Prime automobili sotto il Vesuvio

 

 

 

Nell’iconografia napoletana d’inizio Novecento, nelle vie della città domina la presenza di mezzi di trasporto a cavalli, assieme a qualche tram elettrico. L’atmosfera delle strade di Napoli, nell’insieme, è ancora quella ottocentesca. Talvolta però sbucano mezzi e personaggi “d’avanguardia”, in stile belle époque: le prime automobili e i loro occupanti.  

Le automobili di quegli anni, disegnate concettualmente come carrozze senza cavalli, erano ancora scoperte e perciò i guidatori e passeggeri erano esposti a tutte le intemperie, pioggia, vento, freddo, fango, polvere. Ciò spiega l’abbigliamento che vediamo in quelle foto d’epoca: pellicce, occhialoni, berretti all’inglese e velette per le signore.

Per guidarle occorreva anche una buona dose di coraggio e di senso dell’avventura. Era quasi sempre necessario servirsi di un autista che fosse anche meccanico.

L’idea dell’automobile è più antica di quanto forse si pensa.

Già nel 1798 Cugnot inventò un qualcosa di semovente, sfruttando il vapore. Ma si può parlare veramente di automobili solo con l’introduzione del "motore a scoppio", con cui negli ultimi venti anni dell’Ottocento si cominciarono a produrre, in pochi esemplari, i primi rudimentali modelli di autovetture.  L’Italia iniziò con qualche ritardo.

In apertura di secolo, il 21 aprile del 1900, si aprì a Torino la prima “mostra di automobili”, come allora si chiamavano i Saloni automobilistici.

Di quegli espositori dell’anno 1900, oggi è rimasta solo la Fiat , nata nel luglio dell’anno precedente.

La gente accolse quella specie di mostri a quattro ruote che procedevano a balzi, sbuffando e spaventando cavalli e mucche, dapprima con meraviglia, e poi con  curiosità. Anni prima, in Inghilterra, i veicoli semoventi senza cavalli dovevano camminare precedute da un uomo con la bandiera rossa d’avvertimento.

Nei primi anni del Novecento in Italia circolavano solo alcune centinaia di auto. Lo Stato fu molto lesto a pretendere la sua parte, istituendo nel 1901, appena l’anno dopo la prima esposizione, la tassa di circolazione, venti lire, la stessa tassa imposta ai “velocipedi”.

In quegli anni le prime automobili, assieme ai “velocipedi”, cioè le biciclette, erano simbolo della velocità e del turismo. A Napoli, come altrove, inizialmente l’uso delle costosissime automobiline era in mano alla parte più aristocratica della società, che per lo più ne interpretava l’uso come un fatto sportivo.

Ce lo conferma un articolo di un periodico della fine del 1903, dal titolo “ La Società Napoletana Automobili”, dove si legge:

Finalmente Napoli sportiva può vantarsi di aver costituito un’importante società di automobilisti con persone e capitali esclusivamente napoletani.

La Società ha la sua sede a Mergellina in un bellissimo edificio costruito su disegno dell’architetto napoletano Ferdinando Fonseca, che sapientemente utilizzando gli elementi dell’arte nuova ha saputo dare al modernissimo sport una sede di gusto moderno e perfetto. Al piano terra c’è un”Auto-Garage” con locali vastissimi che può contenere oltre cinquanta vetture. Al piano superiore avrà stabile dimora il futuro Club automobilisti napoletani. E’ a pochi passi dal porto Sannazaro, cosa che lo rende adatto ad accogliere gli auto-canotti che quest’anno sono cresciuti di numero in tutto il mondo e sono stati perfezionati di meccanismi”.

I “canotti meccanici” erano i primi piccoli natanti non a remi o a vela, ma mossi da un motore, insomma i primi motoscafi.

Si può ragionevolmente ipotizzare che l’edificio della sede della “Società napoletana Automobili” costruito nel 1903 si trovasse a Mergellina, ritengo dalle parti dell’attuale stazione della funicolare che porta a Via Manzoni.

Da quei lontani primordi del Novecento, l’automobile, in senso proprio e metaforico, fino ad oggi ha percorso veramente molta strada.

 

Antonio La Gala