3 – Piglià asso pe fiura

di Claudio Pennino

 

 

Inizialmente le carte da gioco furono un lusso che si potevano permettere solo i ceti nobili e i benestanti, in quanto un pittore doveva disegnarle a mano, una per una. Chiaramente le composizioni variavano a secanda dei luoghi e dei pittori che le disegnavano con soggetti locali. Per cui le carte all’inizio non erano ancora ben definite e potevano, scolorendosi, anche confondersi tra di loro. Ecco perché quando si confondono due cose vagamente simili, quando si prende un abbaglio, i napoletani sono soliti dire: piglià asso pe fiura, cioè, vedere una cosa per un’altra, prendere una svista.

 

Giocare a carte quindi, per l’aristocrazia, era un passatempo frequente e di moda, poichè con questo gioco impiegavano, nelle lussuose residenze o in occasione di feste e balli, gran parte del tempo libero.

Ma ben presto il gioco delle carte si diffuse anche tra i ceti popolari. E numerosi, e tra i più svariati, furono i luoghi utilizzati per giocare: piazze, mercati, osterie, locande.

 

I giocatori diventavano sempre più accaniti e spesso una partitella sfociava in una lite, se non in una tragedia di sangue. Nel 1753 il gioco d’azzardo aveva ridotto in miseria parecchie famiglie napoletane. Padre Rocco, monaco domenicano molto amato dal popolo, veduto tutto questo, chiese al Re Carlo III di Borbone di proibire il gioco delle carte. E nonostante questo fosse per il governo fonte di un ingente gettito di denari, il Re vi rinunciò promulgando, il 24 novembre 1753, una legge che proibiva tutti i giochi d’azzardo. Le pene, per chi la infrangeva, era di cinque anni di allontanamento per i nobili e cinque anni di galera per chi nobile non lo era. Se si trattava di una donna, nobile o non nobile, la pena era di cinque anni di esilio. Questa legge che proibiva e bandiva i giochi d’azzardo fu confermata e rinnovata anche da Ferdinando IV nel 1760, proprio per evitare risse e accoltellamenti.

 

Questa violenza, anche se solo verbale, la si ritrova nell’espressione: avé nu liscebbusso, che vuol dire ricevere un severo e, a volte, violento rimprovero.

Ma cos’è un “liscebbusso”?

Quando un giocatore di Tressette mette a terra una carta pronunciando la frase “liscio e busso” e contemporaneamente la struscia sul tavolo e dà con le nocche delle dita un colpo sul piano, vuole avvertire il proprio compagno che ha un’altra carta da giocare dello stesso colore, cioè che è liscio, e nel contempo, con il busso, lo invita a giocare un tre o un due dello stesso “palo”, che sono le carte di maggiore valore per la presa. Perché la regola dice: addò se bussa llà se torna.

 

Proprio questo movimento di “lisciare” e “percuotere” richiama alla mente l’azione di una mano che infligge una percossa, che batte e colpisce. L’idea di lisciare, intesa come pratica dolorosa, la si ritrova anche nell’espressione alliscià ’o pilo, che vuol dire, appunto, conciare per le feste, ridurre alla ragione, soprattutto con percosse. In questo caso, però, il riferimento è alla pettinatura che si pratica agli animali che è molto dolorosa. Naturalmente il “liscebbusso” lo si può dare indifferentemente sia con le mani che con un bastone, ma anche solo verbalmente. In questo caso, si tratta della cosiddetta cazziata, di una vibrata “lavata di testa”.

Variante al liscebbusso è l’espressione darne una pe bevere e n’ata pe sciacquà, dall’uso dei beoni, detti sciacquanti, di bere un primo bicchiere di vino per sete ed un secondo per sciacquare la gola arsa. Ma questa ed altre simili espressioni saranno approfondite più avanti.

 

La leggenda vuole che il Tressette fosse stato inventato da quattro muti, in quanto è severamente vietato parlare, allo scopo di passarsi informazioni sulle carte, durante il gioco. Infatti la Regola n.8 del Titolo IV recita testualmente: « E’ projebuto non zò qua fosse lo parlà, pecché se dice che sto juoco fosse stato ammentato da quatto mute. Se pò sulo bussà, zoè sbattere ncoppa a la tavola, allisciare, zoè strascenare na carta, e piombare, zoè lassarela cadé ncopp’a la tavola. E chesto tra li compagne ».

 

Come abbiamo accennato, quando il giocatore bussa vuol dire che vuole ancora quelle carte, che si giochi ancora quel “palo”. Quindi bussà a denare, nel linguaggio figurato è la velata (ma non tanto) e inopportuna richiesta di soldi che ci viene fatta da un amico o da un parente.

 

Detto del lisciare e del bussare, l’altro termine della Regola n.8 è piombare, che si esegue lasciando cadere la carta sul tavolo. Chi piomba una carta vuol dire che di quel colore non ne tiene più, che è l’unica e sola.

Ebbene, quante volte ci è capitato di aprire il portafoglio e di estrarre l’ultima banconota mentre esclamavamo sconsolatamente: chesta è piomba!? È questa la singolare espressione usata da chi vuol sottolineare che quella estratta è l’ultima banconota e non ce ne stanno altre. 

continua  

30 novembre 2012

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