Il cimitero delle fontanelle tra tradizione e storia. 

di Elena Lopresti

Nel cuore del centro di Napoli, tra il vallone dei Girolamini a monte e quello dei Vergini a valle, si estendono in profondità numerose cave di tufo, per la precisione quaranta.

È il Rione della Sanità, appena fuori dalla città greco-romana.

Una di queste cave del Rione Sanità o valle del Tufo, rappresenta il luogo più misterioso e lugubre della città: il Cimitero delle Fontanelle.

Nella prima metà del 1500, la cava di tufo trapezoidale, a 118 metri sul livello del mare, che oggi ospita 40.000 teschi, era utilizzata come deposito merci, tuttavia, iniziò già ad assumere la funzione di ossario che la caratterizza oggi, a causa del sovraffollamento delle chiese: durante la notte, i corpi dei morti venivano portati in questa grotta che prese il nome “Fontanelle” dagli antichi impluvi presenti nella zona, utilizzati per la raccolta delle acque piovane.

Nel 1656 una violentissima epidemia di peste, la stessa raccontata dal Manzoni, colpì duramente la città. La popolazione di 400.000 abitanti venne dimezzata a 250.000, fu necessario uno spazio per raccogliere i corpi dei cari defunti, proprio in questo periodo la cava assunse l’aspetto odierno.

Questo luogo macabro, nell’immaginazione collettiva, ha assunto un significato familiare, la sua storia è molto peculiare ed è legata a quella della città, in una strana simbiosi tra vita e morte tutta napoletana.

Il materiale più utilizzato nelle costruzioni napoletane è il tufo giallo di origine vulcanica, per l’ estrazione del tufo venivano scavate profonde grotte nelle colline. Nella cava del cimitero c’è un ampia zona dove è possibile osservare le grappiate utilizzate dai cavamonti per scendere nella cavità e poter lavorare il tufo. La stessa pietra veniva anche usata nelle fognature e nei condotti dell’acqua. Le acque erano divise in bianche, potabili, e nere, filtrate in bacini divisi da pochi strati di tufo: è possibile che proprio per la capacità della pietra di filtrare i liquidi, le acque si siano contaminate diffondendo velocemente epidemie di peste e colera.

La cava, divisa in tre navate, dei preti, degli appestati e delle “anime pezzentelle” , assunse un ruolo sempre più importante tanto che nel 1764 l’ingegnere Carl Praust formalizzò l’esistenza del cimitero con una prima catalogazione, fino al 1804 l’area si trova al di fuori delle mura cittadine, il cui limite era costituito dalla Porta di San Gennaro,tuttavia, la particolarità dell’ossario della Sanità, a differenza di altri cimiteri europei, è proprio quella di trovarsi nel pieno centro della zona abitata.

La posizione speciale di questo cimitero è all’origine del rapporto tra le anime dei morti e quelle dei vivi, di cui racconta la tradizione popolare. Nel 1872 ad opera di Don Gaetano Barbati avviene una seconda catalogazione sistematica, il parroco mise al lavoro le donne della zona per pulire le ossa, le quali con il tempo presero ad adottare i teschi.

Dopo la pulitura, le donne ponevano sotto ogni teschio un fazzoletto e pregando l’anima del defunto adottivo, chiedevano “o Refrisch”, il Refrigerio, in cambio di una preghiera per il cammino dal Purgatorio al Paradiso, ricevevano un numero del lotto.  Con il tempo, il fazzoletto venne sostituito da un cuscino e se l’anima si manifestava, il teschio adottato veniva posto in una teca, sempre aperta affinchè, di notte avesse potuto raggiungere i sogni dell’adottante.

La cava che si estende su un terreno di 3.000 metri quadrati , ospita nel sottosuolo per altri 15 metri in profondità, i resti di un altro cimitero, che venne trovato durante i lavori di riqualifica di via Acton nel 1930.

Sono nate tantissime storie sulle anime del Purgatorio della Sanità protetto da San Vincenzo e San Gaetano, come quella del Capitano, figura univoca che rappresentava ciò che la città non aveva mai avuto, prodigo di buone notizie e vendicativo all’occorrenza o di Donna Concetta.

 Racconti che testimoniano l’esistenza di una religione pagana, tanto da richiedere la chiusura del Cimitero nel 1969, dal vescovo Corrado Ursi, proprio per il feticismo delle anime.

La storia del Cimitero è nota anche per un’altra funzione, si racconta che durante la metà del 1800 proprio all’interno della cava si svolgessero le riunioni della Grande Mammà, ovvero il consiglio supremo della camorra, di cui racconta Vittorio Paliotti nel suo “ Storia della Camorra”.

La passeggiata al Cimitero viene organizzata periodicamente dall’associazione Locus-Iste e la visita è guidata dal Vice-Presidente, Antonio Iaccarino.

L’associazione nasce del 2012 durante dei corsi di formazione organizzati dall’istituto Suor Orsola ad opera di  un gruppo di studenti e professionisti. La storia della giovane Orsola è legata a quella dell’associazione anche nella scelta del nome, così come la religiosa raccolse una pietra e lanciandola esclamò: “locus iste ubi orat sacerdos” , così le esperte guide dell’associazione ogni settimana propongono una passeggiata in un luogo di Napoli, facendone parlare le testimonianze storiche e popolari.

 

Giovedì 30 gennaio 2014

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