Uno sguardo sul e dal Vomero

di Franco Lista

 

 Le peculiarità dei diversi quartieri, che un tempo Napoli bene esprimeva, si vanno perdendo e in modo irreparabile. Esse erano riscontrabili nelle architetture, nelle vie, nelle alberature; finanche nel chiasso, nel vociare di certi quartieri popolari (una sorta di scenario sonoro) o nel silenzio e nella quiete di altre zone della città, addirittura negli odori di cibi cucinati o nei profumi del mare e dei giardini fioriti.

Tutto questo dava distinzione e varietà ai quartieri e valore di originalità alla città; ne contrassegnava la fisionomia sociale e comportamentale dei suoi scenari urbani.

Il Vomero, col quale io abitante del centro storico ho avuto il primo contatto da ragazzo, si mostrava un quartiere molto particolare, soprattutto per ricchezza delle strade alberate.

Ora quegli imponenti platani, che ombreggiavano con continuità le strade conferendo una connotazione europea a questa parte della nostra città, vanno diradandosi. Numerosi sono gli alberi tagliati e non sradicati che presentano, come tozza e pericolosa sopravvivenza, una piccola parte del fusto emergente dai marciapiedi che spesso si manifesta quale ostacolo al transito pedonale: una malinconica scena di parziale ecatombe arborea che mette in discussione la salute dell’albero tagliato, tant’è che dalla base non è raro vedere spuntare rami con tenere foglie.

In sostanza si tratta di vere e proprie decollazioni che sembrano più necessitate dalla “sindrome dell’albero che cade” che non da un attento intervento di sicurezza sia degli abitanti sia degli alberi.

Per converso, Le Jardin des Plantes, solo per fare un esempio,  presenta alla vista dei parigini platani centenari, ben curati e staticamente assicurati. Invece, nella Napoli che nell’Ottocento, per taluni aspetti, cercava d’imitare Parigi, si assiste a tagli e drastiche potature.

Nella nostra città esiste il problema, sicuramente storico, del verde cittadino. La sua carenza non è solo insufficienza estetica del cosiddetto arredo urbano; più di ogni altra cosa è carenza igienica, considerando la funzione protettiva  di queste alberature dalle polveri (quelle sottili, in particolare; le più pericolose!), dalle particelle incombuste dei carburanti delle auto.

Va messa in evidenza soprattutto la sua funzione fondamentale di assorbimento di anidride carbonica ed emissione di ossigeno. Insomma, un concorso importantissimo nella depurazione dell’aria che respiriamo e nel miglioramento della qualità ambientale.

Sembra proprio che a Napoli  questo discorso non sia recepito, che si vada scioccamente contro corrente; infatti, mentre da noi si tagliano alberi, nelle grandi metropoli americane ed europee si piantano alberi dappertutto. A New York si è utilizzata la linea sopraelevata in disuso della metropolitana, l’High Line, trasformandola in uno straordinario e fiorito parco urbano. A Tokio si piantano alberi e cespugli finanche sui tetti.

Un auspicio, fondato e fattibile, per questo nuovo anno potrebbe essere quello di un generale ripristino e potenziamento del verde pubblico; non solo del verde delle alberature stradali, ma soprattutto la creazione grandi parchi, in considerazione della loro importanza igienico-ambientale.

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In proposito, viene spontaneo considerare quello che sopravvive e che può essere correttamente considerato parco e non giardino. Naturalmente attengono all’eredità borbonica i 120 ettari del bosco di Capodimonte.

Credo, se ci fosse consapevolezza politica, civica e civile della necessità di potenziare adeguatamente il verde della città, che si potrebbero realizzare a Napoli altri due “boschi di Capodimonte”.

L’opportunità, unica e irripetibile, è data dall’area di Bagnoli Futura  che ha un’estensione equivalente a Capodimonte e dall’area di Napoli Est di più di 150 ettari.  Queste due grandi aree, superstiti alla totale cementificazione del territorio napoletano, potrebbero diventare due grandi polmoni di verde, a est e a ovest della città, e qui davvero imitando, e non scimmiottando, la Parigi ottocentesca che con il Bois de Boulogne e il Bois de Vincennentes, anch’essi a est e ad ovest della capitale francese, forniscono uno storico e invidiabile modello di proporzioni eccezionali. Pensiamo agli 846 ettari del Bois de Boulogne e ai 934 ettari del Bois de Vincennes.

Non è il caso di accennare alle vicende di queste due aree che, se svincolate dagli interessi e dagli appetiti delle strutture di potere, sarebbero in grado di svolgere un ruolo davvero strategico per il miglioramento della qualità dell’ambiente e della vita della città. Programmi e progetti in proposito non mancano e solo a leggerli e a interpretare le loro smaccate suggestioni si capisce che, come usava dire Marcello Vittorini, “si complica il semplice fino a renderlo inutile”.

Faccio solo una piccola considerazione a mo’ di esempio: se nei venti anni, che intercorrono tra la dismissione dell’acciaieria e oggi, si fossero piantati alberi nell’area di Bagnoli, oggi avremmo un vero e proprio bosco sul quale intervenire tracciando viali e luoghi di sosta, diradando opportunamente le essenze. Semplice no? Altrettanto semplicemente: non si è fatto niente perché il verde non interessa, il cemento interessa moltissimo.

Anzi, dalla stampa abbiamo appreso che in quest’area, nel corso del 2010, un ettaro e mezzo di pineta è stato dimezzato per dar luogo a una costruzione; sembra incredibile, si tratta di un “Polo tecnologico dell’ambiente”.

Vi è, per chiudere, un solo motivo che ci spinge a compiere queste poche, amare considerazioni: quello inerente al rapporto tra progettualità ed etica, nodo fondamentale per qualsiasi realizzazione, di cui si è profondamente occupato quell’eccellente pensatore di Giancarlo Lunati, scrivendo un saggio che tutti i cittadini operosi dovrebbero leggere.

Forse, ottimisticamente parlando, dovremmo tutti recitare quello che Eraclito diceva: “Chi non spera l’insperabile, non lo troverà”.

   

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