“Roberto Ormanni Quartet” 
la musica per raccontare

 

di Elena Lopresti 

Testi impegnati, voce profonda, studio ed impegno sono gli elementi che caratterizzano i “Roberto Ormanni Quartet” un gruppo nato nel 2011 sulla scia e l’entusiasmo di Roberto Ormanni il giovanissimo cantautore nato nel 1993. Figlio d’arte frequenta il liceo classico Umberto I dove inizia ad approfondire le tematiche umanistiche che ancora oggi persuadono il suo tenace animo, segue le orme della madre giornalista Raffaella Tramontano, fondando il giornale online “Terza Pagina” dove dirige un collettivo di giovani scrittori tutti animati dallo stesso valore, perseguire la giustizia e la verità.

Già adolescente Roberto inizia ad indagare la realtà mafiosa e politica che attanaglia la sua amata terra, la Campania, vorrebbe non essere nato a Napoli per tornarci ogni volta e stupirsi della sua bellezza per la paura di abituarsi, ma il suo amore lo spinge fin da subito a raccontare episodi bui dapprima in forma giornalistica e poi iniziando a scrivere testi d’autore. Il suo interesse per la musica si dirige inizialmente verso il panorama rap italiano, ma ben presto Roberto inizia a conoscere la scena hip hop americana e rapper più impegnati come Tupac, il suo gusto musicale si affina fino a raggiungere come punti di riferimento De Gregori e Bruce Springsteen, la sua passione. Roberto non è solo, ma è affiancato da altri tre musicisti, Roberto Tricarico, alla chitarra, brillante studente di ingegneria meccanica, Marco Norcaro, veterano del rock ed Enrico Valanzuolo, grintoso neo laureato in Scienze Politiche presso l’Università Orientale. Dopo il primo disco registrato con Andrea Manzillo, ex bassista della band, il quartetto arricchito dalla presenza di Enrico è tornato in studio per “fermare questo momento” registrando nuovi brani nella Jam Music Factory.

Roberto come sono nati i nuovi brani che avete registrato?

Siamo entrati in studio ad aprile, ed abbiamo scelto tre pezzi di un repertorio abbastanza vasto, un repertorio che è maturato negli ultimi tre anni. Sono brani che abbiamo scelto perché rappresentano il nostro percorso: un pezzo l’ho scritto quando ero al liceo, uno un paio d’anni fa e l’ultimo e molto recente, appena qualche mese. Li abbiamo scelti, prima di tutto, per l’esigenza di buttarli giù e fermare in qualche modo la nostra musica, che, comunque, nascendo, vivendo e muovendosi nei concerti dal vivo, mantiene una forma piuttosto variabile, si muove continuamente perché una versione eseguita ad un concerto, tre mesi dopo cambia per vari motivi, magari sentiamo che debba cambiare durante un live o le prove. E quindi abbiamo sentito la necessità di stoppare un attimo questo flusso e dargli una forma, e quindi siamo entrati in studio. 

Dove avete registrato i video che sono oggi disponibili su You Tube sul vostro canale?

Lo studio dove abbiamo girato i video è lo Jam Music Factory, una scuola di musica gestita da Oscar Montalbano, uno dei fondatori del gruppo SpaccaNapoli e musicista per Peter Gabriel con cui ha fatto un tour del mondo. Tornato a Napoli, Oscar, ha deciso di fondare con la sua compagna Simona De Felice questa scuola che è un luogo in cui, nel piccolo, danno una grande mano alle nuove realtà. Ad esempio il primo disco di Tommaso Primo  è stato prodotto e registrato da loro che ci sostengono attualmente in queste nostro percorso. I brani che abbiamo registrato sono nati dal vissuto del live, ed un concerto ha tutta un’altra dimensione rispetto al disco e al brano registrato in studio, perché il concerto prevede uno sguardo, un’empatia tutta diversa.  Per cui ci siamo chiesti come poter coniugare la registrazione di un pezzo in studio e mantenere allo stesso tempo quest’anima che caratterizza il live? Alla fine abbiamo scelto di realizzare i video clip registrando in diretta mentre suonavamo. E quindi Oscar è stato colui che in modo egregio ha montato i microfoni, poi Stefano Romano ed Elena Tricarico hanno montato la regia, le telecamere e la scena.  Siamo molto soddisfatti del lavoro ottenuto, realizzato comunque con costi di produzione accessibili e soprattutto siamo riusciti a creare ciò che volevamo, un prodotto finale che dà l’idea di essere registrato in studio, ma che mantiene l’anima del concerto dal vivo. Sarebbe stato bello poter invitare il nostro pubblico a cui va sempre il nostro primo pensiero, le nostre canzoni nascono perché di fronte ci sia un orecchio pronto a riceverle, sono brani che hanno un senso se vengono percepite, ma se devono essere suonate di fronte un muro, hanno motivo d’esistere, ma fino ad un certo punto. Il filo conduttore è quello di raccontare delle storie.

