"Parla più forte”
Il nuovo album di Valerio Jovine

intervista di Elena Lopresti

Tredici brani da ascoltare l’uno dopo l’altro.  Si inizia a ballare già dalla prima track “bisogno d’amore” e si continua fino all’ultima “Superficiale”, ma oltre ad essere orecchiabili e ballabili le tredici canzoni di “Parla più forte”,  il nuovo album di Valerio Jovine uscito lo scorso 10 marzo,  esprimono molto di più: perché in questi tredici brani c’è tutta la vita e la persona di Valerio, l’energico leader della band Jovine.

Le sue idee, passioni, speranze, paure, espresse anche grazie a tante collaborazioni, da quelle più importanti con Zulù, Clementino e Nto, a quelle realizzate con musicisti emergenti come i Pankina Krew e Dope One, e non mancano le voci femminili:  in “Parla più forte” Valerio ha duettato con l’attrice e cantante stabbiese Benedetta Valanzano e con Carolina Russi, collega di Jovine nel programma televisivo The Voice.

Siamo riusciti ad incontrare Valerio, incastrando quest’intervista tra l’infinita lista di date estive e i martedì reggae alla Rotonda da lui curati,  dopo aver partecipato alla presentazione del disco nella libreria IoCi Sto a Piazza Fuga. Ci siamo incontrati in uno dei caffè di piazza Bellini, distratti da fan che chiedevano di poter fare una foto con lui, persino da un balcone, nonostante la popolarità, Valerio è rimasto sempre coerente con se stesso e con la sua missione, è una personalità con cui dialogare non solo di musica.

D’altronde il genere con cui ha iniziato è il reggae, un genere mai neutrale sugli aspetti sociali. In “Parla più forte” sono presenti anche tracce più vicine al rock, all’hip hop e all r&b, com’è nata Valerio la sperimentazione di questi generi nuovi per te?

Sai, ci ho messo anni per definirmi in un genere ed è soprattutto con The Voice che il mio fare reggae è venuto pienamente alla luce. Ma questo è stato il gioco che ho voluto sperimentare con “Parla più  forte”: sono stato l’alieno che ha portato il reggae in tv e ho confermato la mia anima reggae nei miei sei dischi precedenti e  in canzoni come “Napulitan” , “Me so scetat e tre”, nel penultimo album, e questa volta  mi sono voluto divertire a capovolgere quello che faccio.

Mi sono sempre considerato un cantautore a cui calza bene il vestito reggae, ma onestamente sono voluto andare aldilà del genere che amo, proprio perché con il reggae ho già stravolto canzoni come “Like a Virgin” di Madonna e soprattutto dopo sei album di cui tre che sono completamente reggae.  Ma non l’abbiamo dimenticato, ne messo da parte,  e c’è in quest’ album, però, mi sono voluto divertire a fare cose diverse, sperimentare nuovi suoni ( e proprio in questo momento ci interrompe un  suonatore di fisarmonica) e divertirtmi, perché quando fai un disco lo fai per divertirti! Il secondo passaggio poi, è quello di far provare a divertire l’interlocutore o colui che sta ascoltando l’album, e  quindi oltre al reggae, nostro marchio di fabbrica, abbiamo giocato inserendo suoni dubstep,  come nel brano “Non ti dimenticare mai” in collaborazione con ‘Nto, o rock come “Parla più forte” con Clementino, senza tralasciare mai il vestito che mi calza meglio, cioè il reggae!

Il primo singolo estratto “Vivo in un reality show” racconta l’esperienza al programma “The Voice”, dopo questa  e l’introduzione di nuovi generi in un tuo album, puoi dire di essere arrivato ad un nuovo punto della tua carriera?

Questo non lo so, perché  da quando  ho cominciato il percorso a The Voice, ho dovuto fondere per necessità la mia collaborazione con  i 99 Posse  con un programma il cui faro illuminante era una suora.La mia carriera è sicuramente  cambiata, non voglio dire se in   peggio o in meglio, è cambiata. Le cose, come scrivevo in una canzone di tanti anni fa, anche se non te ne accorgi, mutano di giorno in giorno. Per cui, sicuramente  è cambiato qualcosa, non mi sento ancora maturo per  definirlo il disco della maturità, rispetto a 12 anni fa, musicalmente, molto più preparato. La mia strada è la strada della musica, ed è sempre in salita e piena  di sentieri che neanche conosco. Mi sento come dico nel nuovo disco: alla metà del viaggio, o forse devo ancora arrivarci alla metà del viaggio.

