ELOGIO DEL MANDOLINO 

di Gennaro Lieto

 

    Il 4 Maggio di cent’anni fa, l’Italia aveva appena dichiarato guerra all’Austria e già la stampa tedesca con teutonica rabbia sbeffeggiava i soldati italiani: “Verranno contro la Germania e l’Austria i Briganti delle Calabrie, i Mafiusi della Sicilia, i Posteggiatori di Napoli, etc... Punto nel vivo, E.A.Mario, napoletano, che col mandolino aveva composto la maggior parte delle sue canzoni, prontamente replicava con questa SERENATA A LL’IMPERATORE:

Maestà, venimmo a Vienna,

venimmo cu chitarra e manduline,

pecchè sunammo ‘a penna!

pecchè tenimmo ‘e guappe cuncertine…

 

Tutt’ ‘e pustiggiature

ca stanno pe’ Pusilleco e ‘ncittà,

cantante e prufessure,

cu suone e cante v’hann’ ‘a fa’ scetà…

. . . . . . . . . .

E quanno ‘e reggimente

fenesceno ‘e cumbattere cu vuje,

Maistà, cu sti strumente,

pe’ firmà ‘a pace, ce venimmo nuje!...

Gnorsì, chesto tenimmo:

chitarre e manduline pe’ cantà…

ma, quanno ce mettimmo,

‘e cannune se sentono, Maistà!...

 

E ‘o riturnello fa:

“Mio caro Imperatore,

primma ca muore

‘a vide ‘a nuvità:

ll’Italia trase a Trieste

ce trase e hadda restà!”

 

   In realtà non solo di Trieste e delle altre terre irredente si era segretamente discusso e cocncordato a Londra il 26 aprile 1915 tra i governanti italiani e le potenze dell’Intesa. Tenendo all’oscuro il parlamento, Vittorio Emanuele III  aveva autorizzato il capo del governo Salandra ed il ministro Sonnino a sottoscrivere il famigerato Patto: l’Italia si impegnava a dichiarare guerra all’Austria in cambio, in caso di vittoria, di numerosi territori che le avrebbero assicurato il completo dominio dell’Adriatico.  Le mire patriottiche di Casa Savoia andavano, insomma, ben oltre le terre italiane  che, nel 1915, erano sotto il dominio asburgico. Il re d’Italia, che tale diceva essere per grazia di Dio e volontà della nazione, capovolgeva le regole costituzionali ed elevava la volontà di una stretta minoranza a volontà generale della nazione. La baratteria obbligherà i nostri giovani a combattere il vecchio alleato senza nemmeno conoscerne i reali motivi. In seguito, a colmare il vuoto ci penserà la retorica nazionalistica che – specie dopo Caporetto - trasformerà quella guerra da imperialistica a difensiva e chiamando a testimoniare il Piave ed i suoi mormorii.

     Non era bastato ai Savoia il sangue già versato nella sciagurata avventura coloniale africana e conclusasi con la carneficina di Adua. E nemmeno era bastato il sangue sparso in Tripolitania e in Cirenaica nel 1911-12. Gli interventisti avevano voluto la guerra e il loro Re li aveva accontentati sebbene, ritagliandola a misura delle proprie aspirazioni dinastiche, ne facesse un dovere degli italiani verso la Patria.

    E’ opportuno ricordare che la Grande Guerra era stata accolta soprattutto col delirante entusiasmo dagli intellettuali: a levare in alto i calici erano stati anche i poeti e i musicisti della canzone, ugualmente bramosi di partecipare alla grande sbornia.  

    Finita la guerra, nel 1920, Aldo Palazzeschi pubblicava Due imperi...mancati.  Il libro è tra i più pesanti atti d’accusa sferrati contro militaristi e guerrafondai della Grande Guerra. Si dirà che Erasmo aveva fatto di meglio scrivendo Elogio della follia.  Ma in Palazzeschi l’ironia è abbondantemente soverchiata dalla rabbia per diventare apertamente iconoclasta. Speciali frecce riserva infatti lo scrittore ad alcuni dei più santificati  piromani della nostra letteratura, ai cantori della guerra per la guerra e a tutti coloro che hanno soffiato sul fuoco di un rogo che è costato dieci milioni di morti. Giunge così a negare ogni legittimità all’immane catastrofe, nella convinzione che nessuna idealità patriottica possa giustificare il suicidio di un continente:

    «C’era una persona  dalla quale questa guerra doveva venire subito condannata e respinta: l’artista, e su tutti il poeta....Volete conoscere d’un fiato tutti i difetti di una nazione? Rivolgetevi al suo poeta ufficiale che vi servirà a meraviglia...Tutto quello che c’è di deleterio in Italia è del d’Annunzio. Raccoglie egli la fiaccola lasciata a terra da quella vecchia chitarra del Carducci, che a sua volta la raccoglie da quell’altro trombone sfiatato dell’Alfieri ».

    Una volta di più, le pagine del Palazzeschi spingono il lettore a meditare sul pericolo del poeta quando diventa persuasore politico e sinanche condiziona le scelte dei più fragili. Lo aveva capito Ulisse che, sapendo della seduzione del canto delle sirene, aveva tappato le orecchie ai suoi rematori e lui stesso si era fatto legare all’albero della nave.

    Palazzeschi amava Napoli. Dei napoletani apprezzava le loro «grandi, profonde qualità ». Forse è per questo che rivolge un messaggio, senz’altro originale, ai mandolinisti amanti della vita e della pace:

«Vi siete avuti a male perché vi hanno detto mandolinisti. Il mandolino non è certamente il più superbo degli strumenti musicali e chi lo suona fa un po’ l’effetto di uno che si gratta la pancia, ma è mille volte superiore al cannone, senza confronto. Siate mandolinisti, non rinnegate il vostro strumento e sarete più grandi del re di Prussia».

 16 maggio 2015

Condividi su Facebook