La metamorfosi popolare del cavallo in ciuccio.
Storia dei simboli del Calcio Napoli e dintorni.

 di Antonio Parrella

Il primo stemma del Napoli, nel 1926, era costituito da un cavallo poggiato su un pallone e contornato dalle iniziali della denominazione di allora della società partenopea, "ACN", ovvero Associazione Calcio Napoli, il tutto su sfondo azzurro. Probabilmente il cavallo richiamava il simbolo di Napoli durante il Regno delle Due Sicilie, mentre nelle regge borboniche della regione con capoluogo Palermo, il simbolo era il Triskelion, raffigurazione di un essere a tre gambe.
L’ eleganteEquus caballus” fu lo stemma della società partenopea per pochissimo tempo, complice la scarsa qualità dimostrata dalla squadra nella stagione d'esordio, 17 sconfitte e un solo pareggio col Brescia.
Un noto giornalista dell’epoca, Felice Scandone, scriveva:
Il Napoli al primo anno di Divisione Nazionale era il povero vaso di terracotta tra vasi di ferro. In un intero campionato non racimolò che un misero punto perché non riusciva nemmeno a trasformare in goal i calci di rigore…”.
Il club successivamente adottò una simbologia diversa, il ciuccio, e naturalmente anche l’iniziale della parola Napoli, che oggi con il commercio tradizionale e l’e-commerce sono un prestigioso strumento di marketing e quindi di guadagno. Un vero e proprio intreccio storico, sportivo, culturale ed economico di stemmi e mascotte.
La Juventus è la squadra della zebra per via delle strisce bianconere,  il Milan ha come simbolo il diavolo per i colori “infernali”, l’Inter ha il biscione perché simbolo dei Visconti di Milano, la Roma ha la lupa per la famosa leggenda di Romolo e Remo, la Lazio invece l’aquila, scelta in quanto emblema di potenza, vittoria e prosperità. Perché, allora, il “ciucciariello” è il simbolo del Napoli?
Dobbiamo rifarci non solo alla storia dei primi risultati calcistici ma anche a quella di un uomo e del suo animale malconcio. “Ma quale cavallo rampante! Stà squadra nostra me pare ‘o ciuccio ‘e Fichella: nuantanove chiaije (piaghe) e ‘a coda fraceta” fu una delle “espressioni da stadio” che ispirò e indusse i napoletani dell’epoca al cambiamento.
Fichella, nelle leggendarie storie di Napoli, era un personaggio che badava ad un vecchio asinello malato, pieno di piaghe e con una brutta coda. Il paragone ebbe grande successo e le vignette del giornale satirico “Vaco ‘e pressa”, di Francesco Bufi e Beniamino Degni, lanciarono il ciuccio come nuovo simbolo, ironicamente scelto e acclamato dal popolo.
La metamorfosi quasi kafkiana del quadrupede cavallo in quadrupede asino non deve, però, trasmettere un senso di inferiorità, non bisogna esaltare il vittimismo, solito dei perdenti, perché nella saggezza e nella sensibilità forte e autoironica dei napoletani, il ciucciariello è segno di profonda intelligenza, pazienza, filosofia e testardaggine, quella sana.
Nella stagione 1983-84 il ciuccio compare anche sulle magliette, con un corpo tozzo a forma di “N”. Circa dieci anni prima, invece, era possibile notare sulle divise ufficiali ancora un simbolo diverso, uno scudo con 3 gigli (simbolo borbonico) e una “N” nella parte centrale. Come è possibile osservare, lo stemma variò diverse volte ma l’intreccio ciuccio-Napoli resta una costante. Il mammifero faticatore è una sorta di supereroe, un timido rivoluzionario, uno scolaro attento e studioso, ma anche troppe volte  impacciato, proprio come Peter Parker il protagonista e famoso paladino della giustizia delle serie di Spiderman.
Nell’epoca del Napoli di Maradona, paradossalmente in contrapposizione con il grande splendore dei risultati sportivi ottenuti, un folkloristico personaggio dal foularino rosso, lo scugnizzo Gennarì, lanciato soprattutto per questioni di marketing, non incontra i favori e le simpatie dei tifosi: l’idea non riuscì a mandare in pensione il ciuccio.
Anche nel 1964 ci fu un cambiamento, in concomitanza con il cambio di denominazione in Società Sportiva Calcio Napoli, la “N” venne rimpicciolita per far spazio alla sigla SSC Napoli.  In quell’anno, per la promozione in serie A, il settimanale Sport Sud intitolava “’O ciuccio è diventato lione”, un’altra giusta mutazione seppur immaginaria, ma in fondo i supereroi sono così, si trasformano per compiere delle gesta e poi tornano alla quotidianità.
