Per "Il Giardino dei Ciliegi"

prodotto dal Teatro Stabile di Napoli

un cast stellare sul palco del Teatro Stabile di Napoli

fino al 30 novembre 2014.

di Elena Lopresti

 

La magia del teatro è quella di poter ricreare nel tempo momenti ed epoche ormai lontane, riportare in vita un autore e attraverso l'adattamento avvicinare le tematiche del testo ai giorni contemporanei. La scenografia è quel pizzico di pepe in più, l'elemento fantastico che apre ancora un'altra dimensione di interpretazione della scena.

Nel "Giardino dei Ciliegi" di Cechov messo in scena da Luca De Fusco gli ambiti di comprensione sono molteplici come già indicato dalle scenografie realizzate da Maurizio Balò, Premio Qualità per la Scenografia con "Il Coraggio di Parlare", secondo cui è la stessa concezione dello spazio teatrale a "venire in aiuto e condizionare la riscrittura stessa". Così la bravura del maestro di scena si unisce alla visione del regista napoletano, Luca De Fusco,  che con una geniale idea colora di bianco l'intera rappresentazione, in un unione delle precedenti regie dell'opera divise tra naturaliste e simboliche.

L'opera teatrale messa in scena allo storico Teatro Stabile di Napoli è  una perfetta armonia, simbolica ed efficace, tra le luci dirette da Gigi Saccomandi, premio dell'Associazione Nazionale Critici di Teatro 2006 e premio Ubu 2008, le coreografie create dall'israeliana Noa Wertheim, fondatrice della compagnia Vertigo Dance Company ( che aprì la settima edizione del Napoli Teatro Festival), le musiche originali di Ran Bagno della Vertigo Dance Company, e i costumi di scena realizzati dalla famosa Tirelli Costumi disegnati dal costumista Maurizio Millenotti, vincitore del David di Donatello per "La leggenda del pianista sull'Oceano" e candidato al premio Oscar per i film "Otello" e "Amleto, diretti da Franco Zeffirelli, infine la sublime e meticolosa traduzione di Gianni Garrera assistito da Graziana Mazzolini.

Nelle musiche, nelle scenografie, nella traduzione, nel testo, nell'atteggiamento dei personaggi è stato compiuto un atto principale di fusione che crea e da vita ad una nuova opera nella reinterpretazione di De Fusco di Cechov, lo scopo è quello di avvicinare il significato del decadentismo dell'aristocrazia russa del primo Novecento all'alta borghesia napoletana dei giorni nostri, incapace di adattarsi ai cambiamenti strutturali, di responsabilizzarsi nei propri ruoli che siano quelli familiari o sociali.

Di abbandonare quello stato di eterna pudicizia che non permette di affrontare con serietà e decisione le scelte che sono dovute ad un adulto e nasconde l'insicurezza dietro gesti effimeri e perbenisti.

Per la composizione delle musiche, infatti, Ran Bagno ha studiato le melodie delle composizioni napoletane da Roberto Murolo a Sergio Bruni per sentirne il "gusto e l'odore", nel testo e nella traduzione sono state inserite in modo blando e spiritoso frasi e cadenze tipiche del linguaggio partenopeo, rendendo la similitudine molto più evidente. Infine, anche nella gestualità degli attori è forte il riferimento alla cultura della città. Ma il richiamo più evidente, seguendo l'idea di De Fusco, ritorna nel bianco della scenografia che richiama il bianco dei paesini del profondo sud o il colore di una masseria di campagna.

La campagna e la natura che non compaiono in scena sono elementi vitali fin dal titolo, " tagliare gli alberi del giardino dei ciliegi equivale al sacrilegio di segare gli alberi del paradiso terreste (Garrera)", seguendo la vocazione di colui che viene definito come il primo autore ecologico d'Europa, Cechov.

 

Il sipario si apre nella stanza dei bambini, un palcoscenico bianco con luci soffuse e nello stesso tempo indicative, sul palco una scala spezzata in rovina distrutta dalla forza del tempo e dei ricordi, come spezzati sono i mobili che arredano la stanza scarna, arredata da poche sedie e un armadio che proprio nel giorno del ritorno di Ljuba compie cent'anni.

Un oggetto malinconico senza vita simbolo del vissuto quotidiano.

 Gli attori occupano completamente la scala e i tre personaggi stesi per terra, al centro della stanza dei bambini,  cominciano a recitare con monologhi travestiti da dialoghi rammentando il tempo che fu e il motivo del ritorno in patria di Ljuba, dopo la fuga della protagonista a Parigi.

Il testo semi autobiografico dello scrittore russo, racconta la storia di un'aristocratica famiglia russa in decadenza, rovinata dal peccato e dalla morte di un giovane figlio della madre e protagonista Ljuba, che per sfuggire al dolore cerca una nuova vita a Parigi, lasciando figli adottivi ed amici nella proprietà rurale dove si erige un bellissimo giardino dei ciliegi, luogo di spensierati ricordi.

Diviso in quattro atti, lo spettacolo tutto gira intorno ad un'annosa questione e probabile motivazione dei ritorno di Ljuba, interpretata da una magnifica Gaia Aprea, ovvero, la messa all'asta pubblica del meraviglioso giardino e quindi della proprietà.