Qual è il modo in cui dovrebbero essere ascoltati i tuoi testi?

Il concetto credo sia lo stesso di quando si legge un libro, una poesia o si guarda un film, ovvero, sono pronto ad emozionarmi? Si. Cioè entro in sala perché spero di poter ricevere un’emozione scoprendo una bella storia, qualche volta capita che la storia è bruttissima e non trasmette nulla. La stessa cosa capita quando ci esibiamo: se noi cantiamo una canzone e quella non arriva, beh allora esci dalla sala, ti fumi una sigaretta, e forse alla prossima rientri sperando che vada meglio. Il gioco sta proprio lì, secondo me, e forse proprio per questo preferiamo il contatto con il pubblico, perché non ci sono intermediari, non c’è uno stereo o un disco, ma il modo in cui una canzone viene interpretata dal pubblico così come da noi stessi è visibile e concreto.

Dove nasce l’ispirazione dei tuoi testi?

La principale fonte d’ispirazione è la realtà, ovvero, i miei brani partono dall’osservazione di fatti reali che in qualche modo mi hanno colpito, filtrati dall’emozione, dallo spirito interiore e rigettati in forma di canzone, cosa che per esempio è molto diversa dallo scrivere un articolo giornalistico, un paragone che mi riesce semplice avendo scritto per tanto tempo. Il taglio giornalistico è in presa diretta, mentre con la canzone posso raccontare lo stesso evento di cronaca, ma aggiungendovi le emozioni interiori, ad esempio un fatto di cronaca come l’uccisione dell’innocente Petru Birladeanu nella stazione di Montesanto, in un articolo sarebbe stato trattato come cronaca nera appunto, mentre scrivere una canzone ti porta su altri binari, quelli dell’anima e dell’emozione in cui se vogliamo, ragioni con te stesso, in un altro modo, per questo quando parlo di orecchie per  ricevere mi riferisco alla predisposizione per l’ascolto di certi brani, o più che altro una sensibilità e consapevolezza sugli stessi temi.

Dall’inizio del tuo percorso, cosa è cambiato nel racconto delle tue canzoni?

Probabilmente rispetto alle primissime registrazioni che risalgono a tre anni fa più o meno, non è cambiata la realtà, ma il mio modo di scriverla: un pezzo come quello che abbiamo fatto adesso in video “Quello che non siamo” porta con sé la consapevolezza che se prima raccontavo un solo fatto, adesso nella penna che scrive, ci sono più cose, più stimoli, più storie, che ho visto o vissuto, e che sono incanalate in un verso universale, quel verso racconta non più una storia singola, come quella di Petru, ma la storia x, la storia y, zeta, unite nello stesso modo di vedere la vicenda, per cui in questi anni è cambiato il modo di raccontare le storie delle mie canzoni.

Dove nasce l’esigenza di raccontare queste storie?

Le nostre canzoni descrivono una certa realtà, filtrata a sua volta da un certo valore o ideale che portiamo avanti, ma calate in un contesto che è quello che è … se canto “La ballata della cultura” e c’è il professore Maurizio Furore, precario, lo faccio non solo per perseguire il valore della giustizia e della cultura, ma anche per dire “crediamo nella giustizia e nella cultura” nel paese in cui si dice “con la cultura non si mangia”!

