Non ci resta che ridere 

di Gennaro Lieto

Tanta la passione e l'impegno profusi dalla compagnia teatrale Non ci resta che ridere diretta da Peppino Fiore.  Il 24 e 25 maggio u.s., nel teatro annesso alla Chiesa di Santa Maria della Libera, gli attori hanno riproposto, sempre a scopo di beneficenza, Santarella di Eduardo Scarpetta.

La commedia fu dall'Autore abbozzata nell'ottobre del 1888 durante un suo soggiorno a Milano, ospite dell'amico Edoardo Ferravilla. Terminata a Napoli e rappresentata la prima volta al teatro Sannazzaro il 15 maggio 1889, il lavoro ebbe un immediato e strepitoso successo di pubblico. Strepitosi furono anche gl'incassi, che contribuirono non poco ad accrescere la fortuna economica dello Scarpetta e che gli permisero la costruzione del palazzo al rione Amedeo e della villa al Vomero. Di quest'ultima, che egli aveva chiamato Villa Maria ma che sarà in seguito conosciuta come 'A santarella, usava scherzosamente dire: - Me pare nu cummò sotto e 'ncoppa!...

Sebbene avesse per la sua commedia attinto a Mam'zelle Nitouche, operetta di Hervé su libretto di Henri Meilhac ed Albert Millaud,  per una di quelle strane coincidenze della vita il Convento delle Rondinelle e Nannina, la protagonista di Santarella, devono aver ricordato allo Scarpetta l'ambiente asfittico e l'educazione bacchettona che lui stesso aveva subìto e sopportato in famiglia prima da bambino e poi da adolescente. Val bene infatti ricordare che Eduardo non era figlio d'arte. Il padre, Domenico, era stato ufficiale di prima classe della burocrazia borbonica come addetto agli affari ecclesiastici e con l'unificazione sabauda era poi passato ad occuparsi di censura teatrale. Non è quindi difficile immaginarsi lo scontro generazionale che dev'essersi innescato e nel tempo acuito tra genitore e figlio, spingendo quest'ultimo a cercare i suoi spazi di libertà e di creatività nel mondo fantastico del teatro.

La specie, insegnava Darwin, si adatta all'ambiente e, in quella sorta  di prigione che è il Convento delle Rondinelle in cui Nannina si ritrova suo malgrado, la maliziosa e irrequieta educanda ha sviluppato una particolare attitudine alla dissimulazione. In ciò ha seguito l'esempio del maestro di musica del convento, del quale ha scoperto la doppia vita: Don Felice, infatti, ostenta un comportamento severo e austero quando impartisce lezioni di musica, ovviamente musica sacra; a sera tardi, invece, segretamente, il maestro scavalca il muro di cinta e, gioioso come una Pasqua, si reca a teatro ove si realizza perché è un apprezzato autore di operette. All'alba, il camaleontico educatore fa rientro al convento e riprende, più o meno rassegnato, le severe regole imposte dalla vita claustrale.

Nannina ha in animo di fare altrettanto.  Ha capito però che, per assecondare la sua passione per le operette,  deve comunque e prima di tutto conquistarsi la fiducia della madre-superiora e delle altre religiose. Nasconde così bene la sua indole da meritarsi non solo la stima, ma addirittura l'appellativo di Santarella. Pertanto,  anche lei, in presenza delle religiose, veste i panni di una madonnina infilzata e finge di obbedire di buon grado le ottuse regole del convento. Alla prima occasione seguirà invece le orme di Don Felice, in arte Arturo Maletti.

Momento centrale dell'intera della commedia è il colloquio che Nannina, nascosta da un paravento, ha con il finto ispettore che è venuto ad intervistarla per conoscere le condizioni di vita delle educande nel Convento delle Rondinelle. Quel paravento, che è simbolo della difesa del mondo religioso dalle lusinghe del mondo laico, di fatto ha la consistenza di una foglia di fico. Oltre il muro di cinta del convento, pulsa il mondo dell'operetta e con essa il richiamo alla vita e alla libertà.

29 maggio 2014

 

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