E ALLORA?

madame, sciantose…quando l’ironia diventa arte

di Gennaro Lieto

Strana ed imprevedibile la sorte di certe parole, che a volte mutano il loro significato per assumerne un altro, del tutto opposto a quello d'origene. Così è stato anche per la parola madama che, a partire dall'ultimo ventennio dell'Ottocento e per alcuni decenni a seguire, proprio negli anni in cui a Napoli furoreggiava il cafè chantant, divenne sinonimo di  mantenuta. E' quanto emerge da un buon numero di canzoni satiriche napoletane del periodo.

      «Che cosa è un cafè chantant? Un luogo elegante di prostituzione. In Napoli, attorno al cafè chantant fiorisce e pullula una trista genia... La canzonettista, quasi sempre non ha voce, ma canta ed è applaudita freneticamente. Il gesto osceno ed il frizzo salace le hanno assicurato la fortuna. Il carminio di cui il volto è cosparso e la prosperità dei seni danno vertigini al pubblico, che chiama divetta la civetta e la stella spesso una sgualdrina carica di brillanti chimici...». (Il processo Cuocolo, ed. Anacreonte Chiurazzi, 1911, p. 99 e ss.). A conclusioni non diverse pervengono Nicola Maldacea e Rodolfo De Angelis.

      Non tutte le aspiranti sciantose avevano il necessario talento artistico.  Simili a falene attratte dalle luci della ribalta, erano venute a Napoli dalla campagna, per fuggire ad un sicuro destino di fame e di miseria. Si ritrovavano, invece, ad essere sfruttate da impresari e da una lunga filiera di intermediari di poco scrupolo: per una paga futura, incerta e comunque irrisoria, alle pulzelle venivano chiesti pagamenti in natura. Ciò spingeva ancor più quelle divette ad usare il palcoscenico come una vetrina, per mettere generosamente in mostra seni e fianchi prorompenti. Era, indubbiamente, questo il più convincente degli argomenti per incendiare i sensi di qualche facoltoso ammiratore, disposto poi a mantenerle.

     La moda del tempo imponeva agli artisti l'uso del francese, che cominciava dai nomi d'arte, bizzarri e pretenziosi e che, per assonanza o accento, in qualche modo ricordavano la Ville Lumiere. Era, dopotutto, un tentativo per mascherare le umili origini: Cuncetta, già stiratrice o lavandaia, sul palcoscenico della Fenice si sarebbe chiamata Lilì Kangì.  

    I nostri poeti non si lasciarono scappare l'occasione per ironizzare di quelle divette spregiudicate disposte a vendersi ad un riccone - nobile o piccolo borghese che fosse - pur di farsi mantenere. Del resto i facoltosi estimatori erano in gara per accaparrarsi i pezzi di maggior pregio ed erano pronti anche a svenarsi per averne  i favori. Non tutti i poeti furono però indulgenti. Non tutti furono teneri e bonari come Giovanni Capurro, autore de 'A sciantosa,1890, Lily Kangì, 1905; Mad'Muazel Fru-Fru, 1910), canzoni musicate tutte da Salvatore Gambardella. Non tutti ebbero il sorriso benevolo di Pasquale Mario Costa autore de 'A frangesa, 1894.  Canzonieri argutissimi come Aniello Califano, Luigi Mattiello, E.A.Mario, Raffaele Viviani, con un'ironia prossima al sadismo, prenderanno a bersaglio le nuove madame: Madama Quatturà  (1901), Mademoiselle Hannett (1902), Madama Fallì (1907), La sciantosa moderna ovvero Mademuasell Pipì (1910), Madama Butterlfly (1913), Madamigella Alice (1914), Madame Legery (1919), Madama Pescecane (1920) sono alcuni esempi di come la riprovazione morale e sociale  sapesse vestirsi di sapida frizzante ironia. L'inversione semantica della parola madame, che da signora di alto profilo sociale diventava una mantenuta, faceva dopotutto da specchio alla decadenza della nobiltà postunitaria e all'affermarsi della piccola borghesia, ansiosa di trovare simboli e legittimazione sociale alla sua rapida ascesa. Leggendo i testi di quelle canzoni, fatte di metafore spinte ed esplicite, bisogna dare atto che i nostri poeti dialettali, una volta di più, fecero dell'ironia un'arte.  

     E allora? Allora anche Armando Gill, il gentleman della canzone adorato dalla borghesia partenopea - la quale ha sempre aborrito le espressioni triviali e impudiche -  usa la parola madama confermandone l'inversione semantica:

E allora lei fa: - Sei stupido! Qua' stupido madà,

ciento lirette 'e taxi, duciente pe' magnà,

duemila e tante 'e cammera, e chesto che bonora,

ccà ce vo' 'o Banco 'e Napule, carissima signora! 

 

     Lo scambio di complimenti si verifica all'Hotel Vesuvio e coincide col momento in cui lo sfortunato (o ingenuo) don Giovanni partenopeo che tra l'altro ha disertato l'appuntamento con la fidanzata,  si rende ormai conto di essere stato giocato. La navigata signora, che ha barato, gli è già costata ben oltre la più onesta delle tariffe. Che mada' sia la risposta rabbiosa di un surriscaldato  amante andato in bianco non v'è dubbio. Non si può tuttavia pensare che l'Autore abbia inteso fare di quella parola il sinonimo di signora, termine questo che abbonda nelle strofe precedenti, cioè  prima che i due scoprano le carte. Ciò che invece conta è che madama ha un valore ingiurioso. Madama non è parola meno ingiuriosa di quanto lo sia stupido, un epiteto che rivolto da una nordica ad un napoletano vale il doppio. Il capolavoro di Gill è del 1926, quando il cafè chantant è ormai al tramonto, ma madama  conserva intatto il suo disvalore di mantenuta ossia di donna facile che, prima di concedersi, bada a farsi adeguatamente spesare.

 

      Del resto non furono solo i canzonieri napoletani ad invertire il senso originario della parola. Madama  era chiamata, subito dopo i primi sbarchi armati in terra d'Africa, anche l'indigena che viveva more uxorio con un italiano. La concubina veniva comprata allo scopo precipuo di soddisfare le necessità sessuali del colonizzatore, assicurandosene l'esclusività e così evitare di contrarre malattie veneree. La bassa truppa andava con le sciarmutte, pubbliche prostitute di infima tariffa. Per motivi sia sanitari che di decoro dell'uniforme, erano invece gli stessi alti comandi militari a consigliare agli ufficiali di "prender madama" . Madamato o  madamismo sarà in seguito chiamato il vasto fenomeno che porterà ad oltre trentamila i meticci nati in Africa da padre italiano, la  maggior parte abbandonati insieme alle madame che li avevano messi al mondo.

      Sarebbe forse azzardato sostenere che a consolidare l'inversione semantica della parola in Africa orientale  siano stati i nostri militari, che dal molo dell'Immacolatella si imbarcavano per l'Eritrea. Coincide l'arco di tempo: il cafè chantant corre parallelo alle prime nostre campagne coloniali. Coincide, in entrambe le circostanze, il disvalore dato alla parola madama come mantenuta.

      Quella vergognosa pagina di storia patria, non scandalizzò i nostri canzonieri. Bisognerà attendere il 1944 e Tammurriata nera, che tuttavia non riguarderà i meticci africani, bensì quelli napoletani.

 

 Napoliontheroad 21 marzo 2014

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