Preferiso lo stadio al 3D.


E’ domenica mattina, la sveglia suona alle ore 10, una doccia in fretta, vestirsi e recarsi alla fermata dell’autobus, oppure aspettare che il resto della compagnia passi sotto casa con una monovolume, una di quelle da 7 posti. Sembra una squadra di calcetto in ritiro precampionato, invece è solo un gruppo di festosi matti, vestiti quasi come al carnevale di Rio. I volti sono quelle naturali,  di una settimana intensa di studio o di lavoro.  Sciarpe e cappellini, magliette ufficiali o “tarocche”e qualche bandiera appesantiscono di colori l’auto in corsa. Quella grande e a scacchi è stata cucita dalla sarta della zona e della comitiva, la mamma di “Gnometto”. Anche i tifosi hanno i loro soprannomi, hanno un ruolo importante. L’ex allenatore serbo Vujadin Boskov diceva : ”calcio senza pubblico è come una donna senza seno”. Metaforicamente rende l’idea, anche se è meglio andare cauti con tali “anatomiche” affermazioni.
Dopo circa 20 minuti di viaggio si arriva in “terra santa”, ovvero  il quartiere dove è ubicato lo stadio. E’ un po’ presto per la gara delle 15 e allora tutti al bar più vicino, per mangiare un gelato o bere un semplice, ma gustoso, caffè tra amici. Ad un certo punto, buttando lo sguardo verso i cancelli dell’impianto sportivo si intravede una luce intensissima, è l’orario dell’apertura. Tutti in fila, si aspetta il proprio turno per varcare la soglia del paradiso, per raggiungere una delle vedute più suggestive per i tifosi, quella del campo da gioco.
Dopo la scelta del posto e dell’angolazione migliore, c’è il posizionamento dei giornali sui sediolini che non sono mai pulitissimi. Si parla di politica, si fanno commenti sulle gare precedenti di campionato, al telefono si prende in giro l’amico che non è presente, per causa dubbia o palese, come può essere un “secco no” ricevuto dalla fidanzata. Oggi, per fortuna, questo accade di rado, si va tutti insieme allo stadio: uomini, donne, bambini, giovani,  anziani e spesso c’è anche qualche infiltrato pronto a gufare, o un tifoso acquisito arrivato dalla Cina o dal Senegal. La domenica calcistica è  multietnica, come il resto del mondo sportivo e di quello più civile.
Manca circa un’ora dalla gara e tra un bicchiere di cola e una chiacchierata viene proprio voglia “del panino”, quello preparato a casa nelle ore antimeridiane e nascosto bene nel giubbotto o nella borsa a tracolla.  Ecco, si iniziano a mescolare gli odori e i gusti culinari dei tifosi: panino salsiccia e “friarielli”, filone di pane intero con cotoletta e patatine, rosetta con la mortadella,  sfilatino con prosciutto, pomodoro e mozzarella, la classica frittata di maccheroni, un toast o una piadina, giusto per fare qualche esempio. Una sorta di picnic tra amici, “soltanto” 50-60 mila persone in gita. C’è sempre qualcuno che fa la dieta dimagrante, per motivi di salute o per sentirsi bello dinanzi allo specchio, ma il tifoso doc escalama all’amico : “devi mangiare, altrimenti come fai a sostenere la squadra?!” Inoltre, sempre Boskov ai tempi della Sampdoria, con la sua pungente ironia disse:  “Non ho bisogno di fare la dieta. Ogni volta che entro a Marassi perdo tre chili”, ricordando la tensione che trasmette una partita di calcio, soprattutto quella casalinga.
Durante gli ultimi bocconi,  i calciatori fanno il loro ingresso in campo per il riscaldamento. Iniziano le scommesse,  minuto del primo gol e nome del marcatore sono quotatissimi, sembra di puntare un numero alla roulette di un lussuoso casinò americano. Si sentono anche le prime urla scimmiesche e il saltellare come canguri, che fanno pensare più ad una jungla o ad una savana che ad una evoluta città. E’ solo fantasia, si sogna di vincere il match, conquistare quei tre punti che servono a migliorare la classifica e risollevare il morale del vicinissimo lunedì lavorativo. Allo stadio non ha tanto valore il denaro, almeno per 90 minuti, povertà e ricchezza vengono lasciate a casa. Peter pan a confronto diventa un vecchietto senza dentiera.
