Un organaro del Settecento racconta

di Antonio La Gala

La sensibilità per la conservazione della memoria storica di Napoli è scarsa e la corrispondente pubblicistica non vi pone attenzione, se non per quegli argomenti commerciabili in maniera sbrigativa (i Borbone, la cucina, il folklore, ecc.) secondo canoni culturalmente angusti che prevalgono nel mercato editoriale locale.

Ciò rende preziose le opere che colmano questo vuoto culturale.

E' il caso di un’opera che è stata pubblicata nello scorso mese di dicembre, un nuovo libro del Professor Sacerdote Stefano Romano, molto noto per la sua attività nel settore della musica per organo. L’opera è intitolata  Domenico Antonio Rossi organaro Napoli 1769  racconta” ed è stata stampata da Arti grafiche Licenziato, Napoli.

Questa nuova pubblicazione del Professor Romano è da considerare, sotto molti aspetti, una continuazione del suo libro del 2009 “ La Chiesa di S. Stefano Protomartire al Vomero, dall'archivio di una chiesa di campagna", per le seguenti considerazioni.

Nel precedente libro l’Autore descriveva, raccontandone la storia, una zona di Napoli che in un passato non troppo lontano costituiva una specie di borgo agreste fra la chiesetta di Santo Stefano e Villa Patrizi, un comune confine fra il Vomero, l’inizio di Via Manzoni e la parte più alta di Via Tasso.

Essa era abitata da contadini e nobili proprietari delle grandi ville che, insieme, spiritualmente, gravitavano attorno alla chiesetta di campagna di Santo Stefano.

Fino a Novecento inoltrato la presenza più importante della zona era Villa Patrizi, una estesa proprietà che dava il nome a tutta l’area circostante, fino al punto che questa era nota con il nome di “Via Patrizi”, come testimoniano le lettere e cartoline che venivano inviate con tale “indirizzo”.

Fra le altre ville spiccavano, vicino alla chiesa, Villa Rachele e Villa Spera, poi divenuta Villa Giordano, poi sala per ricevimenti “Corte dei Leoni”, costruita da Adolfo Avena nel 1922, di gusto neoeclettico ricco di reminiscenze romaniche.

La chiesetta era sorta verso la fine del Settecento, inizialmente di diritto patronale del duca Antonio Winspeare, proprietario di Villa Salve, nel cui complesso ricadeva il tempietto.

Nei tempi in cui la religione aveva un certo peso nella vita della gente, soprattutto in contrade come quelle di cui stiamo parlando, era molto frequente che per devozione al Santo titolare della chiesetta, venisse dato il nome Stefano ai bambini.

Questa zona raccontata nel precedente libro ritorna nella nuova pubblicazione del Professor Romano, pubblicazione che trova origine dal desiderio dell’Autore di voler narrare le vicende che gli hanno consentito di restaurare un prezioso ed importante antico organo, poi donato al Tempio di Maria SS. del Buon Consiglio a Capodimonte, e dal desiderio di voler esprimere la sua riconoscenza a quanti gli hanno reso possibile il restauro, ed in particolare ad alcune famiglie signorili.

La parte della pubblicazione che tratta specificamente il tema organistico è di notevole interesse documentale, non solo per gli specialisti di tale tipo di musica, ma anche per conoscere figure ed aspetti del mondo laico e religioso del passato.

Come nella precedente pubblicazione la rievocazione, pur sviluppandosi secondo i canoni della ricerca storica rigorosa, approfondita, e valorizzata da un'ampia raccolta di materiale inedito d'epoca, (documenti ed immagini), sviluppa anche una narrazione appassionata di chi ha personalmente vissuto le vicende narrate, vicende che con il trascorrere del tempo si ripresentano alla memoria dell’Autore con i toni dolci e commossi della nostalgia.

Le famiglie a cui il Professor Stefano Romano desidera esprimere la sua riconoscenza sono, in modo particolare, quella degli Attanasio Schisano Staffelli, la famiglia dei baroni Massa di Galugnano e quella del barone Coppola Bicazio.

Il nuovo materiale storico e rievocativo che l’Autore, grazie a circostanze di natura familiare e di relazioni personali con il mondo raccontato, è meritoriamente riuscito a sottrarre alla distruzione o alla dispersione, e di cui è geloso custode, va a sommarsi e ad integrare il materiale del precedente libro, arricchendo la conoscenza della vita passata di una parte bella di Napoli, di ambienti, famiglie e persone che finora la pubblicistica della città praticamente ignora.    

Operazione di recupero particolarmente meritoria se si considera che nel corso della urbanizzazione del secondo Novecento la zona di cui si racconta è stata completamente stravolta.

Infatti pur avendo io una certa dimestichezza con il recupero di memoria storica specifica dell'area collinare di Napoli in cui rientra la zona descritta e raccontata,  ravviso in questa opera la prima ed unica finestra di vera conoscenza aperta su di essa.

Perciò le opere come quella di cui stiamo parlando, che colmano un vuoto di conoscenza, sono particolarmente preziose, cosa che ci rende grati a Don Stefano Romano di questo nuovo atto d'amore che egli dona alla cultura della città.

Il libro è stato stampato da Arti grafiche Licenziato, Napoli, www.artigrafichelicenziato.com.

 

Gennaio 2013

 

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