L'antica voglia del pallone. Storia, poesia e…Maradona.


Signori all'ascolto, buonasera... (frase con cui spesso iniziavano le telecronache di Bruno Pizzul).
I bambini rincorrono il pallone nel campetto del quartiere, le maglie sono sudate, quasi come quelle appena lavate. I capelli dei portieri sono mossi solo dal vento. La partita non è finita, ma il buio impedisce di correre e calciare. La singolar tenzone è rimandata al prossimo pomeriggio…
La stessa scena la puoi vedere nel Sud America, in Africa, in Asia e, negli ultimi anni, anche in Oceania e negli States. Il calcio ha avuto una diffusione impressionante, non teme la tecnologia e nemmeno gli altri sport.
Forse, un po' di storia, ci aiuterà a capire la sua diffusione e il suo successo.
Il gioco del calcio sembra avere origini remote. Il Giappone col kemari e la Cina con il tsu-chu vantano i più antichi precedenti del gioco del calcio (le fonti locali e le tradizioni parlano del X secolo a.C. ). Comune ai due sport era l’uso dei piedi, la presenza di una "porta" fatta dagli alberi o da canne di bambù e l'utilizzo di una sfera rudimentale. Il termine “chu” indica, infatti, una palla di cuoio al cui interno era inserita una vescica di animale riempita da capelli femminili o aria.
Un antenato del moderno calcio era noto anche ai greci e ai romani, rispettivamente con i nomi di episkyros e harpastum. Nel periodo rinascimentale, fu molto praticato nelle piazze di Firenze.
I primi trattati del calcio sono proprio fiorentini, di Antonio Scaino, Trattato del giuoco della palla, e quello di Giovanni de’ Bardi, Discorso sopra il giuoco del calcio fiorentino. Il cosiddetto calcio fiorentino era però famoso anche in altre città italiane. Naturalmente quello che conosciamo oggi è tutt'altra cosa.
Con una fisionomia simile all'attuale, cominciò ad essere praticato in Inghilterra verso il 1700. All’epoca ci furono scontri su come chiamarlo e sulle regole da applicare, e due diverse correnti di pensiero istituirono il “piede-mani” (una sorta di rugby) e il “piede-palla” ovvero il “foot-ball”.
In Italia, il primo campionato calcistico ebbe luogo nel 1898 . La prima società di calcio italiana fu fondata a Genova, il Genoa Cricket and Athletic Club poi rinominata Genoa Cricket and Football Club. Inizialmente c'era un solo girone di 4 squadre. Si aggiunsero, successivamente, tante altre compagini, perché oltre alla passione crescente, si iniziava ad intravedere in questo sport, una eccellente fonte di guadagni. Non molto più tardi, infatti, per assistere alla partita si cominciò a far pagare un biglietto. Nel 1925 in una sola città si potevano ammirare due squadre: Torino e Juventus nel capoluogo piemontese, e ancor prima a Milano, nacquero Milan e Inter. Poi comparvero tutte le altre squadre, ma la vera storia del calcio italiano comincia con l'introduzione del torneo a girone unico, la cui prima edizione si svolse nel 1929-30 con la partecipazione di diciotto squadre (un numero che è variato negli anni, anche 16 o 20 squadre). Alla fine degli anni quaranta, arrivavano i primi giocatori stranieri e il calcio diventava sempre più un affare milionario, fino a giungere alle attuali S.p.a. Con la diffusione del televisore e soprattutto delle pay-tv, il calcio lo si può vedere comodamente dalla poltrona di casa, e nonostante questa novità rivoluzionaria, i campi di calcio, in tantissime città, sono ancora pieni. Dino Risi disse: “Fede è andare allo stadio quando puoi vedere la partita in televisione”. Lo stadio trasmette emozioni che nemmeno si possono immaginare in tv, seppur moderna, ultrapiatta e tridimensionale. Gli sport sono sinonimo di aggregazione ed è stupendo gioire e soffrire tutti insieme, con 70 mila o più spettatori.
C’è chi, con il calcio, ha voluto strafare o semplicemente imbrogliare. Dopo alcuni casi di fallimenti societari, di squadre  minori e anche di quelle in massima serie, le regole economiche prendono forme nuove. Con la cosiddetta introduzione del “Fair play finanziario”, si cercherà, nei prossima anni, di evitare la distruzione di società, della storia e della passione di uno sport, che dall'antico Giappone alle moderne metropoli, ha sempre rubato emozioni, sorrisi e altre piacevoli sensazioni. Il calcio, non può essere considerato soltanto un animalesco fenomeno di massa, una fonte di guadagni o “un cartone animato per adulti”come diceva, con ironia, l’ex calciatore, cronista sportivo e romanziere argentino Osvaldo Soriano. Per capire, basta guardare le lacrime dei tifosi dopo una sconfitta, sugli spalti degli stadi argentini, brasiliani, italiani, inglesi, e di ogni altro luogo, dove il calcio, per la devozione dei tifosi, è quasi un misto di sacro e profano. “Ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio”, dice il giornalista e scrittore uruguaiano Edoardo Galeano, nel libro Splendori e miserie del gioco del calcio. Questo sport scaturisce, in milioni di uomini e donne, un vortice di sentimenti veri, un vento molto forte, nato proprio dal movimento lineare o folle di un pallone. Il football non consoce differenze sociali, non esistono tifosi di primo e secondo livello. Anche scrittori famosi, filosofi , poeti ( e non solo direi) hanno toccato l’argomento.
Il calcio può parlare in poesia, e anche la poesia può parlare di calcio. Umberto Saba, con la sua “Goal”, è un esempio.