L’attesa aumenta, in sottofondo qualche musica da parrucchiera, poi parte il successo dell’estate e tutti insieme a ballare. Lo stadio diventa una grande discoteca, aperta a tutti, senza limiti di età e sotto il sole bollente di una domenica pomeriggio.
In curva, come negli altri settori, c’è  chi prepara la scenografia, chi espone uno striscione passionale o di protesta, chi purtroppo fuma e chi inizia ad intonare i primi cori. Poi arriva l’ingresso ufficiale delle squadre, si grida “olè” al nome dei titolari in campo, questo è un altro rito comune, internazionale. L’ovazione per il campione numero uno della squadra sembra una esplosione atomica, ma che costruisce e non distrugge.
Alle ore 15 parte la gara, i giocatori si muovono  dietro ad un pallone al ritmo delle mani degli appassionati, sull’onda di una canzone d’amore, una sorta di serenata del pallone. “Fu come un patto, fu come un pegno,  per dire ancora ci sarò quando uniremo le nostre vite in un alè-o-o'”, cantava Claudio Baglioni nel lontano 1982, toccando il tema unificante del calcio e del tifo.
Al 15’ il capitano dribbla 3 avversari, fa un cross al centro dell’area di rigore e di testa l’attaccante mette la palla in rete. Sullo stadio c’è una festa senza precedenti, i vicini di posto si abbracciano come se fossero lontani parenti tornati in patria, sullo stile di “Carramba che sorpresa”. Scendono giù anche le lacrime insieme ai sorrisi, soprattutto quando la gara è sentita, è quella decisiva.
Alla mia sinistra c’è un ragazzo tunisino sulla trentina,  innamorato della squadra di questa città. Vorrebbe tornare nel suo paese ogni weekend per abbracciare moglie e figli, e mi confida che nonostante tutto è fortunato, almeno una volta a settimana ha una famiglia anche in Italia, quella dello stadio.
Intorno al 30’ del primo tempo, un contropiede della squadra avversaria fa saltare tutti gli schemi difensivi e il bomber di turno, come un cecchino, non fallisce l’occasione del gol. Sugli spalti 10 secondi di silenzio e poi ricomincia il coro: “non molleremo mai, non molleremo mai…”
“E’la dura legge del gol, fai un gran bel gioco, però, se non hai difesa gli altri segnano e poi vincono”, questa canzone del 1997di Max Pezzali calza a pennello, i padroni di casa dovevano fare attenzione!
Si gioca, si corre, si suda, si tifa e al 46’, dopo un solo giro di lancetta in più, le squadre si dirigono verso gli spogliatoi.
Qualcuno coglie l’occasione per chiamare a casa e fare un commento a caldo direttamente dallo stadio, una sorta di inviato speciale, ma di famiglia. Anche dalla poltrona del salotto si assapora un po’ di festa, ma allo stadio la musica è diversa, è come un grande concerto live…tutt’altra musica!
Ore 16 circa, le squadre ritornano sul terreno di gioco per il secondo tempo. La gara è avvincente già dai primi secondi, si sente la carica dei coach. Il pubblico si diverte ad ogni azione da gol dei propri beniamini e al 65’, il capitano direttamente dal calcio d’angolo colpisce il palo, che brividi! Soltanto due minuti dopo viene assegnato un calcio di rigore, gli avversari giocano duro e questa è la giusta punizione. Il pubblico inizia a tremare come agli esami di maturità, un brivido percorre la schiena, c’è la paura del possibile errore.
“Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia…”questo è l’incoraggiamento del cantautore Francesco De Grogori al ragazzino di 12 anni protagonista della sua canzone. Il brano  dell’artista romano è stato poi inserito da Gabriele Salvatores nella colonna sonora del film Marrakech Express, su sollecitazione di Diego Abatantuono, come dichiarò lo stesso regista:  “È stato Abatantuono a caldeggiare molto la canzone di Francesco, dato che a lui piaceva molto, ed effettivamente parla quasi della stessa storia del film.” Nelle canzoni, nei film, nella storia quotidiana, il calcio è molto presente, è una bella metafora della vita.
