La Napoli “sublime” di Carmela Politi Cenere.

 

di Antonietta Mirra

 

La soglia del sublime. Amori napoletani (Graus, 2012) della scrittrice e giornalista Carmela Politi Cenere è un’opera meravigliosamente immersa in un clima fatto di racconto e poesia. L’arte del saper narrare le emozioni umane qui splende in tutta la sua essenza, evocando attraverso semplici parole una storia che valica i confini del tempo, accogliendo tra le proprie braccia l’alito dell’eternità.

Carmela Politi Cenere ha all’attivo numerosi scritti e altrettanti riconoscimenti ottenuti grazie al suo profondo e costante impegno sia nella poesia che nella prosa. Importante il riconoscimento ricevuto da parte del Presidente della Repubblica a favore della XVII edizione del Premio letterario Emily Dickinson di cui la scrittrice è fondatrice e presidente dal 1989.

Un altro evento altrettanto significativo legato alla sua carriera è la tesi di laurea di Federica Carandente, intitolata "Tra realtà storica e immaginazione", incentrata su tutta la sua produzione letteraria, immersa in un clima dove la realtà e la fantasia acquistano nuovi ed entusiasmanti significati.

La soglia del sublime è un racconto ambientato tra le due guerre mondiali e che vede come protagonista una famiglia il cui cuore e la cui generosità s’impongono sulle miserie e le devastazioni dell’epoca: la storia di Francesco Canta, marito di Cettina e padre di tre splendidi figli di cui si prende cura in tutti i modi che gli sono concessi, con rispetto, amore e determinazione. Egli decide di partire per l’America, subito dopo la conclusione del primo conflitto, per guadagnare i soldi necessari affinché il futuro dei propri figli sia assicurato. I Canta sono napoletani ma vivono a Teva, un paesino raffigurato come una valle cullata tra due monti, in una casa molto grande che affaccia direttamente sulla campagna incontaminata. Possiedono terre e favori ma la crisi economica di quei anni non ha risparmiato neanche loro. Così Francesco per tre anni rimane lontano dalla sua famiglia in nome di una rinnovata speranza e per non lasciare nulla di intentato in nome di un futuro che appare ancora troppo enigmatico.

Carmela Politi Cenere attraverso il suo stile poetico e profondamente riflessivo riesce a raccontare di un mondo senza privarlo della sua realtà e della sua miseria. Attraverso la sua penna attenta e il suo sguardo dolcemente indagatore entriamo nelle case e per le strade di Napoli, nei vicoli e nei palazzi, nelle botteghe dove l’anima della gente viene descritta con fervida e puntuale immaginazione, rendendo quelle immagini come schizzi colorati ed estremamente vividi. La scrittrice racconta senza risparmiarsi, così facendo permette a noi lettori di comprendere quali erano le tristezze e le povertà di quei giorni, le nefandezze a cui tutti erano costretti a sottostare, le cattiverie e le malvagità, gli usi e i consumi, rendendo questo libro anche un racconto della storia e di ogni sua verità. Su tutto però si erge incontrastato un elemento tanto sognante quanto profondamente radicato nella terra e nel cuore di ogni essere che vive e respira questa vita: l’amore.

La soglia del sublime esprime la volontà di rappresentazione di un mondo in cui è forte il contrasto tra ciò che si è perso e che si sta ancora perdendo e ciò che invece è eterno e che non perderemo mai: il vero affetto che ci lega a chi amiamo, sia esso un figlio, un genitore o un amico. Il sublime, come sosteneva Kant, è concentrato nella grandiosità della natura, nella sua forza annientatrice, nella sua contemplazione come qualcosa di talmente grande da essere inarrivabile. Ma è proprio nella consapevolezza che l’uomo è capace di agire in senso morale e quindi nel giusto e nel rispetto dell’umano, che egli può sentirsi superiore rispetto a quella stessa natura che è talmente grande nella sua potenza da spaventare ed attrarre nello stesso tempo. Il concetto di sublime diventa simbolo di un’intera arte, quella romantica, piena di quadri in cui sono gli uragani, le tempeste ad essere i protagonisti di una visione in cui la dinamicità del sublime prende il sopravvento e non la sua semplice contemplazione.

In questo libro il concetto di sublime in senso romantico è molto forte, lo è nelle descrizioni vive delle disgrazie e delle perdite della guerra, e lo è nella capacità di narrare sentimenti armoniosi e mai fugaci, sui quali si erge incontrastato il primo fra tutti, l’amore. Anche Schopenhauer ricorre alla definizione di sublime contrapponendola a quella di bello, sostenendo che quest’ultimo è esclusivamente legato alla contemplazione di qualcosa che provochi semplicemente piacere mentre il sublime supera la soglia di ciò che è comprensibile, provocando nell’anima di chi lo osserva sentimenti contrastanti come la paura e l’attrazione. Il sublime è taciturno così come sembra essere silenziosa la scrittura dell’autrice che, con mano guantata come fosse di velluto, fa scivolare le parole provocando brividi e sorrisi. La sua capacità di raccontare senza ferire anche gli episodi più tristi, senza giudicare, sempre in punta di piedi, osservando e comprendendo, si esprime in un linguaggio carico di citazioni letterarie che aiutano a comprendere i sentimenti e i pensieri che stanno alla base dell’intera storia. Uno spaccato di vita in cui è l’amore ad essere il vero e incontrastato protagonista, un amore che dura nel tempo, che supera i dolori e le aspettative, che si rinnova e rafforza ogni giorno e che passa da cuore a cuore, dai genitori ai figli, rinnovando continuamente la propria promessa.

