I canti politici del popolo napoletano

Parte 2.2

di Gennaro Lieto

 

La politicità dei canti di un popolo non è legata alle diverse qualità dei personaggi evocati o al ruolo da essi rivestito nella vita pubblica, ma piuttosto alla loro appartenenza ad una comunità. Si assume, cioè, che sia quest'ultima, vera protagonista del canto, a parlare con la voce dei suoi anonimi poeti. Una conferma viene da una delle più amate canzoni della nostra ricca tradizione musicale:

 

Mmiez’o mare c’è nata na scarola;

Li Turche se la iocano a tressette;

Beato a chi l’attocca sta figliola!

 

          Dai pochi versi riportati non è difficile riconoscere la celebre Michelemmà, che il Croce giustamente iscrive fra le canzoni politiche del popolo napoletano. Senza rimaneggiamenti, la metrica mal si adatterebbe all'attuale accompagnamento musicale. In compenso, nella versione proposta il messaggio ne guadagna in chiarezza: scarola – avverte il Croce – sta qui per scavotta, cioè schiava. Avendo i pirati saraceni razziato la giovane figlia di un notaio nel corso di una delle loro scorrerie, prima di rivendere la preziosa preda o di chiederne il riscatto, se la giocando a tressette. La comunità, verosimilmente di isolani, leva commossa e dolente la sua voce.

         «La comunità –  dice Zygmunt Bauman – è basata sulla solidarietà e spinge i suoi membri a seguire un ideale di uniformità. Che significa solidarietà? Possiamo riassumere il significato di questa parola – prosegue l’illustre sociologo - usando il vecchio motto: uno per tutti, tutti per uno. [La comunità] non ci abbandona mai; ogniqualvolta abbiamo bisogno di fare riferimento al luogo a cui apparteniamo, essa è sempre lì ad aspettarci». Del resto, ogni cittadino della polis (da cui ci è giunta la parola politica) era orgoglioso di appartenervi ed era pronto anche a morire per essa. Era stato proprio quell'intenso legame con la comunità di appartenenza a spingere gli opliti a non combattere più isolatamente come un tempo Achille, Aiace o gli altri eroi omerici. Stringersi l’uno agli altri e formare insieme la falange, realizzava in battaglia il momento coesivo della polis, così come la democrazia lo realizzava in tempo di pace per gestire gli inevitabili contrasti interni. Quella coesione, quel forte legame comunitario tipico della polis greca, troviamo anche in Michelemmà e ciò è sufficiente per farne un canto politico: il rapimento  della fanciulla non è soltanto sciagura individuale, ma è sciagura collettiva. E, poiché  la politica persegue – o dovrebbe perseguire - il bene generale, non v'è dubbio che la vita e la libertà di ogni cittadino siano da tutelare e difendere come valori supremi, pena la dissoluzione del gruppo. Letto in filigrana, ogni canto politico ascritto al popolo è un testamento spirituale, lasciato in eredità a chi un giorno ne farà parte. Ciò spiega e giustifica anche le possibili modificazioni apportate nel tempo ai testi poetici originari.

         Se tutto ciò è vero e condivisibile,  attribuire allora al popolo la paternità di canti, di cui ben si conoscono gli autori e il loro vissuto, si traduce in una rischiosa semplificazione della realtà. E il rischio  diventa arbitrio, laddove non si possa dimostrare che il popolo - assunto a centro unico di imputazione di istanze diverse, di passioni e volontà fra loro talora opposte e antagoniste – si sia sentito adeguatamente rappresentato dal suo poeta. Gli esempi di questa possibile discrasia sono numerosi. Sarà una approfondita e documentata analisi storica a stabilire se la politicità di quei canti possa farsi risalire alla comunità, democraticamente libera  di esprimersi senza bavagli, senza intimidazioni, senza il fondato timore di rappresaglie. Quella politicità potrebbe invece, per avventura, appartenere alla personale ideologia di artisti  cesarei, asserviti al potente di turno oppure diventati docili megafoni del despota per quieto vivere o, ancora una volta, per paura. 

 Indagare su ciascuna canzone per decifrarne il messaggio, spesso occulto  o subliminale, costituisce, insomma, l'aspetto più impegnativo, ma anche il più intrigante offerto da una indagine sulla canzone politica napoletana osservata come strumento della comunicazione di massa. Scorrendo le innumerevoli composizioni di propaganda politica, spesso archiviate come canzoni patriottiche, resta pur sempre aperto il dibattito sulla missione educativa affidata a poeti e  parolieri della canzone politica. Gli artisti che, a vario titolo, vi dedicarono gran parte del loro ingegno e che ancor oggi dedicano, esaltando, più o meno consapevolmente le gesta dei malavitosi, hanno orientato e orientano le masse, giungendo talora ad innescare contagiose paranoie collettive. Gli esiti più drammatici di quei cattivi maestri si sono visti in occasione delle guerre giustificandone le ragioni. Il popolo è stato potentemente suggestionato da numerosissime canzoni politiche, magari argute, apparentemente solo ludiche, di fatto elevavano la forza e la violenza, l'intolleranza e l'odio razziale al rango di valori etici universali. Troppe volte, quei messaggi hanno contribuito a  drogare le coscienze; sono entrate nell'immaginario dei più indifesi e li hanno portati ad accettare le più folli proposte di morte confezionate dalla classe al potere.  

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