Hai dedicato il tuo ultimo lavoro a Pino Daniele, cosa recuperi  nei  brani e nei  testi della tradizione musicale napoletana?

In ogni album,  l’unica cosa che possiamo fare  noi come autori dell’album  quello di riuscire ad individuare il brano manifesto, perché poi i singoli o il pezzo più bello lo sceglie sempre la gente ( come con “Napulitan, una sapevo che era una canzone forte,  ma che poi sarebbe arrivata  così tanto al pubblico, no. Ecco, in questo disco c’è un brano che  si chiama “Senza  Pensier”  una canzone pienamente reggae,  con la R maiuscola, e nello stesso tempo anche pienamente napoletana. Essere un cantante ed essere un cantante napoletano, radicato e portavoce di una Napoli, è molto impegnativo,  proprio perché siamo una città musicale, con una storia solidissima e forte. Fare il musicista a Napoli è una cosa importante impegnativa, perché per fare musica, come in qualsiasi altro lavoro, bisogna sempre guardare a ciò che è successo prima di te. Ed io mi porto addosso che prima di me ci sono stati e ci sono i 99 Posse, gli Almamegretta, Enzo Avitabile, c’è stato e resta ancora con noi Pino Daniele. E anche la scena degli ultimi anni è stata molto forte a  Napoli, per cui mi sono sempre dato come primo traguardo quello di spaccare nella mia città, e forse in questo ci sono riuscito.

Parlando della scena degli ultimi anni, il tuo disco è ricco di collaborazioni con musicisti specialmente campani, credi che a “Musica do sud”, stia vivendo una nuova  riscossa?

Secondo me, siamo a Napoli in un rinascimento musicale, c’è poi chi va in una direzione e chi in un’altra: in questo momento la musica italiana si è girata verso “chell che se port” e oggi in Italia si porta l’hip hop, ma ciò non vuol dire che non ci siano esponenti italiani dell’hip hop fortissimi, sia nell’underground che nell’over.  Tra questi esponenti dell’underground sono presenti anche nel mio disco, dalla Pankina Krew a Dope One, a Speaker Cenzou, i quali continuano a vivere in un ambiente massiccio come quello dell’underground, ambiente che ho sempre vissuto da vicino, e  poi ci sono  le collaborazioni con Clementino e con ‘Nto. Clementino è più underground re patan, ma adesso è diventato overground per sua fortuna e se lo merita tutto, abbiamo cercato di conciliare queste anime in “Parla più forte”. C’è Zulù, che si può considerare tra i poeti più massicci degli ultimi 20 anni nella musica napoletana, per cui anche se è un disco meno napoletano nei testi lo è molto per gli ospiti e per i concetti espressi, sento forte il mio essere napoletano. Non sono mai voluto andare via da Napoli, proprio perché la mia musica nasce qua ed ha ragione d’esistere qui. Non mi sono mai immaginato a scrivere canzoni a Roma o a Milano, per quanto sia bello vivere anche li, e quando ci vado mi sento sempre a mio agio e bene, ma ho deciso di fare musica e di farla a Napoli.

Cosa significa per te essere napoletani?

Sono in contro tendenza con quella che è la linea dei telegiornali, che comunque quando parlano di Napoli o parlano di criminalità o di munnezza, io mi sento fortunato ad essere nato a Napoli. Come dicevo prima è molto complicato fare il musicista qui, per la storia che ha Napoli. Ed è difficile quando provi a sentirti un portavoce di quella realtà, ma soprattutto quando provi ad emergere perché nella propria città c’è sempre più paura e ci sono più persone che ti giudicano, ma una volta che fai il primo passaggio ed entri nel bene delle persone che ti ascoltano e che iniziano a reputarti un musicista valido di questa città allora tutto diventa più facile. Io credo di aver avuto “culo” ad essere nato a Napoli, e porto con onore il mio essere napoletano, in controtendenza a ciò che dicono gli altri. Mi sento fortunato ad essere nato qui e poter fare musica qua.

