Abbattuto l'ecomostro di Alimuri.

L’addio della Penisola Sorrentina al suo Mostro, tutt’altro che Eco.

di Annalisa Lupo

1.200 cariche di esplosivo da cinquanta grammi ognuna per cancellare uno dei più celebri ecomostri d'Italia.

Una detonazione e dodici secondi per restituire la spiaggia di Alimuri, tra Vico Equense e meta di Sorrento, a turisti e residenti. L'abbattimento è avvenuto 50 anni dopo il blocco dei lavori e una lunga battaglia giudiziaria. Dal mare, a bordo di una nave veloce messa a disposizione dalla Snav, la demolizione trasformata in un evento-spettacolo è stata seguita da circa 250 invitati, vip e giornalisti. Sulla spiaggia di Meta di Sorrento si sono raccolte alcune centinaia di persone, tra cui alcune scolaresche ed una quarantina di barche che hanno seguito l'evento dal mare. Svariati i commenti su tv e social, difficile da spiegare a chi è lontano da questa realtà il perché di tanto clamore.

Quello che sarebbe dovuto essere un albergo di lusso, da 150 camere, a picco proprio sul promontorio di Punta Scutolo, oggi è solo un ammasso amorfo di calcinacci che saranno rimossi nel giro di poche settimane.  L’imponente gigante si è accartocciato su se stesso lasciandosi avvolgere da una folta coltre di fumo portata via dallo scirocco, una pioggerellina di detriti ha rotto lo specchio piatto di mare antistante la spiaggia e pochi istanti dopo, un cumulo di macerie era quanto è rimasto del titano dopo l’implosione. Mentre da una barca del comune di Vico Equense venivano liberati nel cielo migliaia di palloncini colorati.

 Il più longevo ecomostro della costa sorrentina e forse del Paese. Lo scheletro di cemento di un edificio, abbandonato, grande 18 mila metri quadrati distribuiti su cinque piani, costruito a partire dal 1964, i cui lavori si fermarono negli anni ’70 a seguito di alcuni problemi giudiziari e forti proteste dei comitati locali ambientalisti. Tralasciando, per un attimo, lo scempio ambientale, negli anni si sono spesi fior fiore di denari per la “messa in sicurezza” del rudere; diverse squadre di operai si sono succedute negli interventi; nei cosiddetti lavori di ‘protezione’: è stato necessario dover apporre un’imbracatura di reti metalliche per impedire ai bagnanti di avventurarsi sui cinque piani di solai sgretolati, pericolosi trampolini di folli tuffi, e per salvare la struttura dal costone retrostante che si sta sfaldando. Cronaca fissa di ogni estate ha visto qualche incosciente inerpicarsi sulla costruzione, infrangendo l’ordinanza di divieto di transito nell’area, desideroso di ammirare dall’alto il panorama o nel tentativo di praticare qualche sconsiderato tuffo. Stesso scenario d’inverno quando la struttura si prestava a divenire covo per spacciatori e tossici, addirittura, causa imprudenza, è capitato che ci scappasse il morto.

Analizzate le premesse, adesso, è facile capire perché quello che per molti è solo un atto dovuto, un necessario adempimento per riequilibrare l’abuso commesso anni a dietro, per la popolazione locale è qualcosa in più; una sorta di liberazione dall’oppressione di un mostro: brutto, fatiscente e pericoloso. Questa demolizione ha un profondo significato, indica la capacità di porre fine a qualcosa di sbagliato, dichiara a chiare lettere che nonostante tempi siano lunghi ed il percorso piuttosto irto, la giustizia, inesorabilmente, compie il suo corso, seppur lentamente (forse un po’ troppo), ma in ogni caso giunge sempre alla meta.

 

Guarda il Video: http://bit.ly/1xZhoCU

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02 Dic. 2014

 

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