Un po’ di “ecologia del Natale”. Euphorbia pulcherrima, l’albero e il cavolfiore.

di Antonio Parrella

 

Quando si pensa ad una pianta natalizia non si può far altro che menzionare la più famosa “Stella di Natale” dal complesso nome scentifico Euphorbia pulcherrima. Le sue origini derivano dal Messico dove la pianta cresce spontanea. È una pianta tipicamente fotoperiodica o brevidiurna; per questo la sua fioritura avviene in pieno inverno quando le giornate sono più corte. Durante il periodo invernale e soprattutto a dicembre è necessario esporre la pianta alla luce diretta del sole per non perdere in breve tempo la sua bellezza e quel colore rosso intenso che tanto rallegra i giorni della festa.
L’albero di Natale con il presepe è una delle più diffuse usanze natalizie. Si tratta in genere di un abete, il peccio (o abete rosso) in Italia mentre nei Paesi nordici e nell’Europa Centrale si usa l’abete comune (o bianco). Più raramente si usano pini o altre conifere sempreverdi, ma possono essere usati anche altri tipi di alberi naturali o quelli artificiali. Oltre a risultare pratici ed economici, gli alberi artificiali garantiscono la salvezza di molti esemplari reali e possono essere l'unica soluzione per coloro che soffrono di particolari allergie.
Le piante sempreverdi richiamano il perpetuarsi della vita anche in inverno, un simbolo quasi universale che nei secoli ha conquistato il mondo. L’albero è anche un miscuglio di leggende e storie che hanno colpito gli uomini dritto al cuore. La più bella leggenda narrata è quella di un taglialegna che, tornando a casa in una notte ghiacciata ma illuminata dalla luna, vide uno spettacolo meraviglioso: le stelle che brillavano attraverso i rami di un pino ricoperto di neve e di ghiaccio.
Per spiegare a sua moglie la bellezza di quello che aveva visto, l'uomo tagliò un piccolo pino, lo ricoprì di nastri bianchi e di piccole candele per rappresentare il ghiaccio, la neve e le stelle.
La moglie, la gente e i tutti i bambini del vicinato furono così meravigliati di vedere quell'albero e sentire il racconto del boscaiolo che da allora ogni casa ebbe il suo albero di Natale.

Quando a Napoli, però, si parla di piante natalizie non bisogna trascurare quelle solitamente non ornamentali come il cavolfiore, pianta appartenente alla famiglia delle Brassicacee famosissima per l’utilizzo in cucina. Pancia mia fatti capanna, e la capanna in tema natalizio e quindi presepiale ci sta proprio bene!
Il cavolfiore (Brassica oleracea), detto anche cavolo bianco, nonostante sia una pianta di una bellezza sia artistica che naturale unica, tenendo presente anche le altre e più particolari varietà, nel periodo di Natale è la base di un piatto tipico della tradizione napoletana. Non lo vedrete nei vasi e nemmeno in plastica per le decorazioni di case, strade e negozi, ma solo in vassoi su tavole imbandite.  E’ l’ingrediente principale della cosiddetta “insalata di rinforzo”. Al cavolfiore lessato vengono aggiunte poi olive, acciughe e verdurine sott'aceto (tra le quali le famose “papaccelle”, ovvero dei peperoni corti e polputi conservati con l’aceto), il tutto condito con dell’ottimo olio di oliva e sale. 
La pianta del cavolfiore ha un modesto contenuto nutrizionale, con modeste quantità di glucidi ed ancor meno di proteine. Per i composti minerali, e microelementi presenti in ampia varietà, è però molto utile per ricostituire le riserve minerali dell'organismo. Per l'elevato contenuto in fibre e per la presenza di parte cellulare vegetale ha elevato potere saziante, soprattutto se unito, come è tradizione, a pasta o legumi. Per i suoi effetti di ricostruzione vitaminica, rimineralizzante, e soprattutto promotrice del movimento intestinale svolge azione preventiva di molti tumori (appunto dell’intestino), e combatte le ulcere gastro-duodenali. Inoltre per la netta azione osmotica delle foglie fresche, queste sono usate per disinfiammare le contusioni.

I più importanti composti minerali contenuti sono zolfo, calcio, fosforo, rame, iodio, selenio, magnesio. Quando vengono cotti, tutti i cavoli emanano un cattivo odore perché sono ricchi proprio di composti dello zolfo, che vengono liberati dalla cottura. Tutti i cavoli (soprattutto se freschi) sono ricchi di vitamine, soprattutto vitamina B1, e vitamina C. Quando iniziò l'epoca dei viaggi navali su lunghe distanze, con la scoperta dell’America, tale fatto pose una drammatica questione: come contrastare lo scorbuto ovvero al carenza di vitamina C. Infatti senza toccare terra, e senza cibi freschi, si mostrarono subito, nei marinai, gravissimi problemi di tipo organico, nervoso e gastrico. Sulle navi come soluzione furono utilizzate scorte di agrumi ma soprattutto cavoli, grazie alle loro importanti proprietà e alla possibilità di reperirli anche nei Paesi nordici.

Il cavolo e le altre piante della stessa famiglia hanno mostrato una straordinaria capacità di raccogliere, e fissare nei propri tessuti, i minerali contenuti nel suolo, spesso essenziali per l'alimentazione umana, ma anche metalli pesanti che spesso sono tossici come cromo, piombo, cadmio e arsenico.
Per tale uso sono state utilizzate coltivazioni di altre piante della famiglia su suoli inquinati da questi nocivi metalli, per depurarli; i metalli pesanti sono poi estratti e concentrati. Coltivando piante di cavolo a scopo alimentare è quindi bene assicurarsi che i suoli non siano inquinati.

“Salvare capra e cavoli” ci verrebbe da dire! Ammirando le infinite bellezze della natura come un paesaggio di abeti o il Vesuvio innevato, una sorta di pandoro napoletano, oppure mangiando un bel piatto ricco ricordiamoci sempre di salvaguardare la natura, l’ambiente e le tradizioni.

 

Napoli, 20/12/2011

  

 

 

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