Storia Patria

di Gennaro Lieto

A conti fatti, l'intera giornata di studio del 6 novembre u.s., ospitata dalla Società Napoletana di Storia Patria e dedicata ad E.A.MARIO testimone del tempo, non è stata sufficiente per illustrarne la complessa e poliedrica personalità.

Nell'aprire i lavori, il prof. Enrico Careri, docente di musicologia presso l'Università  Federico II, aveva, opportunamente, sottolineato l'esigenza di restituire alla canzone napoletana quel rigore di indagine scientifica che, troppo spesso, le è stato negato per lasciare il posto ad interpretazioni fantastoriche o, peggio, ad una facile aneddotica sostitutiva della verità documentale. "Un popolo che perde la memoria storica – dirà il prof. Catalano - perde la propria coscienza e, un popolo senza coscienza, è destinato a perire". Potremmo aggiungere che avere memoria storica presuppone, in ogni caso, la voglia di fare i conti col proprio passato, avendolo previamente indagato anche attraverso le canzoni politiche. Invece, eccezion fatta per La leggenda del Piave e Le rose rosse, anche questa articolata giornata di studio ha taciuto sulla ipertrofica produzione di canzoni politiche di E.A.Mario, un autore ben più prolifico di Archiloco, Callino e Tirteo messi insieme. Meglio di un sismografo sensibilissimo, il Maestro ha, infatti, sempre e scrupolosamente registrato le  diverse scosse politiche del suo tempo commentandole con oltre centocinquanta canzoni. Alcuni commentatori amano ancora chiamare patriottici quei canti che erano  nazionalistici e che, di fatto, sostennero e legittimarono le iniziative armate dei guerrafondai nostrani: dalla guerra italo-turca del 1911-12 al secondo conflitto mondiale e passando per la conquista dell'Etiopia nel 1935-36 e senza, ovviamente, dimenticare  le canzoni dedicate alla Grande Guerra.

Oltre che struggente cantore dell'amore e della vita e delle dolorose traversate oceaniche dei nostri emigranti, E.A.Mario fu poeta politico. A ricordarlo è stato il nipote, prof. Raffaele Catalano, storico Ampia la sua dissertazione sul tema «1848, memoria e attualità di una rivoluzione», che introdotto alla lettura di alcuni significativi sonetti del 'O quarantotto, un poema scritto dal nonno e  finito di stampare il 15 maggio del 1948. Cento anni esatti erano, dunque, trascorsi da quella lontana pagina di storia patria che aveva registrato cinquecento morti, ottocento feriti e tremila patrioti costretti a fuggire da Napoli. Ma era, altresì, trascorso appena un mese dalle elezioni politiche del 18 aprile di quell'anno, svoltesi in un clima da guerra civile: l'Italia, spaccata in due da contrapposte fedi politiche, era nel 1948 una polveriera pronta ad esplodere. La rivoluzione del 1848 a Napoli – ha posto in evidenza l'oratore - fu tragedia di un costituzionalismo incapace di esprimere una soluzione politica praticabile. Il bilancio di quella  rivoluzione, all'autore del 'O quarantotto, apparve contraddittorio, inconcludente,  sostanzialmente fallimentare:  non già epopea, ma cronaca; non seme di unità nazionale ma, all'opposto, primavera di più patrie e di più destini. Forse, ad E.A.Mario sfuggiva il fatto che trasformare i sudditi in cittadini non è percorso né breve né facile. Una rivoluzione, quella del 1848, che pure si era dovuta misurare con la reazione di un despota come Ferdinando II di Borbone che, secondo la tradizione di famiglia, non aveva mancato di rispondere con i fucili, la forca ed il carcere duro.

Non sorprende che ad E.A.Mario  non fosse stato possibile – come ha ricordato il prof. Catalano - presentare la sua opera né al Circolo Artistico, né presso altra prestigiosa istituzione culturale cittadina. L'oratore non ha chiarito il motivo di quell'ostracismo, limitandosi a dire che, alla fine, il Poeta s'indusse a leggerlo ai ciechi dell'Istituto Paolo Colosimo. Il sonetto XXVIII del poema recitava: «Nun sempe ll'ommo ch'è perseguitato / è meglio 'e chi 'o perseguita...». Non era certo un giudizio rubato alla filosofia di Guglielmo Giannini, il fondatore dell'Uomo qualunque. Nondimeno, ai tanti napoletani cui ancora bruciavano le ferite delle Quattro Giornate di fine settembre '43, quella sentenza non li trovava impreparati. Essi non avevano avuto dubbi sui loro oppressori. Il Poeta, invece, nemmeno accennava - e mai accennerà in seguito - a questa insurrezione popolare che era costata la vita a molte centinaia di suoi concittadini morti combattendo nazisti e fascisti. Forse, per l'Autore del 'O quarantotto, l'insurrezione delle Quattro Giornate non era stata meno esiziale ed inconcludente  di quella di cento anni prima, avendo  significato più  patrie e più destini. Si sa che, nel nostro dialetto, 'o quarantotto - scritto, come fa il Poeta,  con la q minuscola – è sinonimo di caos, di confusione, di violento ribaltamento di valori e di gerarchie, di attese tradite e di traditori veri o presunti. Se il 1948 offriva solo spine, la vera tragedia era che alla "cara signora Italia" era venuto a mancare il "bravo giardinier".

Parlare di oppressi e di oppressori nel 1948 era, insomma, come gettar benzina sul quel fuoco che l'amnistia Togliatti si era adoperata a spegnere chiudendo, tra furiose proteste, il capitolo dei  processi per epurazione. Con quel provvedimento si tentava di pacificare gli italiani già lacerati da una sanguionsa guerra civile, innervata da odi e rancori profondi. 'O quarantotto riapriva quelle ferite. Coevo a 'E mmacchie 'e sango, il poema era stato preceduto da altre canzoni ugualmente incendiarie come 'O duetto d' 'a libbertà, La patria dell'amore, Suldato vendicatore. Canzoni, queste come numerose altre, sfuggite sinanche all'attenzione di Anna Maria Chianese, una studiosa che alla vita e sull'opera di E.A.Mario ha dedicato una ponderosa, minuta biografia. Forse perchè prive di ogni valore artistico quelle canzoni non potevano trovar posto nelle sue quattrocento pagine .

 

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