I canti politici del popolo napoletano

Parte prima

di Gennaro Lieto

La storia della canzone napoletana non è fatta solo di struggenti serenate al chiaro di luna. Un capitolo di grande interesse, molto più lungo di quanto si sia di solito portati a credere, è costituito di canzoni politiche. Che la sola parola politica sia, talora, capace di suscitare imbarazzo non è una novità; ma, quando essa viene riferita ad una canzone napoletana, quell'imbarazzo mette in all'erta i benpensanti, abituati a pensare che in re rerum natura esistano unicamente canzoni patriottiche o di guerra. Ad alimentare l'equivoco hanno contribuito anche gli storici e gli antologisti della canzone napoletana. Sapendo di inoltrarsi in un campo minato, vi hanno dedicato, a dir tanto, qualche accenno limitandosi semmai a commentare il solo lato estetico. E', così, mancata una coraggiosa analisi che riconoscesse a moltissime canzoni napoletane di essere state vettori di una pervasiva propaganda ideologica diretta ad orientare le coscienze ed a procurare consenso alla classe politica. Di fatto, il disinteresse è giunto al punto di non  citare nemmeno i titoli di numerosissime canzoni squisitamente politiche. La conseguenza di questo vuoto storiografico - che meglio si direbbe una strana congiura del silenzio – ha, di fatto, depennato uno dei capitoli più significativi della nostra storia musicale, come se non fosse mai stato scritto. Per la verità, questa assenza era stata già segnalata da Benedetto Croce nel lontano 1892. In apertura dei Canti politici del popolo napoletano, il giovane studioso scriveva: « Ci restano pochi saggi di canti politici del popolo napoletano», ma si era tuttavia astenuto dal dare una definizione dei canti politici. Forse il Croce ne dava per scontata la nozione ritenendola sufficientemente acquisita  alla coscienza linguistica di ogni lettore. Nondimeno, nel presentare la pregevole raccolta antologica di quei canti antichi, aveva sentito la necessità di aggiungere: «Sono in massima parte, satire contro i governanti, qualunque sieno, insulti ai caduti, adulazioni triviali, ciniche professioni di vigliaccheria». E la precisazione torna intanto utile perché conferma l'ampio ventaglio dei temi oggetto della canzone politica e perché chiarisce che la satira è solo uno degli abiti con cui essa rivestire i messaggi. Ma ancor più preziosi tornano i testi riportati dal Croce in quanto esempi di canti politici popolari perché la loro paternità risale al popolo napoletano nel suo significato di comunità, come sistema sociale retto da fondamentali valori di vita condivisi dalla maggioranza dei suoi membri: gli ignoti: autori di quei canti sono la voce della comunità.

 

E' secondo questa chiave di lettura che va, ad esempio, valutato il canto che circolava a Napoli nel 1432 per l’assassinio di Sergianni Caracciolo del Sole.

« Muorto è lo purpo, e sta sotto la preta,

Muorto è Ser Gianni, figlio de Poeta»

 

Non conosciamo la musica della canzone. Con poca fantasia e con molta licenza potremmo tuttavia immaginare che ad accompagnare i versi della lunga canzone fossero  i penetranti squilli di trummette ed il tonfo grave della tammorre. Sergianni Caracciolo del Sole, Gran Siniscalco del Regno di Giovanna II d’Angiò, aveva superato in potenza e ricchezza la stessa regina. La sua spregiudicatezza e l'incontenibile sete di potere erano noti e non conoscevano più limiti. Così, quando da ultimo Giovanna gli aveva rifiutato il principato di Salerno, Sergianni era giunto ad insultare la sua amante ormai settantenne. Nei versi riportati, l'odio dei napoletani si traduce in un dileggio feroce, a cominciare dallo stemma nobiliare. I saettanti raggi diventano altrettanti tentacoli di un odioso e vorace purpo, una parola quest'ultima che, a Napoli, vale  per tutto ciò che è insieme brutto e deforme. Ma ciò che interessa sottolineare è che, qui, il canto è politico non solo perché si occupa di un famoso personaggio politico. Governanti e governati, seppure su posizioni di forza diverse ed asimmetriche, dopotutto appartengono alla stessa comunità. Il Caracciolo era stato proditoriamente pugnalato ed infine infilzato con uno spiedo. Potente e temuto in vita, l'uomo conosce ora l'oltraggio ed il disonore  di una fine riservata, invece, a chi uomo non è: ad un mollusco non si addice certo una preta come lastra tombale e allora la metafora, se proprio non rinvia ad una lapidazione come esecuzione collettiva, della comunità esprime bene il sollievo e la soddisfazione per una morte sentita come retributiva.


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