E per me questo legame tra il contesto che viviamo e le storie che racconto è imprescindibile, come in “Quello che non siamo”, un brano che racconta anche degli 800 migranti morti nel Mediterraneo su un barcone. Quello che oggi possiamo dirti è quello che non siamo e quello che non vogliamo, ed è un ragionamento al negativo di tutta la realtà: non ti potrò mai dire quello che sono o quello che voglio in questo sistema, perciò ti racconto quello che non sono.

Cosa rappresenta per te Napoli, la città dove sei cresciuto e vissuto?

Tocchiamo un nervo scoperto! Napoli è il mio primo ideale, si è sempre trattato di resistere, ma una resistenza legata alla sua radice latina che la ricollega all’esistenza stessa. Per me Napoli è l’immagine, l’ideale totale che porta con sé tutte queste cose, non a caso in tante mie canzoni sono tante le figure e le immagini legate alla città come ad esempio in uno degli ultimi brani, il Golfo, che aldilà della sua intrinseca poeticità, porta con sé il legame con questa città. Un legame quasi simile ad una relazione personale, per questo un’altra immagine a me cara è quella di chi va via: chi va via, si allontana da Napoli come da un albero, e una foglia una volta staccata lo è per sempre, non ritorna. Diventa “Napolide” come un libro di Erri de Luca, Napoli è una città che va vissuta.

E tu credi che continuerai a restare qui?

Sicuramente, non ho dubbi. Napoli è una fucina di talenti e tante sono le realtà che resistono. La verità è che bisogna avere il coraggio di sostenere questi geni emergenti, è più facile andar via ed essere sostenuti già da un sistema, piuttosto che fare musica o teatro qui, la difficoltà è centuplicata, ma preferisco chi resta qui e resiste, rispetto a chi scegli di andar via. Sono comunque scelte, ed ognuno è libero di compiere la propria. Ma sicuramente l’artisticità, la capacità di leggere la vita in modo unico, sono caratteristiche solo napoletane, e non per nulla, i maestri di strada di Rossi Doria sono nati nei Quartieri Spagnoli: è troppo facile ragionare su Napoli dicendo “quelli non sono bravi, incapaci a leggere ed apprendere e quindi noi dobbiamo aiutarli”, un maestro di strada ti insegna che partiamo tutti lo stesso livello, ti insegna a guardare ciò che hai e ti aiuta a farlo emergere. Questa città comunque, mi ha insegnato a vedere il mondo, nel bene e nel male, a come trovare il bello in uno scantinato, perciò considero Napoli sempre la prima persona che mi accompagna nel mio cammino. Chi sta nel meridione in questo momento storico è inevitabile che si senta ai margini, ma è stando ai margini che si vedono meglio le cose!

Qual è invece il legame con i tuoi musicisti?

All’interno delle file in questo momento c’è Roberto Tricarico, siamo cresciuti insieme, ma è stato anche il primo ad avermi accompagnato su un palco, infatti, non sono salito da solo, ma con lui, eravamo io e lui e due chitarre a cantare le mie canzoni così com’erano.Poi c’è Marco Norcaro, alla batteria e alle percussioni, che è stato il secondo ad entrare in questo progetto, quattro anni fa ormai e con loro, compreso l’ultimo entrato, Enrico Valanzuolo, c’è stato prima di tutto un legame umano, mai sterile nell’organizzazione del disco, per noi conta l’empatia. Metto la mano sul fuoco che su 5 cose che mettiamo sul tavolo, sul 90% siamo d’accordo ed è fondamentale nella riuscita della nostra musica.

Cosa ti piacerebbe di più fare adesso?

Suonare! Non si suona mai abbastanza! Ed arrivare a quanta più gente possibile perché come ti dicevo prima il motivo d’esistenza delle nostre canzoni sono le orecchie che le accolgono quindi quanto più aumentano tanto più le nostre canzoni hanno un corpo e una linfa e una vibrazione più forte. 

20/05/2015

 

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