Napoli nelle prime rappresentazioni fotografiche

 

E’ noto che a fine Settecento e nell’Ottocento i rampolli dell’élite europea prima di iniziare la loro vita sociale completavano la preparazione culturale visitando l’Italia, compiendo il famoso Gran Tour, per l’eccezionale interesse che destava il patrimonio storico, artistico, paesaggistico, umano, della penisola.

Napoli era una delle tappe obbligate. Gli scrittori e i poeti raccoglievano le loro impressioni sulla città, producendo un’abbondante letteratura. I pittori trasformavano le loro impressioni in immagini. Parallelamente a quello letterario si costruiva, iconograficamente, il “Voyage pittoresque” di Napoli e del Golfo.

Infatti i viaggiatori che desideravano conservare il ricordo delle cose viste, ma che non erano capaci di fissare i ricordi in letteratura o disegno, acquistavano immagini pittoriche prodotte da artisti locali, generalmente su alti livelli qualitativi, trattandosi di una produzione rivolta ad una clientela culturalmente elevata.

Poco dopo metà Ottocento cominciò a diffondersi dappertutto, come mezzo di rappresentazione della realtà, la fotografia, che nei suoi primi tempi e praticamente per tutta la seconda metà del secolo era considerata come semplice supporto e complemento della pittura. Ciò accadeva per i ritratti come per la descrizione dei luoghi. Per questi ultimi le fotografie sostituivano le immagini pittoriche cercate anche dai viaggiatori del Gran Tour.

Quando la fotografia cominciò ad essere uno strumento sufficientemente maturo per sostituire acquerelli e stampe, iniziarono ad operare fotografi che però affrontarono la descrizione dei luoghi con lo stesso animus del pittore, cercando cioè il pittoresco, la nota di costume. A Napoli si resero molto attivi fotografi di alto rango, primi fra tutti i fratelli Alinari e Giorgio Sommer, il quale, in particolare, compilò un album che spaziava fra il 1875 e la fine del secolo, annotandovi anche delle didascalie.

La produzione di queste immagini, come quella precedente pittorica, essendo riservata ad una ristretta élite intellettuale era sempre di alto livello, sia tecnico, che culturalmente interpretativo della realtà riprodotta, umana, sociale, ambientale.

Al di fuori poi della produzione per i turisti, a Napoli, fin dall’inizio, anche la fotografia che documentava ambiente e società si occupò quasi esclusivamente del vedutismo paesaggistico, pittorico, folkloristico (Vesuvio col pino, Posillipo, il mare, Via Caracciolo, S. Lucia, gli scugnizzi, i pescatori, i venditori ambulanti), ignorando la città non folkloristica, quella industriale, borghese, proletaria. Ciò rispecchiava la situazione di Napoli, una città “diversa” dalle altre grandi città europee dell’epoca. Alcuni quartieri pur interessanti e popolosi, dove però non c’era niente di folkloristico da riprendere, furono del tutto ignorati.

Pertanto nella memoria storica fotografica della città le poche immagini del passato che ricordano questi quartieri spesso sono quelle che sbucano dalle foto ricordo degli album familiari, quasi sempre sotto forma di elemento ambientale, complementare, come sfondo. Purtroppo gran parte di esse vengono disperse dal tempo e dalla insensibilità di molti di coloro che svuotano  i cassetti degli anziani.

Fortunatamente, per molte di queste zone ignorate, la rappresentazione dei luoghi ci viene tramandata da un’abbondante produzione pittorica. Infatti nell’Ottocento e nel primo Novecento il clima artistico era orientato verso forme di pittura aderenti alla realtà, portando il cavalletto in campagna. La pittura di quel periodo ha avuto il grande merito di aver rappresentato, si può dire in esclusiva, la parte migliore di alcune zone di Napoli, come ad esempio Posillipo, il Vomero, l’Arenella, le zone agresti dentro e attorno alla città, oggi irrimediabilmente scomparse. D’altra parte la pittura napoletana erede della scuola di Posillipo, non poteva non essere attratta dal fascino ambientale di quei luoghi, e considerare il paesaggio uno dei suoi temi preferiti.

 

Antonio La Gala , ottobre 2011

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