L'unica via di salvezza è quella proposta  dall'amico Lopachin, Claudio di Palma, che indica l'unica scelta possibile: costruire villini da vendere per risanare anche economicamente la famiglia, la quale, in preda ad una staticità infantile rifiuta dal principio, regalando in pratica la proprietà.

Il terreno e la casa vengono comprate proprio da Lopachin durante l'asta, in un tripudio di esaltazione, l'uomo è figlio di servi della famiglia, liberati con l'abolizione della servitù della gleba russa del 1861 e la compravendita rappresenta il riscatto della nuova classe sulla vecchia aristocrazia, e delusione per le sorti della famiglia di Ljuba.

Il quarto atto si chiude con la partenza dell'intera famiglia che lascia solo il maggiordomo Firs, Enzo Turrin, colui che ha sempre servito la famiglia, colui che è invecchiato perchè ha vissuto.

 

Primo e secondo atto sono interrotti dal ballo e dalle coreografie che ravvivano il testo, la direzione di scena di Teresa Cibelli è un'altro elemento aggiuntivo denso di significato: gli spazi occupati dagli attori non sono mai vicini e comunicanti, quasi ad indicare un'impossibilità umana di portare completamente al di fuori la propria anima e coscienza in un dramma esistenziale accompagnato dalle luci blu del secondo tempo, dalla rottura rossa e dal rumore metafisico che irrompe nel terzo atto, emblema della rottura, del cambiamento.

La distanza tra gli attori racchiude ancora il significato dei dialoghi che possono essere con facilità monologhi relegati ad ogni personaggio, anzi la scena si vivacizza quando gli attori compiono gesti quotidiani come baciarsi, sedersi su una panchina o raccontare del pranzo in città.

L'incapacità di comunicare realmente riempie i vuoti di inutili discorsi che rendono le parole prolisse,  come sciocchi ed odiosi sono i discorsi seri per Trofimov, Giacinto Palmarini, l'eterno studente, ribelle e nullafacente.

Nella loro densità le parole sono vane, eppure, sono l'unica strada da percorrere per l'uomo per giungere alla verità, e i palloncini del terzo atto ,legati ognuno ad un attore in scena, portano le parole come un macigno o come un sogno e infine volano.

Volano in uno spazio che non esiste al di fuori della scena, ma esiste nella realtà contingente, quasi come se lo spazio di rappresentazione fosse una scatola o una vetrina per ogni essere umano, una realtà dove si concentrano i ricordi, soprattutto quelli infantili. Ed è la resistenza al cambiamento che provoca gli attriti più forti, la tristezza e la malinconia, infatti, è proprio quando la famiglia apprende della vendita dell'amato giardino, che tira un sospiro di sollievo, perchè il vecchio fa spazio al nuovo, alla nuova vita che verrà.

Quasi come in un cerchio, un valzer, che dall'infanzia pura e linda riporta ad una nuova nascita evasa dal peccato della vita precedente.

Uno spazio bianco, un purgatorio, tempo sospeso tra passato irraggiungibile e nostalgico e un futuro che non si riesce ad immaginare, un bianco che racchiude in se, nella semplicità della sua luce tutti i colori dell'anima, bianca.

Anima che aspira al trapasso, ma che ancora non è libera di viaggiare.

Il traguardo di De Fusco è quello di aver costruito consapevolmente un ponte-viaggio nel tempo, una strada in cui gli uomini machiavellicamente non cambiano, sebbene tecniche e tecnologie (anche quelle di scena, ad esempio, le riprese proiettate sulla parete bianca spezzata contemporanee alla rappresentazione)  cambino abitudini, ma non significati.

Restano vive le delusioni di una rivoluzione illuminista che ispirata ai valori di  giustizia, bellezza e razionalità non ha trasformato il mondo, anzi, resta come fardello di un peso ideale.

Tutto svanisce, e come un occhio che si chiude, il muro bianco della memoria ( la parete spezzata su cui vengono proiettate le immagini e da cui si intravede la scena)  unisce i ricordi  per passare in un'altra dimensione, in un altro futuro o in un'altra storia.

Le crepe dei muri, ricordano la storia che penetra fin nel cemento, lasciando i segni di una vita passata.

Il rumore degli alberi abbattuti segna il tempo del progresso, ma il giardino è pronto per essere piantato da un'altra parte e solo così non muore la speranza.

Uno spettacolo commovente, ricco di spunti, nuovo e non convenzionale, induce ad una catarsi profonda in cui il cuore sembra sbiancarsi per poi essere ricolorato dagli eventi della vita.

Immensi e bravi gli attori capaci di rendere insieme la drammaticità e spensieratezza dell'opera: Gaia Aprea, Paolo Cresta, Claudio di Palma, Serena Marziale, Alessandra Pacifico Griffini, Giacinto Palmarini, Alfonso Postiglione, Federica Sandrini, Gabriele Saurio, Sabrina Succimarra, Paolo Serra, Enzo Turrin.

1/12/14

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