Nicola De Corsi

di Adolfo Mutarelli

Nicola De Corsi nacque nel 1882 ad Odessa da padre italiano e da madre russa; rimasto orfano di padre, ancora bambino la sua famiglia si trasferì in Spagna, terra in cui frequentò le scuole superiori che avrebbero dovuto avviarlo alla carriera diplomatica.

Alla vigilia degli esami di baccelliere, sentendo urgente l’esigenza di sottrarsi alla rigida educazione dei suoi tutori, il giovane De Corsi prese l’improvvisa decisione di fuggire di casa per aggregarsi ad una carovana di zingari di cui aveva conosciuto il capo in una delle tante taverne di Madrid. Iniziò così la sua vita da girovago ed in cui si procacciava da vivere ritraendo, in piccoli schizzi o disegni, la gente che incontrava sul suo cammino.

Durante gli anni delle sue peregrinazioni al cospetto di un paesaggio sempre vario e mutevole, lentamente maturava la sua vocazione pittorica. Furono anni di vita intensa in cui il pittore cavò dallo sfondo della provincia spagnola il colore ed il calore dei volti delle folle spettatrici dei mirabolanti spettacoli notturni  degli zingari. Ricongiuntosi con la madre a Roma conobbe Carlo Siviero che sponsorizzò, con successo, la sua ammissione all’Accademia di San Luca che tuttavia, essendo uno spirito irrequieto, frequentò assai poco. Dopo il soggiorno romano madre e figlio giunsero a Napoli, una città che lo avvinse subito tanto da diventare  (pressoché) l’unica fonte di ispirazione delle sue tele. Nel 1934 si stabilì definitivamente a Torre del Greco, località in cui molto spesso aveva trascorso le vacanze estive dopo il suo arrivo in Campania (1900).

Russo di nascita, spagnolo negli anni di vita della sua gioventù, italiano di padre, napoletano di adozione, in quale misura tutto questo è rimasto nelle sue tele?

La visione pacata e placata delle sue marine dagli infiniti toni sembrerebbe quasi volerci distogliere da questo esame che risulta invece essenziale per la comprensione della sua pittura.

Se mai nessuno è riuscito a possedere “il cuore del mare, il mistero dei suoi colori, il bagliore dei suoi riflessi,  la pace delle sue insenature fuori del tempo, ebbene si può affermare che Nicola De Corsi ci è giunto vicino  dando fondo a tutte le sue forze e a tutto il suo genio.

Paesaggi marini che l’Autore, riportava sulla tela con felicità d’interprete nell’ ansia indomabile di raccogliere e fare suo semplicemente il «vero».

Semplicità che, felice intuizione di Renato Guttuso, “non vuol dire ovvio, convenzionale, è solo una definizione a posteriori; ma risultato di un’esperienza profonda, di un’indagine del reale senza soste che per esprimersi non ha bisogno di alcun contorcimento, di alcuna complicazione concettuale”.

Il russo di Posillipo, come venne ben presto soprannominato, ripose quindi nel mare i colori della sua tavolozza. Facendo propria la tradizione del nostro Ottocento di cui rimanevano ancora maturi patriarchi Dalbono, A. Pratella, Caprile, Rubens Santoro, andò ad infoltire una più giovane schiera di artisti costituendo  con Viti, Ricchizzi, Villani e Galante le nuove più serie promesse del tempo. Dinanzi ad una sua opera giovanile  Vincenzo Gemito osservò: < è un giovane la cui abilità dipende dall’intuizione pittorica e dal fatto che ogni buon lavoro, come questo qui, nasce senza sforzo da una intensa e involontaria capacità tecnica>.

E di naturale capacità tecnica era dotato Nicolas Corsi come dimostra la sua produzione di acquerelli, oggi introvabili, in cui con assoluta freschezza di intenti e di esito ritrae un cangiante mondo di luce . Particolarmente significativo è  l’acquarello “La casa del pescatore” in cui una luce solare invadente dà colore e gioia al bianco spento di una  casa di pescatori povera sì, ma “ ‘n pizzo” al mare…

Acquerelli quelli di De Corsi che vennero particolarmente apprezzati a Milano alla Mostra Internazionale dell’acquerello del 1923.

