Risanamento edilizio e memorie storiche.

 

Gli imponenti interventi edilizi attuati a fine Ottocento nel vecchio cuore storico di Napoli, nell’ambito del Risanamento urbanistico e igienico della città dopo il colera del 1884, comportarono lo sventramento di buona parte dell’antico centro che i secoli avevano tramandato in uno stato di grave degrado, soprattutto igienico. Tuttavia, come è ovvio, questa parte vecchia, proprio perché tale, custodiva parti importanti della memoria storica della città. Abbatterla per risanarla significava anche disperdere secoli di storia, raccontata dalle chiese, dagli edifici, dai nomi degli edifici e dei luoghi.

Gli interventi del Risanamento erano così radicali che il rischio che scomparisse per sempre, e del tutto, il ricordo di interi momenti della storia cittadina, era una realtà.

Basta ricordare, ad esempio, che gli interventi andavano a sconvolgere quartieri fra i più ricchi di storia: Porto, Pendino, Mercato e Vicaria, cioè la zona portuale e interi settori della Napoli Angioino-Aragonese-Vicereale.

Purtroppo a quell’epoca ancora non era maturata quella sensibilità verso la conservazione del passato che a noi oggi sembra del tutto scontata.

Ad esempio, nel 1861, Marino Turchi  auspicava la demolizione  dei vecchi muri dei chiostri e della “incomoda sporgenza della Croce di Lucca”. Nel 1873 la Sezione di Architettura degli Scienziati, Artisti e Letterati scriveva che  Castel dell’Ovo  non  ha più ragion di essere in piedi. Forse per qualcuno potrebbe avere solo valore il desiderio di ricordare”.

Anche gli storici ed eruditi, a cominciare da Bartolomeo Capasso, nonché gli intellettuali che dal 1882 in poi dettero vita alla rivista “Napoli Nobilissima”, pur lavorando molto sulle vestigia antiche della città sul versante della ricerca filologica, tuttavia nella sostanza dei fatti sposavano in pieno l’ideologia devastatrice del Risanamento. In realtà alcuni di loro ingaggiarono puntigliose battaglie per conservare isolatamente questa o quella chiesa, spostare o no, qua oppure là, un portale, e cose simili, cioè badarono alla salvaguardia di frammenti della città, ma non alla conservazione dell’insieme.

A parziale giustificazione va però ricordato che le condizioni igieniche delle zone interessate dalle antichità erano così spaventose che anche nelle menti migliori prendeva il sopravvento l’idea che era necessario far piazza pulita delle “pietre vecchie”.

Bartolomeo Capasso, ad esempio, scriveva: ” La Napoli antica è condannata a sparire. I supportici, che accavalcando le vie, impediscono all’aria e alla luce di liberamente diffondersi in quelle si tolgono, i fondaci ove la gente si ammucchiava in luridi covili, si aprono, e finalmente i vichi stretti e tortuosi, si allargano e dritte strade, fiancheggiate da comode case e magnifici palagi”.

La Matilde Serao del “Ventre di Napoli”, criticando l’aspetto estetico dei nuovi edifici, tuttavia li accettava per come essi erano perché, precisava, occorreva vederli  con gli occhi ancora offesi della sozzura antica della Napoli morente”.

Delle vestigia scomparse ci restano alcune immagini, liricamente interpretative, come i quadri di Migliaro e le stampe di Raffaele D’Ambra, oppure impietosamente fotografiche.

Da questo contrasto fra le esigenze del Risanamento e della conservazione delle vestigia storiche, emerge ancora una volta la contraddittorietà di una città in cui la storia ha sedimentato e intrecciato situazioni e problemi in un connubio inscindibile ed inestricabile di miseria e nobiltà.

Infatti, volendo discutere oggi sui problemi di oggi, abbiamo un’idea chiara se è meglio oppure no difendere alcune situazioni urbanistiche che assieme alla storia della città, continuano a tramandarci anche i suoi innegabili vizi?

 

Antonio La Gala, marzo 2012

 

 

 

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