2 – Essere na carta ’e tre

di Claudio Pennino

 

 

Altra “piacevole distrazione” da cui la lingua napoletana ha attinto numerosi modi di dire, è il gioco delle carte. Naturalmente, intendiamo tutti i giochi che si fanno con le carte: dalla Scopa al Tressette, dallo Scopone alla Briscola, dal Sette e mezzo all’Assopigliatutto.

Ci capita spesso, durante una conversazione, di utilizzare delle espressioni senza comprenderne il significato, e questo perché raramente ci soffermiamo a riflettere su ciò che diciamo.

 

Le carte sembrano avere origini antichissime. Erano già conosciute in Cina prima dell’anno 1000. Nel corso dei secoli si diffusero nel mondo Arabo e attraverso scambi commerciali con l’oriente sono giunte, forse intorno al 1400, nell’area Mediterranea. La Spagna fu il primo paese in cui le carte ebbero larga diffusione (infatti i simboli vengono chiamati spagnoli) e solo dopo mezzo secolo giunsero in Italia.

Le carte da gioco napoletane sono carte in stile spagnolo. Sono molto popolari in Italia e chiaramente mantengono tutte le caratteristiche dello stile del Sud della penisola.

Le figure delle carte sono intere e non a mezzo busto come in molti altri stili. Tutti i bastoni hanno una foglia gialla di quercia arrotolata. Tutti i fanti sono delle donne e solitamente vengono chiamate “ ’a Ronna”. I cavalieri, invece, sono comunemente denominati “’o Cavallo”. Particolare è il tre di bastoni con quella caratteristica maschera centrale chiamata “il gatto mammone”.

 

Proprio in riferimento al volto baffuto riprodotto sulla carta da gioco del tre di bastoni si usa apostrofare una donna visibilmente baffuta con l’epiteto: faie mmiria ô tre bastone.

Sempre a proposito del tre, una tra le frasi più colorite e espressive della nostra parlata è: essere na carta ’e tre, che vuol dire essere una persona importante. Nel gergo della malavita significa guappo, uomo di rispetto. E questo perché nel gioco del tressette il tre è la carta che ha più valore come presa. La variante a questa espressione è: essere na carta ’e tressette.

A Napoli i giochi con le carte hanno un’origine antichissima tanto che i presupposti fondamentali furono illustrati in latino da un tale Chitarrella in un piccolo codice in cui l’autore chiarisce le regole dello scopone e del tressette.

Chi fosse Chitarrella, di cui ogni giocatore di scopone o tressette, anche solo principiante, ha certamente sentito parlare, è ancora oggi un mistero. La tradizione vuole che sia lo pseudonimo di un ignoto scrittore napoletano del Settecento, forse un prete, che nel 1750 avrebbe pubblicato due trattatelli, in un latino non proprio ciceroniano, sulle regole del gioco del mediatore, del tressette e dello scopone: De regulis ludendi ac solvendi in mediatore et tresseptem e De regulis scoponis. Tradotti in napoletano dal letterato, scrittore e editore Luigi Chiurazzi nel 1866 col nome anagrammato Giriali Zuchizu.

Ancora oggi, nei confronti di chi, dispoticamente, vuole dettare regole o imporre la propria volontà usiamo ammonirlo con la frase:’a regula ’a fa Chitarrella.

Altre espressioni traggono spunto dalla carta del tre, per esempio, alliscià nu tre, frase che abitualmente i giocatori accompagnano strusciando la carta sul tavolo affinché il compagno ne tenga il giusto conto, e che, nel linguaggio figurato, vuol dire profferire una frase ad effetto, fare una pesante allusione; oppure, tené ’e ccosce a tre ’e bastone, che significa avere le gambe storte, che scendono regolari fino al ginocchio e poi divaricano verso l’esterno. Lo stesso che dire: tené ’e ccosce a icchese.

E quando manca il minimo indispensabile per compiere anche un lavoro semplice ed elementare, sbottiamo in un esplicito ce manca l’asso, ’o doie e ’o tre, significando che manca praticamente tutto, che ci si trova nella più totale disorganizzazione. Perché nel tressette, l’asso, il due e il tre dello stesso seme corrispondono alla napoletana, cioè alle carte migliori.

continua

  

15 novembre 2012

 

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