Il sound alcolico degli “Slivovitz”

di Elena Lopresti

Forse quando cominci ad alzare un po’ il gomito con lo “Slivovitz”, acquavite ungherese nata nei ghetti ebraici, inizi a mischiare le immagini e il mondo diventa una miscela di colori e fantasie. Ecco, non stiamo dando degli alcolizzati ai sette musicisti napoletani - Vincenzo Lamagna al basso,Salvatore Rainone alla batteria, Marcello Giannini alla chitarra, Ciro Riccardi alla tromba, Derek di Perri armonica a bocca e Riccardo Villari al violino-  ma il loro sound, stiamo parlando proprio degli “Slivovitz”, è una miscela di sonorità, ritmi e armonie, un unione di sapori diversi.

Sulla scena jazz rock dal settembre 2001 gli Slivovitz, collettivo musicale, hanno pubblicato tre album, partecipato ad alcuni dei festival musicali internazionali più importanti come lo Sziget Festival e l’Umbria Jazz Festival e suonato vagando per l’Europa, lì dove il loro animo smanioso li ha portati.

Con una campagna di crowdfunding stanno finanziando la produzione del loro ultimo disco “All you can eat”, un lavoro che lasciamo descrivere a Marcello Giannini, storico chitarrista della band.

Marcello, nel passato, avete definito il vostro primo album “Slivovitz”il disco della libertà, “Hubris” dell’inquietudine e “Bani ahed” un disco live dal suono sporco, quale parola useresti invece per descrivere “All you can eat”?

Definirei “All you can eat” come il disco della maturità, una maturità in cui l’oscurità resta ed anzi è più forte di prima. Scelgo questa parola perché siamo un po’ esauriti (ridendo) dopo tanti anni di musica, abbiamo lavorato molto, facendo fatica, e questa è la maturità di adesso: una sintesi di tutto ciò che abbiamo fatto, del nostro percorso insieme. C’è tutto: l’improvvisazione, il rock, il jazz, la musica etnica, tutte le esperienze, i suoni e i viaggi raccolti negli anni, tutto mescolato per la prima volta, forse, bene! Ci siamo fatti vecchi!! Scherzo, ma ormai suoniamo da dodici anni insieme e quindi giunti al quarto album siamo arrivati a fare un giusto compromesso tra noi, litigandoci molto di più rispetto al passato, ma creando una musica migliore. È un disco più solido, almeno secondo me.

Il nome dell’album “All you can eat” è un riferimento ai ristoranti dove paghi un prezzo fisso e puoi fermati a mangiare ciò che vuoi e puoi … rapportato alla vostra produzione è sinonimo delle diverse influenze musicali del disco, quali sono quelle principali?

Le influenze principali in “All you can eat” rispecchiano quelle di ogni componente del gruppo: ognuno di noi ascolta musica diversa, chi ascolta più jazz, chi più rock tipo me, ultimamente preferisco il rock elettronico come quello dei Queens of the Stone Age. Rispetto ai dischi precedenti c’è stato un incontro maggiore tra la sezione ritmica più rock, la mia, ed i temi più etnici di Pietro, compositore di alcuni brani insieme a me.  Poi in tutto il nostro percorso c’è sempre stato un riferimento alla musica napoletana: Pino Daniele, Enzo Avitabile, soprattutto per Pietro che è un sassofonista e quindi James Senese, Daniele Sepe, e in generale quella de Neapolitan Power  è una lezione che ci è servita molto. Ci sono anche gruppi rock napoletani che ci hanno ispirato come gli Arduo, i Buddah Superoverdrive o gli Epo.

I vostri dischi precedenti, tranne “Slivovitz” uscito con la milanese Ethnoworld, sono stati pubblicati con la Moonjune Records di New York, nonostante siano prodotti interamente a Napoli, perché non è stata scelta un’etichetta napoletana?