Nonostante gli incitamenti, il portiere avversario para il tiro che risulta un po’ debole e centrale, che peccato, poteva esserci il sorpasso.
L’uomo col megafono  grida forte: “incitiamo i nostri campioni, inctiamo i nostri eroi” e prima le curve e poi lo stadio ricomincia a cantare fino a quando la voce rauca intona un colpo di tosse. Basta mezzo bicchiere d’ acqua e si continua  a tifare con la forza della passione, senza propoli. Qui si rischia il mutismo per i prossimi due giorni, ma al futuro immediato non ci pensa nessuno. Medici, avvocati, gelatai, salumieri, insegnanti, idraulici, elettricisti, studenti, disoccupati, un po’ tutti parlano quel linguaggio da stadio, a volte simpatico e a volte un po’ blasfemo.  Le gare in casa sono belle e bisogna pazientare, l’obbligo è incitare tanto e possibilmente non fischiare. Ma i tifosi sono generosi, sanno attendere e allo stesso tempo sanno anche trasmettere un calore unico, un vera pozione segreta, un energy drink di adrenalina e serenità. Quei ragazzi muscolosi che corrono dietro ad un pallone, sono pur sempre dei giovani uomini, sentono la pressione della piazza, meglio aiutarli. Bisogna avere “pacienza” e come dice lo scrittore Erri De Luca “è bella la pacienza in napoletano perché mette un po' della parola pace dentro la pazienza.”
I minuti passano velocemente, vagheggiano sul corpo come rocce in una valanga, e dopo l’80’ la domanda ricorrente è: “quanto tempo manca alla fine della partita?”. Tutti incrociano le dita, fanno ancora vibrare le stanche corde vocali.
Un improvviso  passaggio filtrante dal centrocampista dai piedi buoni arriva ad un compagno di squadra, che dalla fascia si inserisce tra i difensori avversari  e come un fulmine segna la rete più emozionante della giornata,  quella del 2 a 1. È ancora festa, gli “amici dello stadio” saltano, si abbracciano, si baciano, sono innamorati. Allora è vero, ogni tanto può scoppiare la pace.
Manca veramente poco alla fine dell’incontro, ci sono gli ultimi incitamenti e gli ultimi sospiri per un gol sbagliato dagli avversari  nell’aria piccola.  L’arbitro guarda il cronometro , porta il fischietto alla bocca e dichiara la fine della gara e dell'orgia calcistica d'una città esaltata. La squadra del cuore è prima in classifica, il campionato però è lungo e già si pensa alla prossima gara. L’inno della squadra di casa accompagna i tifosi all’uscita dal palcoscenico del gol.
In tanti hanno visto la partita in tv, addirittura qualcuno ha indossato gli occhialini per il 3D, una nuova tendenza nel campo degli elettronica. In uscita sul mercato ce ne sono diversi tipi di questi televisori speciali, addirittura i nuovissimi riprodurranno filmati nelle 3 dimensioni ma senza lenti. Funzionano  generando una serie di immagini ottimizzate a seconda degli angoli di visualizzazione , sempre diverse per l’occhio destro e sinistro. Poi una telecamera riconosce la posizione dello spettatore e decide l’esatta coppia di immagini da inviare perché siano visibili al meglio dalla posizione in cui si trova seduto. Il costo dei futuristici televisori è elevato, intorno agli 8000 euro, come nel caso di quello costruito da Toshiba e presentato all’Ifa 2011. Queste apparecchiature saranno  sicuramente delle comodità, delle simpatiche invenzioni, ed è anche ulteriormente vero che lo stadio non può contenere tutti i tifosi di una città, ma ogni tanto unaa gita al campo di calcio fa bene al sistema cardiovascolare  (altri apparati e organi compresi). Le emozioni sono centuplicate  in questo magico luogo, c’è il profumo della realtà, della gente comune e dell’erba calciata col pallone. Sono sensazioni che  non percepiremo mai da uno schermo piatto, talvolta in tutti i sensi.
Pasolini affermava che “Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, quindi ogni “fedele del pallone” è obbligato a recarsi almeno una volta durante il campionato, alla cattedrale dal prato verde.

Antonio Parrella

Napoli, 30/09/2011

 

 

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