 

Goal

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l'amara luce.
Il compagno in ginocchio che l'induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla - unita ebbrezza - par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l'odio consuma e l'amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere
- l'altro - è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasto sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa - egli dice - anch'io son parte.

 

Goal è una delle 5 poesie di Saba, che sviluppano il tema dell’aria gioiosa del gioco del calcio e che ha dedicato alle imprese della squadra della sua città, la Triestina. L’autore tratta in modo poetico il mondo del pallone, le emozione dei calciatori e degli spettatori presenti.
Giacomo Leopardi, invece, con la sua poesia “A un vincitore nel pallone” (1821) dedicava a Carlo Didimi, campione nel gioco del pallone col bracciale, le sue emozioni verso uno sport che ricorda il calcio, ma solo vagamente. Questo era uno dei giochi nazionali italiani più antichi, oggi presente soprattutto in tornei di manifestazioni folcloristiche e rievocative.
Oltre alla fantasiosa delicatezza dell’inchiostro dei poeti, il calcio diventa poesia con i grandi campioni, con i cosiddetti “fuoriclasse”, che spesso da una strada di periferia hanno trovato la via del successo, riuscendo ad in incantare le platee del mondo intero. Pelè e Maradona, insieme a Lev Yashin, Paolo Maldini,
Franz Beckenbauer, Roberto Carlos, Roberto Baggio, Zinedine Zidane, Michel Platini,  Romario e  Johan Cruyff  rappresentano la “squadra dei sogni dei Campionati del Mondo FIFA”, secondo alcuni sondaggi fatti sul web. Tra i grandi calciatori di tutti i tempi potremmo elencarne almeno altri 100: Puskas, Di Stefano, Van Basten, Matthäus, Careca, Zico, Fabio Cannavaro, Franco Baresi e Zoff sono alcuni di questi. Resteranno per sempre nella storia e, utilizzando un termine calcistico, in un “corner” del cuore.
A Napoli, Maradona era ed è venerato ancora come un santo. “
Credo che uno dei grandi privilegi di chi fa questo mestiere sia dare felicità alla gente, e lui certamente rappresenta meglio di tutti questo concetto”, queste sono le parole del campione della Juventus Alessandro del Piero, in un messaggio di auguri sulla sua pagina web ufficiale, per il 50° compleanno di Maradona. San Gennaro, il santo patrono della città, ha perso probabilmente parte della sua popolarità negli anni napoletani del Pibe de Oro. Ai tempi del primo scudetto del Napoli, nel 1987, l’amore per Maradona iniziò a manifestarsi in modalità simili al culto religioso. Gli altarini a lui dedicati sono ancora oggi numerosi. Il più famoso si trova in via San Biagio dei Librai, subito dopo la piazzetta dedicata al dio Nilo. L’altarino contiene, in una teca, un capello del calciatore e una sua foto. San Gennà non ti crucciare, tu lo sai, ti voglio bene, ma ‘na finta ‘e Maradona scioglie ‘o sanghe dint’e vene  è una famosa citazione del film di Eduardo De Crescenzo, Il mistero di Bellavista. Diego era il re Mida del calcio, quando toccava il pallone le azioni si trasformavano in gol. La sua astuzia, la sua classe sopraffina  e la sua mobilità erano fuori dal normale.