Semplicemente perché qui  non ci sono più etichette! Noi produciamo investendo sui nostri prodotti che essenzialmente sono di nicchia, all’estero è vero c’è più attenzione, ma soprattutto più soldi per quanto anche il produttore americano oggi soffre la crisi. Il nostro ci ha trovato su My Space, colpito da questo miscuglio di roba ed ha deciso di produrci gli ultimi due album. A Napoli mancano le etichette, mancano i soldi, manca tutto! È vero c’è anche un po’ di mancanza di coraggio nell’investire, ma alla fine, parlando anche a nome di gruppi più conosciuti, tutti si auto producono. Non c’è più l’etichetta che ti dice “vi do 10.000 euro, fate il disco”, mettiamo i soldi da parte e ci auto produciamo.

Cos’è che invece colpisce all’estero dell’essere napoletani?

Quello che ascoltano fuori è una cosa che per fortuna abbiamo solo noi, mi spiego: siamo particolari, arriviamo in maniera diversa, abbiamo un livello energetico ed una particolarità stilistica a cui non sono abituati fuori, perciò, molto spesso, gli artisti italiani e soprattutto del Sud riscuotono così tanto successo. In Austria, in Spagna, in Germania, nei Balcani abbiamo avuto un trattamento diverso e un’attenzione verso la nostra musica maggiore: le persone non solo erano contente, ma hanno risposto in maniera attenta, non pensando solo all’evento in cui ci sono gli Slivovitz che fanno pariare!

Credi sia possibile organizzare concerti di musica jazz, rock e strumentale altrettanto importanti in Campania, come quelli a cui avete partecipato nel resto d’Italia e in Europa?

Abbiamo appena partecipato al Pozzuoli Jazz Festival con Daniele Sepe e i Kefaya, una bella manifestazione che va avanti dal 2010, secondo me, si possono organizzare eventi del genere. Il problema è che non c’è tantissima attenzione e quel ritorno economico necessario a far vivere un festival:  manca quel collegamento tra chi organizza i festival ed il pubblico più giovane, perché, comunque, il pubblico più giovane non va più a sentire i concerti. Ad esempio, parlando del Nadir – direzione opposta festival- posso dirti che è stato molto bello ed organizzato da ragazzi bravissimi, ma solo perché era a Soccavo la partecipazione, che comunque non è mancata, è stata minore di ciò che ci aspettavamo. Sai, se ci fosse stato un festival del genere e io avessi avuto quindici  anni, avrei sicuramente preso il motorino e sarei andato lì! Oggi c’è la fascia dei venticinquenni che è un po’ più attenta e si muove, ma sono pochi ed è dura. Napoli oggi è una città più attenta al rock rispetto a prima, però che fatica!

Questa cosa stimola la creatività ed è l’unico dato positivo: che a furia di vivere questa crisi, l’energia viene canalizzata nella musica e forse oggi c’è proprio un iper produzione proprio per questo motivo. Siamo tutti quanti a voler produrre, nonostante tutto, sembra una da pazzi però alla fine è giustificata.

Parlando di crisi, il 7 luglio hai partecipato con altri 40 artisti napoletani al concerto di solidarietà organizzato da Daniele Sepe per gli operai della fiat, cosa pensi della musica che sostiene la protezione dei diritti e quindi scende nell’arena politica?

Si, quella è stata una serata bellissima! La scena musicale napoletana è vivissima e la sera del 7 luglio ha rappresentato un incontro tra generazioni. Abbiamo sempre appoggiato il concetto della musica che sostiene la politica: nostri amici gestiscono il Lido Pola che supportiamo da anni, come Officina o l’Ex Asilo Filangieri. Credo sia importantissimo dare supporto alle questioni politiche, non è semplice e certe volte sembra di non far nulla per la questione in pratica, sembra che resti solo una grande festa, però è una cosa che può essere sempre positiva e noi continueremo a partecipare a queste manifestazioni, anzi, negli ultimi anni  abbiamo partecipato solo a concerti del genere, sempre con Daniele Sepe!