In “Napulitan” canti di essere napoletano e cittadino del mondo e in “Parla più forte” sono tanti i riferimenti all’antirazzismo, cosa pensi degli ultimi episodi di attualità, credi ci sia una deriva razzista in Europa?

Credo che comunque questa sia una deriva storica, da sempre hanno provato a rendere l’Occidente un posto abitabile solo da chi ha la fortuna di nascervi ed avere i documenti per girare l’Europa o il resto del mondo, come nel nostro caso. Invece, per chi viene dall’Africa ed ha già dovuto affrontare tante tarantelle, arrivare in Europa significa cercare una soluzione per campare, ma non può. Questo è un mondo fatto di classi e per me non esistono le classi, esiste l’essere umano, e se consideriamo l’essere umano, come dico anche in una mia canzone  che si chiama “la rivoluzione” “Simm tutt tal e quale, sott a chist ciel”. Questo è il mio pensiero e spero non solo mio, considero l’individuo in base a quello che è e non in ragione di dove nasce. Questo mondo, purtroppo, non la pensa allo stesso modo. Ci tocca combattere, ognuno a suo modo, io ci provo con le mie canzoni e con le mie parole. Non mi sarei mai immaginato che nel 2015 potessero accadere fatti come quelli di Ventimiglia, invece, probabilmente, succederanno anche nel 2300, fino a quando oltre che a pensarlo e a combattere per un mondo diverso possibile, non acquisteremo tutti quanti una coscienza che il mondo che abbiamo nella nostra testa non è il mondo che viviamo poi ogni giorno. Bisogna combattere sempre, sia per se stessi che per gli altri.

Tornando al disco, cosa vuol dire “essere sopravvissuto ad un reality show”?

Avevo la mia idea prima di parteciparvi e dopo averlo vissuto in prima persona è rimasta la stessa, ovvero, credo che per fare qualsiasi cosa nel mondo della musica e dell’arte ci sia bisogno di talento. Quando parlo di talento, non mi riferisco al fatto di avere una buona voce o un viso carino, ma di avere tante caratteristiche diverse da mettere in campo. Ciò che ho dimostrato io attraverso il talent show, è che anche una cosa che è stata già studiata, pensata per essere in una determinata maniera, può essere modificata, se hai un po’ d’arte! Nel senso che sono andato lì facendo reggae! Il primo giorno dissi: “potete darmi anche  il cielo in una stanza come canzone, se la faccio reggae io la faccio, perché mi esprimo così!” E alla fine ho cominciato proprio con una canzone che di reggae non aveva niente, perché Like a Virgin di Madonna non l’aveva, ma ancora oggi la gente mi ferma per strada anche per l’interpretazione di quel brano, ed ero convinto quando l’ho portato. Non era un testo mio, non era una mia musica, però sicuramente ci ho messo la mia arte, che poi può piacere o non piacere. Credo che ciò che mi ha premiato durante il programma sia stato quello di esibirmi con qualcosa che ho portato io. Si, quest’anno c’è chi ha portato il reggae muffin o la dance hall, e molto probabilmente l’anno scorso c’erano ragazzi con voci più spiccanti della mia e più preparati, ma io ho la presunzione di sapere cos’è un palco, perché prima di salire su quello di The Voice, ho calcato i palchi per 12 anni. Per cui vivere il palco di The Voice per me non dava la stessa emozione di un giovane che stava facendo la prima esperienza, ma più che altro il senso di andare in Tv e dimostrare che “o sacc fa”! Dal muoversi al cantare, al reinterpretare. Quando vai in Tv e canti una canzone di un’artista famoso scritta da lui e la vai a cantare tale e quale, ma di arte cosa hai messo?

