Niccolini scenografo del San Carlo

di Antonio La Gala

 

Il mondo della scenografia teatrale napoletana dalla fine del Settecento fino ai primi anni dell'Ottocento, fu dominato per poco più di un ventennio dal toscano Domenico Chelli.

Ma gradualmente, un pò per una certa sua incapacità  ad adattarsi al clima del ritorno al classicismo e sia per vicende personali legate agli eventi politici napoletani di quegli anni, Chelli dovette  lasciare la scena (è proprio il caso di dirlo), ad altri.

Non essendo emerso fra i suoi allievi qualcuno in grado di succedergli degnamente, nel 1806 come scenografo teatrale di spicco fu invitato un altro toscano, Antonio Niccolini, ricco di esperienza nonostante la sua giovane età, il quale a sua volta dominò il mondo della scenografia  napoletana per quasi tutto il mezzo secolo successivo.

Niccolini, assieme al fratello Giuseppe, già da una decina d'anni si era fatto notare in Toscana per il "raffinatissimo (allora) moderno gusto" ispirato al mondo classico, in specie a quello greco.

Nel 1822 gli fu affidata la direzione della scuola di scenografia appena istituita presso l'Accademia.

Sebbene si interessasse di varie branche dell'Arte, come dimostra la sua saggistica che va dall'architettura alla pittura, dall'archeologia ai mosaici, e nonostante il suo interesse per il teatro tenuto a livelli di altissima professionalità, Niccolini profuse il suo maggior impegno nell'attività di architetto. Ma come egli stesso dichiarò nel 1848 nella relazione "Ai signori componenti la commessione incaricata di esaminare l'andamento del reale istituto per le Belle Arti e quello delle scuole per gli artieri", fu notevole l'osmosi fra la sua attività di scenografo e di architetto.

Infatti scrisse: "Ma il mio insegnamento in Napoli delle belle arti non incomincia con la fondazione dell'Istituto. Fino dall'anno 1806 invitato a rimpiazzare il vecchio Chelli nella Scenografia de' Reali teatri feci vedere con la illusione del vero (cioè attraverso edifici realmente costruiti n.d.r.) tutti gli edifizi di ogni nazione e di ogni tempo. Così che il casino del marchese Gensano (Villa Majo al Vomero n.d.r.) nell'esterno, come nell'interno e ne' mobili fu tratto dal soggiorno di Ottavia che volle aver simile nella sua delizia. Così il casino gotico di Villa Ruffo fu per suo ordine tratto dalle mie scene di Riccardo Cor di leone. Lo stesso dicasi della torre e del giardinaggio del duca di Gallo, ora di S.M. la Regina Madre. Egualmente che quello del duca di Noja in Napoli, quello del principe di Caramanica alla Barra e quello del conte di Camaldoli, ec, ec.".

Scorrendo la corrispondenza del Niccolini si rilevano anche momenti di quotidianità "pratica" a cui talvolta non si pone mente poiché solitamente s’immagina l'attività degli Artisti tutta immersa nell'ispirazione e nella contemplazione.

Ad esempio troviamo lettere legate a contrattazioni, ritardi, solleciti ecc. nei pagamenti delle scene. Divertente (ma anche indicativa dell'antichità di alcuni comportamenti locali) è la lettera del 1848 indirizzata al Soprintendente de' Teatri e Spettacoli, in cui Niccolini racconta del rischio corso dagli spettatori quando "a teatro pienissimo" alcuni "malfattori" si erano intrufolati "fra il soffitto della platea del Reale Teatro San Carlo, ed il tavolato su cui si dipingono le scene, in uno spazio di circa quattro palmi, praticabile soltanto da chi lo percorra a carponi", per rubare parte delle "viti che univano insieme le ferrature delle aggiunzioni delle travi". Nella stessa lettera Niccolini si compiace che i malfattori non avevano preso, perché non ne conoscevano il valore, "la cassa posta in quello interspazio che conteneva metà della corda del lampadario, composta di fili di rame e di ferri dorati".

Sulla scorta delle notizie apprese sulle vicende di Niccolini, della sua scenografia e del mondo che vi girava attorno, assistendo agli spettacoli di oggi ci può sembrare di vedere, con gli occhi della mente,  muoversi assieme ai personaggi che realmente ora si muovono sulla scena, anche Niccolini e i suoi collaboratori, un pò come fantasmi trasparenti, ma attivi, e di sovrapporre alle scene reali attuali, come veli sbiaditi, quelle di due secoli fa. 

 

13.02.2013 

 

 

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