 “San Gennaro perdona…Maradona no”, sosteneva il celebre telecronista partenopeo Luigi Necco in uno dei suoi simpatici interventi in Rai. Napoli divenne il paradiso del calcio, una delle squadra più seguite al mondo, come il mitico Real Madrid, era la squadra delle mille emozioni a partita, era per tutti la compagine del ragazzo riccioluto di Lanùs. Anche il palmarès del calcio Napoli si trasformò. Dopo anni di alti e bassi arrivò finalmente il periodo degli scudetti, delle coppe e del riscatto di una città troppe volte maltrattata dalla amministrazione e dalla criminalità organizzata. Oggi, a 20 anni dall'era Ferlaino-Maradona, il Napoli, uscito dalle ceneri di un fallimento datato 2004, è tornato a vivere e a far vivere, grazie al presidente Aurelio De Laurentiis. La debacle del club portò alla conseguente perdita del titolo sportivo. L'imprenditore cinematografico romano, rilevò il titolo dalla curatela fallimentare del tribunale di Napoli e iscrisse la squadra  in serie C.
Nel 2007 il club partenopeo conseguì la promozione in Serie A, dopo 6 anni di serie minori. A Radio Crc, nella trasmissione “Si gonfia la rete” del 3 maggio 2011, il giornalista Salvatore Biazzo disse: “Il Napoli è lo stato d’animo della città”, riferendosi alla situazione emotiva del nuovo ciclo calcistico a Napoli. La ricostruzione di Aurelio De Laurentiis, dell’ex direttore Pierpaolo Marino e allenatore Edy Reja, e degli attuali, Walter Mazzarri e Riccardo Bigon (mister e direttore sportivo rispettivamente), ha portato a risultati impressionanti in brevissimo tempo. L'attaccante della squadra partenopea Edinson Cavani, detto “el Matador”, per molti è già diventato “el Matad'Or”, dopo aver riconsegnato con i suoi tanti aurei gol il Napoli in Champions League, proprio come ai tempi di Diego. Allora la competizione aveva anche un altro nome, si chiamava “Coppa dei campioni”, ma la sostanza non cambiava.
Gli attaccanti titolari della SSC Napoli, Cavani, Lavezzi e Hamsik, vengono ormai considerati da tutti come il “tridente delle meraviglie”, ed è possibile un vero e proprio parallelismo con la Ma-Gi-Ca (Maradona-Giordano-Careca) dei tempi degli scudetti. Non dimentichiamo, però, altri importanti personaggi che hanno ridato luce a questa società, iniziando dalla serie  B e C: Paolo Cannavaro, Gianluca Grava, Emanuele Calaiò, Gaetano Fontana detto “Jimmy”, Gennaro Iezzo, “El Pampa” Roberto Sosa, Matteo Gianello, Francesco Montervino e tutti gli altri.
Il calcio Napoli nacque nel 1926 con il nome di Associazione Calcio Napoli, su iniziativa dell'imprenditore Giorgio Ascarelli, e nel 1964 divenne una S.p.a col nome di Società Sportiva Calcio Napoli. Dopo i trionfi degli anni d’oro e una serie di umiliazioni che portarono la squadra nelle serie minori, oggi questa società risplende nuovamente. Il calcio non è morto a Napoli, non morirà mai nel mondo.
Il “pallone” è dentro di noi, è parte della spirale della vita.
Il calcio è una pizza in compagnia, una gita allo stadio, è la pasta e patate offerta dalla signora Bruscolotti ai compagni di squadra di Peppe o l’asado a casa Lavezzi per i suoi amici e colleghi calciatori. Il calcio è anche la favola del Chievo Verona, che dai dilettanti riesce a raggiungere l’Europa League, o del Novara, che dopo 55 anni torna in serie A e ottiene la prima vittoria in campionato, battendo la pluriscudettata Inter 3 a 1. Conoscendo la storia di questo sport e la passione dimostrata dagli uomini nel tempo, non si può affermare in giro che il calcio è un mezzo di “distrazione di massa”. Si era sparsa questa voce, ma è pura follia. Diceva lo scrittore uruguaiano Jorge Luis Borges: “Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio.”
Da qui è tutto, a te Ameri!

Antonio Parrella
                                                                                                     Napoli, 21/09/2011

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