Una vecchia lapide

di Gennaro Lieto

Al flaneur, che percorre curioso i vicoli di Napoli pronto ad emozianarsi alle sue vestigia, potrebbe essere sfuggita la vecchia lapide di piazzetta Teodoro Monticelli. Prospiciente il Collegio di San Demetrio ed il quattrocentesco palazzo Penne, debitamente incipriata come si conviene ad una vecchia signora, collocata piuttosto in alto sull'esterno di quella che fu la settecentesca casa palaziata dell'illustre principe di Palmerici, può vantarsi di essere sopravissuta alle ingiurie del tempo. Ma nulla ha potuto contro l'insipenza degli uomini che l'hanno incorniciata con grossi cavi elettrici e telefonici. Dopotutto, decisamente peggio è andata al cortile del palazzo, da Ferdinando Fuga disegnato a pianta ottagonale e che oggi si ritrova  ad ospitare un'ingombrante assurda superfetazione, frutto dell'assurdo abusivismo edilizio che nulla ha risparmiato.

In verità, a richiamare la curiosità del passante non è tanto il contenuto  del bando emanato da Ferdinando IV, col quale regalmente si ordina «a tutte qualsivogliano persone di qualunque grado o condizione si siano...che non ardiscano ne presumano di occupare ne impediscano ne tampoco imbrattare, ne alli sediari tenervi le sedie avanti il largo della casa» del principe, pena la carcerazione. Della lapide colpisce, invece, la relata di notifica di tale Domenico Zito, ordinario trombetta della Gran Corte della Vicaria:

«A DI VENTIQUATTRO LUGLIO 1776, NAPOLI = IO SOTTOSCRITTO DOMENICO ZITO ORDINARIO TROMBETTA DELLA G.C. DELLA VICARIA REFERO DI AVER PUBBLICATO IL SOPRADDETTO BANNO NEL LARGO DI SAN DEMETRIO E AVANTI IL PALAZZO DELL'ILLUSTRE PRINCIPE DI PALEMRICI A SUON DI TROMBA AD ALTA ED INTELLIGIBILE VOCE MORE PRAECONIS UT MORIS EST & C» .

Come durante il viceregno spagnolo e ancor prima di esso, a portare a conoscenza del popolo, analfabeta, le sentenze emesse dalla Gran Corte della Vicaria era appunto il trombetta, ossia il banditore di giustizia. In ragione del suo bieco ufficio, il personaggio doveva risultare odiato dal popolo almeno quanto lo erano i torturatori delle carceri ed il boia della Vicaria. Il nome, trombetta, traeva origine dal ferro del mestiere: una lunga tromba di ottone i cui lancinanti squilli  precedevano la lettura, con voce alta e intellegibile, le sentenze della Gran Corte. A rendere un'idea,  sia della figura del trombetta che degli altri numerosi personaggi che con lui animavano la scena del Tribunale della Vicaria, è la bella tela seicentesca attribuita ad Ascanio Luciani  esposta al museo San Martino di Napoli. In basso, ma in posizione centrale,  vi si scorge appunto il trombetta mentre precede i condannati in fila e incatenati, usciti dalle carceri del Tribunale si avviano al luogo del supplizio posto, di solito, in piazza del Carmine. Così composto, il corteo  si inoltrerà fra due ali di folla urlante e inferocita. Richiamati dagli squilli del trombetta, quella folla si ingrosserà similmente alle paurose lave che, durante i nubifragi, a Napoli si formavano sommando le acque  provenienti dai suoi numerosi vicoli. Ad ogni sosta, il condannato era dalla calca fatto oggetto di sputi, bestemmie, sommerso da urla, ingiurie e da quant'altro è capace la folla contagiata da paranoia collettiva. Il condannato avrebbe ricevuto dal popolo una pena  aggiuntiva:  il famigerato sinedrio del tribunale lo avrebbe, di lì a poco, punito nel corpo; la plebe, nel frattempo, lo vituperava annientandone lo spirito. E ciò, per calcolo  dei governanti. La tecnica era antica: da una parte, quella infamante via crucis avrebbe dissuaso chiunque dall'incorrere nei rigori della legge; dall'altra, lasciava alla plebe l'illusione di possedere, dopotutto, uno spazio nella vita pubblica ovvero di avere un ruolo  nell'amministrazione della giustizia cittadina.

Col tempo, la figura del trombetta della Gran Corte della Vicaria entrerà nel vernacolo e segnalarà chi, magari solo per guadagnare il centro della ribalta, arde dal desiderio di spifferare i fatti altrui,  aggiundendovi  del suo.  E, poichè di trombetta in giro ve n'è sempre più di uno, allora si può star certi che – come quel venticello che, piano piano, terra terra, scorre, ronza e s'introduce destramente nella testa della gente - la più riservata delle notizie valicherà gli oceani. Ciò è quanto gustosamente racconta ‘A TRUMMETTA ‘A VICARIA, una canzone del 1925 di Salvatore Baratta e Gaetano Lama. Dopo il rituale fidanzamento, uno stimato e serio giovanotto chiede la mano della faciulla amata. Forse teme  il malocchio, ben sapendo che gli invidiosi possono mandare a monte il suo progetto. Fatto sta che si raccomanda al padre della promessa sposa affinchè non divulghi la notizia. Ma può mai il capo di casa non parlarne con la moglie?  E con che cuore si potrebbe ad una madre negare il diritto di raccontare tutto al parroco, avendo appena aggiunto che «'a fata 'e Napule sposa a nu princepe ch'è figlio 'e rre!»?  E può il parroco, che nelle sue prediche ha sempre invariabilmente esaltato la santità del matrimonio come cosa buona e giusta, non portare a conoscenza di tutti i fedeli una così lieta novella?

 

‘A TRUMMETTA ‘A VICARIA

Dicette a páteto:
"Mme sposo Amelia,
ma manco ll'aria
ll'ha da appurá..."
. . . . . . . . . . . . .
E dint'a n'attimo,
st'ammore serio
s'è fatto comico.
P''e strate 'e Napule
mme sento 'e dicere:
"Che bella coppia!
Viate a loro!...
Hanno fatto, bella mia,
'a trummetta â Vicaría!"


 

 


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