiano Tule) come di una terra di fuoco e ghiaccio nella quale il tempo si ferma perché il sole non tramonta mai, a circa sei giorni di navigazione dalla Britannia e a un giorno di cammino dal “mare solidificato”.  

Il fascino del racconto di Pitea aveva suggerito già nel II secolo a.C. di inserire l’isola nel quadro di narrazioni fantasiose, come avviene nel romanzo dello scrittore graco antico Antonio Diogene Le incredibili meraviglie al di là di Tule. Mentre nella Geografia di Claudio Tolomeo, Thule è un’isola della quale si forniscono addirittura le coordinate seppur in modo troppo approssimativo perché si possa darne un’identificazione certa.  

Tacito dà questo nome alle Isole Shetland, per Procopio si trattava della Scandinavia; successivamente si è cercato d’identificarla con l’isola di Mainland, con l’Islanda e con la Norvegia.  

Nel medioevo il ricordo di questa terra lontana ha generato un resistente mito: quello dell’ultima Thule, come fu per la prima volta definita dal poeta latino Virgilio nel senso di estrema, cioè ultima terra conoscibile, e il cui significato nel corso dei secoli trasla fino a indicare tutte le terre « al di là del mondo conosciuto », come indica l’origine etrusca della parola "tular ", « confine ».

Il mito, che possiede molte analogie con altri miti, ha affascinato e condizionato, anche in epoca moderna, la cultura, il modo di pensare e l’arte sotto ogni punto di vista.  

Nel mito di una misteriosa terra abitata da una razza umana sotto certi aspetti "superiore", identificata sovente con il popolo degli Iperborei, organizzata in una società pressoché perfetta, si possono facilmente ritrovare alcune delle basi del concetto — accolto e divulgato dal nazismo — di razza ariana, ovvero superiore a qualsiasi altra e dunque inevitabilmente dominante sul mondo.  

Anche nel Faust di Goethe è presente un riferimento al mito di Thule nella scena in cui Margherita canta i versi della ballata del Re di Thule, storia di un amore infelice che fa da sfondo alla vicenda d’amore tra lei e Faust: vicenda destinata a concludersi tragicamente come quella del re protagonista della canzone, tradotta in italiano dal poeta Giosuè Carducci:

 

« Fedel sino a l’avello

Egli era in Thule un re:
Morì l’amor suo bello,
E una coppa d’or gli diè.

Nulla ebbe caro ei tanto,
Sempre quella vuotò:
Ma gli sgorgava il pianto
Ognor ch’ei vi trincò.

Venuto a l’ultim’ore
Contò le sue città:
Diè tutto al successore,
Ma la coppa d’or non già.

Ne l’aula de gli alteri
Suoi padri a banchettar
Sedé tra i cavalieri
Nel suo castello al mar.

Bevé de la gioconda
Vita l’estremo ardor,
gittò il calice a l’onda
Il vecchio bevitor.

Piombar lo vide, lento
Empiersi e sparir giù;
E giù gli cadde spento
L’occhio e non bevve più. »

Ancora oggi, dire “l’ultima Thule”, equivale a dire l’ultima speranza e possibilità di salvezza; l’ultimo rifugio. Thule resta quel luogo favoloso, lontanissimo, posto ai confini del mondo; luogo difficile da raggiungere e dal quale è ancor più difficile tornare.

23 ottobre 2014  

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