Il nostro asinello è un trasformista di quelli bravi, che all’occasione diventa tigre, leone, falco, delfino o ghepardo, ma il cuore nobile di somaro lo rende ancora più affascinate di altri animali veri o mitologici.
Nei famosi album di figurine Panini è facile trovare anche uno scudetto o un altro emblema con la “N” napoleonica in colore oro, con la bandiera italiana e la sigla della società nella parte bassa dello stemma, in alcuni casi creato in onore delle vittorie in Coppa Italia e della partecipazione, alla ormai scomparsa, Coppa delle Coppe. Durante gli anni ’80 la corona divenne bianca e all’interno fu disposta, in senso circolare, la denominazione della società scritta per esteso.
Sensibili cambiamenti cromatici furono apportati nel 2002. La corona divenne blu scuro, con la scritta societaria e la “N” centrale colorate di bianco.
In seguito al fallimento della SSC Napoli, la scritta societaria venne eliminata dalla corona e rimpiazzata con una didascalia riportante la nuova denominazione societaria “Napoli Soccer”, poco apprezzata dai tifosi che chiedevano al più presto il ritorno alla vecchia denominazione. Era come perdere di colpo il proprio cognome, una brutta sensazione di anonimia.
Riacquisito il nome storico a furor di popolo, dal presidente Aurelio De Laurentiis, la didascalia venne rimossa e la corona riacquistò un colore blu più intenso,
con effetti di luce e sfumature.
Negli anni la maglia ufficiale si è stranamente scolorita, i simboli sono cambiati in base ai tempi, alle persone e forse alle mode, ma quello che importa, è che questo mondo quasi fiabesco di uomini e animali, abitanti di un bosco magico tutto partenopeo, abbia dei protagonisti con un sangue sempre azzurro, anzi azzurrissimo.
Un giornalista, scrittore e poeta veronese quale fu Bruno Roghi, con la sua prosa ricca di termini delicati e classici, di grande cultura, iniziava così un suo articolo per il ritorno in serie A del Napoli nel giugno del 1960, apparso in prima pagina del Corriere dello Sport :
“ Se ora me lo permettete, amici napoletani, dirò che nessun palafreno, se non il somaro poteva rappresentare la cavalcatura degna della bella, non più addormentata, nel bosco della B, ma risvegliata nel paradiso della A…” e le parole di elogio non si fermarono qui: “…la prima ed unica volta in cui Omero chiama in scena un asino a titolo di similitudine, l’eroe di paragone è il guerriero più forte dell’esercito greco, quell’Ajace Telamonio che aveva i bicipiti possenti e schiacciava le teste dei tori come fossero noccioline americane”, e potremmo ancora continuare con questo elegante componimento celebrativo della vittoria azzurra.
 Tutti gli amanti del calcio conoscono la rivalità tra le tifoserie di Napoli e Verona e non per caso ho citato un personaggio della città di Romeo e Giulietta che parlò con eleganza del Napoli. Credo, perciò, che sia  insensato cercare ossessivamente “l’inferiorità” di un simbolo e le differenze tra Nord e Sud, anche quando si ha a che fare con un evento calcistico o sportivo in generale. Non è necessario girarsi troppe volte indietro per trovare logiche di difesa, diversità e modelli disfattisti che non serviranno ad alcun miglioramento, proprio come le offese altrui e le affermazioni pleonastiche che lasciano soltanto il tempo che trovano. Sarebbe sicuramente meglio ricercare le cose buone che accomunano due o più culture diverse, costruendo una multietnicità che rompe gli schemi e apre gli occhi sul mondo.
Ancora con più forza, oggi più di ieri, non noto regressioni del simbolo del calcio Napoli e sono orgoglioso che l’antico emblema del cavallo sia diventato un ciuco, perché a volerlo è stato il popolo napoletano, donne e uomini che erano, e sono, i nostri nonni e i nostri genitori.
L'asino è un mammifero quadrupede appartenente alla famiglia degli Equidi, che comprende anche il cavallo, e anche tutti gli uomini del mondo appartengono alla stessa famiglia, l’Homo sapiens sapiens. Annullate le differenze, annullato l’odio razziale.

 

Napoli, 12/10/2011

 

 

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