SI dice che i talent bruciano gli artisti, no, molto probabilmente saper cantare è più facile di avere un’arte, può capitare che tra le motivazioni dei tanti che non si vedono più dopo un talent ci sia la sfortuna, il non essere entrato nelle grazie, ma forse anche come diciamo noi napoletani “nun c’ho teniv verament” . Dunque mi reputo sopravvissuto ad un reality show perché da quando sono uscito non ho mai smesso di suonare, chiudendomi in studio, a differenza dei tanti ragazzi del programma che preferivano girare per Milano per firmare autografi e farsi fotografie. Io stavo nella mia stanza ad arrangiarmi i brani, perché nella vita faccio musica, poi mi faccio anche le fotografie , ma io sono nato per salire sul palco ed emozionarmi e emozionare la gente, per cui non avevo dubbi su me stesso. C’erano le paure, c’erano da parte del mio staff, di bruciarmi, ma non accade se poi sei te stesso. Ed io lo sono stato a The Voice, così come lo sono nella mia vita e quando vado a suonare per un mio concerto. Per cui alla fine la verità paga sempre. Sono sopravvissuto grazie al fatto che sono rimasto coerente, possono criticarmi e giudicarmi dicendo di aver fatto qualcosa che mercifica la musica, però l ho fatto divertendomi e facendo divertire anche buona parte della gente che mi seguiva, rimanendo dei cuori di persone che  prima non mi conoscevano. Quindi, quando mi vengono a chiedere di The Voice, io dico di averlo vissuto sempre come una cosa positiva. Poi ho calcato i palchi per sei anni con i 99 posse, 12 con Jovine, ,ho incisosei album, ma non ero mai stato in Tv e oggi posso dire di aver partecipato con onore a The Voice, facendo sette live senza nemmeno pensarci più di tanto, ma anche collaborando con un’orchestra che solitamente suonava per due minuti con gli altri, io con l’orchestra di The Voice arrangiavo i pezzi, ho vissuto un ruolo un po’ diverso, che porto a testa alta.

Come canti in “Nonostante tutto” fare quello che ti piace…

“Nonostante tutto faccio quello che mi piace”, ma credo tutto l’album nuovo rifletta ciò che vivo. Il testo di nonostante tutto è un testo che amo moltissimo perché da una prima immagine, o da quello che ti puoi immaginare guardando i profili twitter o face book, la gente vede soltanto la facciata di un’artista mentre alle spalle ci sono sofferenze, momenti complicati, che però io cerco di vivere sempre con il sorriso, sempre combattendo e sempre a testa alta.  E quindi nonostante tutto provo ad arrangiarmi, non c’è problema quando le cose  vanno bene e quando le cose vanno meno bene, perché la mia strada è a senso unico io nella mia vita faccio musica, poi l’anno scorso l ho fatta a The Voice, l ho fatta con i 99, con jovine, ma  la continuerò a fare e continuerò a fare dischi.  Ed è una cosa che va al di là di me, e se esce un disco come Parla più forte il 10 marzo, io già sto pensando ai nuovi pezzi, ed ad un disco che vorrei fare tutto di cover, perché comunque faccio musica per un mio bisogno.

Parlaci del Newroz Festival a cui parteciperai .

Guarda questa è una cosa bella, come comunque succede raramente a Napoli che situazioni differenti, anche di ragazzi molto giovani si uniscono per dare vita ad un progetto che mette in primo piano la musica e anche aspetti fondamentali del sociale, per cui oltre alla musica ci saranno tante altre cose.

Poi posso dire comunque che lo vivo in maniera particolare, perché tra gli organizzatori c’è anche mio fratello che è una persona sempre piena di iniziativa e di voglia di fare e collaborare con tanti giovani, ed è sempre stato per me un esempio sia musicale che di vita,  per cui l ho sempre affiancato in tutte le cose che fa, naturalmente grazie al fatto che sto suonando tanto e ho meno tempo a disposizione la mia parte in questo festival sarà essere presente con la mia musica e sono onorato di questo, però credo nelle cose belle, e secondo me il Newroz è una di queste!

Cosa ti aspetti dal tour di quest’estate?

Ahahah… mi aspetto di stancarmi tanto, di ubriacarmi ogni tanto, di fumare ganja buona, quando la producono per bene nei paesi dove vado a suonare, e cercare di trovare i tempi giusti di trovare nuovi ristoranti e di godere oltre che della musica e delle persone anche della vita che c’è attorno il fare musica!

 18/06/2015

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