Marcello qual è il messaggio che intendete trasmettere con questo disco?

Il messaggio è quello che noi continuiamo a fare la musica che vogliamo fare e un po’ c’è ne fottiamo del mercato, nonostante abbiamo avuto molte discussioni all’interno del gruppo per trovare una strada più commerciale che sia più ammiccante, ma alla fine è la dimostrazione che continuiamo a fare la musica che ci interessa.

Spiega  ai nostri lettori come funziona il crouwdfunding!

Per il crowdfunding abbiamo utilizzato la piattaforma di musicraiser.it, andando sul sito è possibile fare una donazione utile a produrre il disco. In cambio ci sono vari pacchetti: il disco nuovo, il disco digitale, il disco più la maglietta, i primi dischi il nuovo e la maglietta, e puoi comprare addirittura noi (ridendo) ovvero un house concert dove noi veniamo a casa tua e facciamo tre, quattro pezzi. L’obiettivo è quello di raggiungere la cifra di 3.000 euro,entro il primo settembre 2015, che ci permette di stampare il disco con  l’etichetta americana e fare ufficio stampa.

Quanto è vitale per voi internet?

Purtroppo tantissimo, purtroppo perché detesto internet, ma devi essere presente, fare i video da deficenti ed essere presente sul web per noi è fondamentale e alla fine ci siamo abituati come tutti e adesso funziona così la comunicazione!

Marcello raccontaci del tuo disco da solista “Frammenti”…

Il disco è uscito con un’etichetta pugliese molto attenta al settore jazz sperimentale, jazz sempre tra virgolette, ed è un disco nato perché volevo fare dei pezzi miei che non facessero parte degli Slivovitz o di altri progetti. Ho voluto coinvolgere una parte di tutti i musicisti con cui ho collaborato in questi anni, soprattutto musicisti che fanno parte del Crossroads Improring che è il collettivo di musica improvvisata che abbiamo creato negli ultimi quattro anni. Quindi, abbiamo deciso di registrare in modo casuale, un po’ random: alcuni pezzi in presa diretta con basso e batteria,altri solo violoncello e poi dicevo al batterista “registraci una batteria come ti esce”, poi andavo a casa e montavo tutto. È un lavoro prodotto a casa mia e in quella degli altri musicisti dove sono andato a registrare gli spezzoni.  Alla fine è uscito un disco di elettronica jazz, però se devo dirla tutta è anche molto pop. Tornavo a casa ed assemblavo tutto, ed è uscita una cosa che non mi dispiace!

Il tuo primo disco da solista!

È Il mio primo disco da solista, si! E credo sia un buon disco, ha ricevuto buone recensioni, certo promuoverlo sarà un casino! Mo adesso sto girando con i Periodic Limb Sleep Disorder che sono questo quintetto con due batterie, batteria acustica e batteria elettronica, rhodes , basso e chitarra e stiamo promuovendo questo mio disco, certo adesso ci sono gli Slivovitz e quindi sarà più difficile promuoverlo però con questo progetto spingo anche il mio disco.

Com’è nata l’esigenza di fare un disco da solo?

Perché potevo fare tutto quello che volevo! Senza confrontarmi con nessuno, senza “appiccicarmi” e poter creare tutto da zero, avendo i pezzi miei e le sonorità che mi interessavano. Un disco dove ognuno aveva la totale libertà e nessuna libertà allo stesso tempo: perché non sapevano quella batteria o quel violino dove sarebbero finiti, ognuno registrava e poi io facevo il mio lavoro, avevo la mia voce e quindi il totale controllo finalmente!!! (ride) Totale controllo su tutto quello che poi mi interessa cioè licenziare tutti i musicisti del mondo!!!

Le prossime degli Slivovitz saranno il 16 luglio a Boscotrecase per il Lava Live, il 24 luglio a Lubjana al Bar Pleck e il 26 luglio ad Udine per il Mittelfest.

14/07/2015

 

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