Se   De Corsi fu definito il «pittore del mare» ciò non deve significare, che il paesaggio marino abbia da solo assorbito il suo interesse,  in quanto fu anche autore di smaglianti notturni.

Notturni come «La festa dei quattro altari», «Luna Park», «Fuochi a mare»  rimangono delle vere  pietre miliari nella storia della  pittura napoletana del tempo e che, data la difficoltà di esecuzione, nessuno – anche tra coloro che hanno fatto della sua pittura il proprio archetipo – ha tentato mai d’imitare. Non è pertanto un caso il successo che il suo lavoro “Effetto sera” riscosse all’esposizione Internazionale di Roma del 1905.

In questi notturni c’è molto  più del semplice possesso della tecnica d’esecuzione: c’è tutta  partecipazione emotiva dell’autore.

Nella vivacità dei  colori, nell’incandescente e improvviso intreccio di luci, nella misteriosa mobilità della folla riaffiora il suo passato da «girovago». Nelle sue feste calate nella notte affiora lo sguardo incantato di un ragazzo su  un mondo nuovo brillante di luci evanescenti . Né possono dimenticarsi i notturni  che intorno agli anni ‘20 l’autore dedicò a Venezia. Notturni talora incandescenti di luce e talora immersi nel silenzio notturno della laguna.

Realtà e fantasia che trovano punto d’incontro e possibilità di coesistenza nella sensibilità dell’A., concorrendo così con varia intensità alla soluzione di quel problema luministico che il De Corsi, anche se con ritardo rispetto all’esperienza francese, sentì con pressante necessità. 

Talora, volendo evidenziare la sua estraneità al fermento che in quegli anni rivoluzionava il mondo dell’arte in Europa, si è tacciata la sua pittura di provincialismo negando addirittura alle sue opere quel carattere di ricerca oggettiva che fu loro proprio. Se è vero che il de Corsi non si fu trascinato nel vortice  sperimentale di nuove poetiche questo avvenne non tanto perché volle limitarsi  a ritrarre il mare con placido edonismo, quanto per l’urgente esigenza con cui sentì il problema luministico che lo spinse sì a dipingere il mare ma per ritrarlo, come diceva, dal «di dentro». Ricerca personale quindi che, se pur scevra da contatti con la cultura contemporanea, realizzava nel modo più congeniale le aspirazioni ed il nodo emotivo di Nicola De Corsi. Ed è rispetto a questi obiettivi che si deve apprezzare la coerenza pittorica di questo artista.

Sarebbe un errore aspettarsi una realtà sempre rivoluzionaria ed infatti l’A. con il suo richiamo all’«obiettivo vero» costituisce – forse senza neanche averne avuto l’intento – un monito a non cedere con troppa facilità, anche se con poca partecipazione, alle mutevoli e caduche determinazioni del gusto e della moda. Tuttavia non bisogna credere che fu artista assente dal circuito  delle più significative  esposizioni :  partecipò alla Promotrice di Firenze del 1992,1927 ed alla Promotrice di Napoli del 1904, 1911, 1912, 1913, 1914,1915-16,1916-17,1920-21,1922; sue opere sono presenti alla Biennale di Venezia del 1910, ed alle Biennali di Roma e di Napoli del 1921 ed ancora alla quadriennale di Roma e di Torino del 1931. Il dipinto “La vela” fu acquistato dalla Galleria d’Arte Moderna di Bucarest; “Impressioni di luna nel porto di Napoli”, esposto alla Mostra Nazionale di Milano del 1906, venne acquistato da Vittorio Emanuele III.

Un artista, dunque, che racchiuse nelle piazze, vie, vedute, angoli d’una medesima città tutto il suo universo attraverso le sollecitazioni emotive provenienti dall’esterno e perché no…. dal mare.

De Corsi moriva a Torre del Greco nel 1956 forse ammirando un’onda e il suo ritorno.

  

 

 

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