Aritmetica del dialetto napoletano

 

di Antonio La Gala

Non è mia intenzione inserirmi nell’eterno stucchevole dibattito per stabilire se la parlata napoletana è una lingua oppure no, né addentrarmi nella trattazione erudita delle sue forme, della produzione letteraria dialettale, e neppure perdere tempo appresso a patetiche e anacronistiche resurrezioni, ma tento soltanto di indagare in quale “misura” il dialetto napoletano risente delle varie culture straniere che hanno dominato per secoli la città.

Ho usato l’espressione “in quale misura”, perché tento di affrontare l’argomento con una metodologia insolita per uno studio linguistico; cioè mediante una “analisi quantitativa” delle varie influenze lessicali straniere presenti nel dialetto, ritenendo che il “peso, l’intensità” culturale delle influenze, siano in qualche modo “misurabili” con numeri e costituiscano un indice  dell’assorbimento delle culture di cui i lessici erano espressione, e anche della predisposizione, della “ricettività”, dei napoletani ad accoglierle.

Forse questa mia metodologia farà inorridire o arricciare il naso a più di uno specialista in materia, ma io credo che invece essa possa essere considerata un contributo, uno dei tanti approcci possibili all'argomento.

Dall’esperienza personale e dai numerosi vocabolari, dizionari e glossari della “lingua” napoletana in circolazione, ho isolato duecento vocaboli dialettali ancora oggi in uso, e di questi ho cercato la provenienza etimologica, raggruppandoli secondo la cultura che li ha originati.

Ho ottenuto così un gruppo di vocaboli provenienti dal greco antico, un gruppo dal latino, uno dal francese, dallo spagnolo, ecc. Successivamente ho contato quanti vocaboli conteneva ogni gruppo, e ne ho calcolato la percentuale sui 200 vocaboli esaminati.

Da questa analisi, un primo dato, peraltro ovvio, è la preponderanza dei vocaboli di origine latina (quasi il settanta per cento), dato più che spiegabile in quanto l’influenza del latino a Napoli è iniziata già nel III sec. a.C., cioè quando Napoli è entrata nel mondo dei Romani, è proseguita per tutto il Medio Evo ed oltre, anche indirettamente attraverso le parlate neolatine.

Faccio alcuni esempi: acchiappare viene da ad capulare (accalappiare); accussì da eccu(m) sic; astipare da stipare; caciuotto da catulus (cucciolo); casatiello, casauoglio, casocavallo, ecc. da caseus (formaggio); chisto e chillo da eccu(m)iste, eccu(m)ille; fasulo da phaselus; fieto da foetor; isso da ipse; mantesino da ante sinum; zoccola da sorex-sorculum (sorcio), e così via.

Anche la tradizione greca, legata alla fondazione della città, ha lasciato nel dialetto un segno consistente, che la mia analisi “misura” in un dieci per cento.

Alcuni esempi: canisto da kanastron (cesto); càntaro da kantàros (piccola coppa); chiatto da platos (largo), ntufà da tuphomai (gonfiarsi); pettola da petalòdes (simile a foglia); strummolo da stròmbos (trottola), e così via.

La lunghezza della dominazione spagnola e la sua maggiore vicinanza ai nostri giorni, ha lasciato anch’essa il suo buon dieci per cento, soprattutto nel campo del costume. Esempi: passià da pasear, sciammeria; guappo da guapo. 

Le due dominazioni francesi, quella angioina del Medio Evo e quella breve napoleonica di inizio Ottocento, oltre a lasciarci l’abitudine di accentare le parole sull’ultima sillaba (per cui un’auto Mercèdes a Napoli diventa una Mercedès), hanno un’incidenza minore, misurabile (con tutti i limiti della mia metologia aritmetica), nel cinque per cento.

Anche qui alcuni esempi: buatta da boite (scatola); gattò da gateau, mustaccio da moustache (baffo), muccaturo da mouchoir ( fazzoletto).

Il resto delle influenze ricorda le altre minori presenze straniere oppure la vicinanza geografica di altre culture, come ad esempio il periodo mediovale greco-bizantino,  la vicinanza araba e turca.

Pure l’ultima dominazione straniera in ordine di tempo, cioè l’occupazione americana degli anni 1943-1945, ci ha lasciato qualcosa, che (sintomaticamente) riguarda i soldi, dall’economia “di strada” (sciuscià, da shoes, scarpe), a quella degli affari (bisinnès da businnes), con i suoi trucchi (baìdo da bait, adescare).

Non ho trovato invece significative reminiscenze germaniche, al di là dei cognomi tedeschi di alcuni nostri concittadini, risalenti alla dominazione ausburgica del Settecento e alla presenza austriaca presso la corte borbonica.

Quest' ultima circostanza ricalca lo scarso lascito degli austriaci presso i napoletani anche in fatto di usi e costumi, a conferma della forte distanza fra le culture germaniche e napoletana.

Il ragionamento quantitativo sulle influenze straniere sulla nostra parlata deve tener conto anche dei settori in cui le lingue dei nostri dominatori incidevano sulla vita dei napoletani. Ad esempio è ovvio che la lingua usata per la corrispondenza negli uffici  ha pesato di meno delle espressioni usate per la vita quotidiana, per il commercio, gli spettacoli, ecc.

Tuttavia non mi sembra troppo peregrino stabilire una certa correlazione fra il freddo calcolo aritmetico delle percentuali delle etimologie straniere ed i lasciti culturali delle corrispondenti presenze straniere nella nostra città, e che quindi "l'aritmetica del dialetto”, sotto l’aspetto della ricerca “umanistica”, non sia da buttar via del tutto.

Dicembre 2012

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