Lo strano caso di Tammurriata nera

di Gennaro Lieto

 

            A settant’anni dalla sua nascita Tammurriata nera continua a far discutere. A riaprire il caso è stavolta il recente saggio del prof. Enrico Careri: Studi su esecuzione e interpretazione. Vivaldi, Schubert, E.A.Mario che, in un apposito capitolo dedicato interamente alla celebre canzone, punta l’indice contro quelle esecuzioni poco o punto rispettose delle notazioni musicali apposte da E.A.Mario e che finiscono col tradirne il senso ed il messaggio dell’intera composizione. E’ proprio l’ingenua ed improbabile incredulità del racconto a dare qualità all’ironia di Nicolardi ed E.A.Mario e, pertanto, urlare la canzone come «ottusamente» fa Peppe Barra, quasi si trattasse di  un canto di protesta, porta via e snatura - sostiene il Careri - quell’ironia leggera e garbata che la percorre sin dalle prime note.

       Anche per il Careri, dunque, ad animare Tammurriata nera non è il dileggio, bensì un’ironia discreta e appena sussurrata, dettata dal desiderio di non prendere troppo sul serio le tragedie della vita. Secondo il musicologo, come nelle commedie di Eduardo e nei film di Totò, l’umorismo napoletano nasce dalla innata capacità di sorridere di fronte alle tragedie e alle difficoltà. L’aver tuttavia chiaramente ammesso la presenza dell’ironia in Tammurriata nera poteva segnare una svolta nella tormentata lettura di Tammurriata nera.  In precedenza, Max Vajro aveva affermato che ove vi è «una sciagura comune» non vi può essere ironia e  Bruna Gaeta Catalano, figlia di E.A.Mario e sua amorosa biografa, gli aveva fatto eco aggiungendo che il fulcro dell’ispirazione degli autori non era stato il dileggio per la eccezionalità del parto della giovane donna, bensì la commozione per il coraggio e la coerenza dalla stessa dimostrato, avendo dichiarato di non volere abbandonare il suo piccolo Ciro. A ben guardare quella svolta non vi è stata. Nel momento in cui il Careri spiega le ragioni di quell’ironia, la sua analisi segna il passo poiché trascura del tutto la cornice politica entro cui maturò Tammurriata nera e  - fatto che sorprende ancor più in un saggio di musicologia -  ignora il gran numero di canzoni che, nel 1944 e negli anni immediatamente successivi,  affiancarono la composizione  e ne completarono il messaggio.

La  canzone di Nicolardi ed E.A. Mario era nata nel 1944 (non nel 1946, come troviamo scritto nel saggio). Erano, presumibilmente, passati nove mesi dall’arrivo a Napoli degli Alleati. La guerra era ancora in corso e numerosi erano i processi che si celebravano dentro e fuori i tribunali dell’Italia liberata per colpire i responsabili dell’immane disastro. In parallelo, divampava anche lo scambio di accuse reciproche, per tradimento alla patria, fra i canzonieri napoletani di opposta fede politica. Non solo Nicolardi ed E.A. Mario presero parte a quello scontro, ma Peppino Fiorelli, Raffaele Chiurazzi, Arturo Trusiano, Mario Nicolò, Giuseppe Anepeta, Arturo Gigliati, Enzo Di Gianni ed altri ancora. Non potendo sempre gli strali esplicitare il pensiero degli arcieri, i risentimenti, le recriminazioni, le profonde inquietudini si vestivano talora di ironia.  Il Careri non ha attinto il Careri a quel prezioso patrimonio e perciò tutto lascia pensare che egli abbia inteso ascrivere Tammurriata nera al generico repertorio melodico-sentimentale della canzone napoletana anziché a quello più propriamente politico. Con la stessa bonarietà, già accreditata ai versi del Nicolardi, il musicologo ha valutato anche l’introduzione di E.A Mario alla canzone, un’introduzione « a metà tra la canzoncina dello Zecchino d’oro e Totò».

Ci permettiamo di osservare che,  per essere così marcatamente arabeggiante, quell’incipit musicale dà piuttosto l’impressione di voler parodiare l’etnia degli invasori cui Napoli  doveva le nascite dei tanti meticci. Del resto, per valutare l’amaro sarcasmo del Nicolardi formato 1944, basterebbe scorrere il testo di Casa dell’alleanza, una delle più caustiche invettive politiche. Destinatari della canzone: i napoletani infingardi e privi di onore che, per lucro, nel chiuso delle proprie case, favoriscono le tresche delle loro donne con «gli esotici amici». Un tema, questo, che ritroveremo – però senza alcuna ironia -   nelle Le voci di dentro di Eduardo.

Se davvero Tammurriata nera avesse inteso esorcizzare una tragedia umana come opina il prof. Careri, resterebbe pur sempre da spiegare perché gli autori avessero invece «sorriso» solo alla tragedia dei meticci nati a Napoli nel ’44 e non anche a quella dei nati, da padri italiani, in sessant’anni di colonialismo africano. Ogni bravo cuffiatore usa parlare a nuora perché suocera intenda. E’ lecito ipotizzare che, prendendo spunto dalla tragedia dei meticci figli della Vª Armata angloamericana, l’ironia di Nicolardi e di E.A.Mario volesse invece indirizzarsi a quegli stessi concittadini che, insorgendo contro tedeschi e fascisti, avevano poi accolto gli Alleati con lacrime di gioia.  Ad essi – è questo il punto -  gli autori facevano risalire la maggiore responsabilità del collasso morale della città. Creduloni stupidi o voltagabbana che fossero, tutti avevano pensato - avrebbe precisato Malaparte - a salvare la pelle. Tutti o quasi erano saliti sul carro del vincitore, gettandosi alle spalle onore e dignità. Quei rinnegati meritavano di essere cuffiati. Secondo Nicolardi,  e tezzune, dalla faccia di zulù! che spuntavano come funghi stavano a dimostrare come i napoletani fossero stati ricambiati e che la libertà degli Alleati altro non era se non un’invenzione propagandistica del CNL. Dopotutto, agli esotici amici non aveva aperto le braccia anche l’avventata mamma del piccolo Ciro?  Nei versi di E.A.Mario, «la più bella città del mondo» era stata ridotta ad un sordido lupanare. Il rimpianto andava alle severe leggi del ventennio, rigide custodi del buon costume.

Vero è che la spernacchiatura di Tammurriata nera avrebbe potuto essere molto più beffarda ed esplicita di quanto già non fosse. Ma gli Alleati ed il CNL avevano, da subito, mostrato di essere piuttosto permalosi e pronti a spiare ogni occasione per crocifiggere chi prendesse a criticare  il nuovo corso o mettere in dubbio la democrazia da essi portata. Vogliamo allora credere che i nostri due autori, partiti gli Alleati, desiderassero che la loro Tammurriata fosse appena sussurrata ?

12 giugno 2014

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