Cettina e Francesco si amano e sono gli emblemi di questa meravigliosa storia, lo saranno in vita e lo saranno dopo la morte. Lo stesso stato d’animo si ritrova nei giovani, attraverso le figure di Giulia, figlia di Francesco e di Gennaro, bellissimo soldato al servizio della guerra. Anche i loro cuori sono puri, figli della più naturale speranza e attraverso la loro unione si avvera il miracolo di una nuova vita dopo i dolori e le privazioni della guerra. Le loro mani unite diventano il simbolo di una visione, che li accompagna in quella che l’autrice chiama la casa delle meraviglie, l’alcova dei sentimenti eterni e del ricordo. E’ proprio attraverso le parole di Gennaro che comprendiamo qual è il significato di sublime. Egli lontano dalla sua amata, lottando per la sopravvivenza e combattendo per l’Italia, ricorda la sua innamorata soltanto guardando la sua foto che egli associa ad un’inestimabile bellezza. E dunque è vero che sarà la bellezza a salvare il mondo? E cos’è la bellezza se non l’amore stesso e quindi il sublime? Terrore e ardore, carnalità e spiritualità, passione e tormento. Sono questi i ricami con cui le tele del sublime s’intrecciano. Il sublime nell’arte come nella vita è la bellezza, compendio di infinite sensazioni tanto grandi quanto sono più contrastanti, proprio come l’amore che fa ridere e soffrire, fa battere il cuore e fa morire. Amore è Eden e inferno, miracolosa testimonianza che anche nella povertà più assoluta, anche quando è la materialità ad assumere un valore troppo grande per essere ignorato, il sentimento puro e vero diventa esso stesso fonte del sublime perché è capace di innalzare la vita dei protagonisti oltre le miserie e le infinite perdite.

Lo stile narrativo carico di poesia è armonioso, romantico, capace di raccontare il bello e il cattivo, senza mai dimenticare lucidità e speranza. La delicatezza non sfocia mai nella vergogna anche affrontando i temi più scottanti come la prostituzione e il tradimento. La penna segue l’anima della scrittrice, pura e sincera, veritiera conoscitrice dei dubbi e delle paure così come dei sogni di ogni essere umano. La sua sensibilità le permette di narrare storie di degrado e privazione senza mai far loro perdere la dignità, sempre nel rispetto dell’umanità, quasi come se fosse tutto ovattato, protetto dalle mani sapienti ed esperte di una donna che sa raccogliere i sussurri di coloro che hanno sofferto come di quelli che hanno vissuto. Su tutto emerge la famiglia Canta, l’unica incontrastata protagonista: la sua generosità, la sua disponibilità, l’animo caritatevole dei suoi componenti che diventano espressione di un mondo incontaminato, di un mondo nel mondo dove davvero la bellezza può salvarci tutti, indistintamente, la bellezza dell’anima come riflesso di ciò che viviamo, costruiamo, creiamo.

La soglia del sublime è una celebrazione dell’amore dalle prime pagine fino alle ultime. L’ambientazione scelta funge da incentivo per far apparire i sentimenti buoni e sinceri ancora più splendenti nella loro consistenza e realtà.

Omnia vincit amor (l’amore vince su tutto) è l’emblema di questa dolcissima storia che spiega quasi accarezzando chi legge, con sapiente maestria e conoscenza, come il sublime sia la ricerca costante dell’amore prima della vita, nella vita e oltre la morte. Le parole ci cullano lente e morbide, setose scivolano come le foglie che cadono baciate da un tiepido sole. Parole che ti sfiorano, che fanno venire i brividi, che ti spingono a riflettere e che ti scuotono.

La potenza dell’arte della parola si condensa in queste righe, quasi come se fossero tanti versi, pronti a trasformare l’umano dicibile in bellezza divina e impossibile.
Il sublime non siamo altro che noi e la nostra umile ma forte capacità d’amare, conservata per sempre nel cuore. Solo esso è in grado di cogliere l’inafferrabile, di percepire, proprio come sosteneva Kant, anche ciò che è impronunciabile, incomprensibile, ma con i sentimenti ognuno di noi ha la possibilità di andare oltre, di raggiungere quella soglia più alta che ci fa sentire anime meritevoli di questa vita.

(Napoliontheroad, 19/05/2014)

 

     

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