Le Quattro Giornate di Napoli

di Gennaro Lieto

Quali furono le reazioni dei canzonieri napoletani alle Quattro Giornate di Napoli? Non appena qualche tipografia napoletana, miracolosamente sopravvissuta ai bombardamenti, riprese a funzionare, si conobbero i giudizi che gli autori nostrani davano di quella tragica insurrezione. In oltre vent’anni di dittatura, la censura aveva tenuto sotto stretta sorveglianza anche le canzoni; sinanche quelle trasmesse dalla radio erano preventivamente selezionate sulla base dei titoli e dei contenuti. Fu dunque con l’entusiasmo che veniva nel ’44 dalla possibilità di esprimersi finalmente liberamente che furono scritte  alcune canzoni che celebravano le tragiche Quattro Giornate di fine settembre ’43.  Un esempio di quell’entusiasmo è appunto il Canto delle 4 Giornate, parole di Peppino Fiorelli e musica di Giuseppe Anepeta:

Nell’ora più tremenda

di questa guerra orrenda

il popolo di Napoli fu grande!

Scacciò dalla sua terra,

già martire di guerra,

un «barbaro» ed un «servo» in quattro dì.

Il Patriota de «le quattro giornate»

è il leggendario che il suo sangue ha donato

alla Napoli sua amata

nel vederla calpestata.

Or Patriota occhio ai nemici della Patria!

Questo è il tuo grido: Italia e libertà.

Tuttavia il patriottismo di Peppino Fiorelli non coincideva propriamente con il nazionalismo di E.A. Mario. Con Simmo ‘e Napule, paisà! (1944) il Fiorelli aveva inteso lanciare un appello al buon senso: dopo la catastrofe della guerra,  per procedere alla ricostruzione morale e materiale del Paese era saggio dimenticare i rancori e le divisioni del passato. Nel 1955, cioè a dieci anni dalla fine della guerra, E.A.Mario lo apostroferà duramente: « Quel Peppino Fiorelli che osò cantare allegramente la dèbacle della patria con la canzone della  rinunzia cantata e danzata dai così detti liberatori d’oltre Atlantico».

Come era da attendersi, la risposta alle Quattro Giornate dei canzonieri cesarei, i quali  durante il Ventennio si erano spesi magnificando il regime e trasferendo nelle loro encomiastiche composizioni gli slogan del Duce, non poteva che essere di totale condanna. Nessun cenno facevano alle Quattro Giornate: le loro canzoni presupponevano l’insurrezione, ma la ignoravano nella sua portata politica.  Largo fu pertanto l’impiego di metafore e il ricorso ad espressioni spesso criptiche e sibilline di cui i lealisti si servirono per esprimere, ad esempio, l’amarezza e l’indignazione per l’ondata di prostituzione che essi addebitavano all’esercito invasore; accuratamente evitavano, invece, di chiamare in causa chi aveva creato le condizioni della deriva morale sprofondando gli italiani nel baratro di una guerra priva di vere motivazioni ideali. Del ’44 sono Tammurriata nera, Casa dell’alleanza, Seh, m’è fatto capace..., Dove sta Zazà?  

Vale comunque la pena di aggiungere che quella particolare forma di silenzio adottata dai canzonieri napoletani, che così finsero di ignorare quanto era avvenuto nelle Quattro Giornate, può, di fatto, considerarsi il primo passo di un revisionismo storiografico che farà strada. In seguito, i revisionisti punteranno a sminuire la portata dell’insurrezione napoletana del ’43 puntando a rappresentare gli scontri armati contro tedeschi e fascisti ad isolate scaramucce di pochi esagitati in cerca di una ribalta.  In effetti, il silenzio risultò funzionale trovando i lealisti trovò più utile attaccare il nuovo assetto politico con l'arma del sarcasmo, contestando ai loro concittadini quella libertà che gli angloamericani si vantavano di aver portato a Napoli dopo i lunghi anni della dittatura fascista.  

Quel revisionismo rivive ancora oggi nelle parole di chi, contro ogni evidenza ermeneutica e documentale, afferma che Tammurriata nera è da intendere come “il primo manifesto dell’integrazione razziale”. E’ un lapsus freudiano che fa giustizia della natura politica della famosa tammurriata, non diversamente da quanto facciamo quando riconosciamo natura politica all'integrazione razziale. Rimane il fatto che, nella assurda ipotesi che i due Autori avessero davvero inteso fare di  Tammurriata nera un manifesto della fratellanza e delle tolleranza verso chi ha la pelle nera, sarebbe inevitabile pensare ad un loro pentimento. Per rendersene conto basterà leggere Teste di moro, versi di E. Nicolardi, musica di E.A.Mario, 1935:  

Andremo in Africa

sicuri e allegri:

andremo a vincere

contro quei negri.

Fra tante teste

che mozzerò,

una di queste

ti porterò!

22.09.2014

 

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