Testimonianze archeologiche della Napoli più antica

 

Sulle origini della città di Napoli esiste una bibliografia sterminata e quindi questo articolo sarebbe patetico se si proponesse di raccontare di Partenope, Pizzofalcone, Neapolis e cose simili.

L’articolo invece si propone di dire, nell’ambito della storia arcinota delle origini della città, qualcosa a proposito delle sue testimonianze archeologiche più antiche.

Non è possibile tracciare un quadro d’insieme delle più antiche frequentazioni umane del Golfo di Napoli e della Campania in genere, perché i frammenti archeologici rinvenuti un po’ qua e un po’ là, non sono fra loro raggruppabili, sistemabili, in definite facies culturali, e quindi non sono idonei a tracciare un ordinato quadro d’insieme. Praticamente niente si sa di ben preciso delle presenze umane fino all’VIII sec. a.C.

Qualcosa in più si può dire sui primi Greci che si avventurarono in Occidente e si affacciarono nel Golfo di Napoli. E’ piuttosto accreditata la tesi che provenivano dall’isola di Eubea e portavano le loro esperienze maturate con i contatti che avevano stabilito con le popolazioni del Mediterraneo orientale. Prima del 750 essi si limitavano a curare scambi commerciali con gli abitatori indigeni della Campania. Attorno al 750, poi, crearono un loro avamposto stabile a Pithecusa, oggi Lacco Ameno, un porto franco, liberamente frequentato da mercanti e artigiani di diversa provenienza. Poco dopo, intorno al 725 fondarono Cuma, sulla terraferma, per meglio spingersi con i loro commerci verso il Lazio e l’Etruria meridionale.

Molto presumibilmente furono i Cumani a fondare Partenope, sulla collina di Pizzofalcone, in posizione strategica sul promontorio di Megaride (Castel dell’Ovo), allora legato alla terraferma.

Di Partenope si hanno notizie fra il 650 e il 550 a.C.; poi c’è un vuoto fino a metà degli anni 300 a.C.  Per quanto riguarda l’estensione di questo abitato, nulla possiamo dire perché nulla finora risulta trovato archeologicamente che ce lo faccia definire, anche per la scarsità della sua densità abitativa.

Nel frattempo nel 470 a.C. era sorta Neapolis, presumibilmente anch’essa ad opera dei Cumani, in posizione dominante sul golfo di Napoli, soprattutto dopo che questi avevano conquistato Ischia e Capri. Così essi acquisirono il controllo delle bocche di Capri e del canale di Procida, e quindi potevano lucrare sui pedaggi imposti ai mercanti che dovevano entrare nel golfo per commerciare con gli abitatori della terraferma.

Napoli nacque quindi come entità per sfruttare le risorse marittime, mentre il suo territorio, chiuso fra colline, con scarsità di zone pianeggianti, in parte acquitrinose, restava molto ristretto, poco produttivo dal punto di vista agricolo, appena sufficiente ad un’economia di sussistenza.

Per quanto riguarda l’estensione del territorio di Neapolis, nemmeno possiamo dire gran che circa i suoi primi 50 anni di vita, perché nulla finora risulta trovato archeologicamente che ce lo faccia individuare e circoscrivere, anch’esso per la sua scarsità di densità abitativa.

Dopo la caduta di Cuma per mano sannita, nel 421 a.C., e l’inizio delle guerre sannitiche, Neapolis divenne lo sbocco verso il mare di gran parte della Campania settentrionale. In effetti la greca Neapolis essendo circondata dalle popolazioni campano-sannite, ed avendo sbocchi facilmente transitabili verso l’interno, verso queste popolazioni, era costretta a mantenere con esse buoni rapporti, come testimonia la sua collaborazione con i Sanniti nella guerra contro Roma.

Per quanto riguarda l’estensione del territorio di influenza di Neapolis, cominciamo a sapere qualcosa in più per il periodo fra il 421 a. C. e le guerre sannitiche. Grazie alla monetazione rinvenuta risulta che ad occidente il territorio di influenza della città comprendeva la parte orientale dei Campi Flegrei (fino alle pendici della solfatara verso la conca di Agnano), nonché le isole di Ischia e Capri. Il rinvenimento a Pianura di un confine prediale e di una tegola con iscrizioni, ci fanno ritenere che rientrasse nel territorio di Neapolis, almeno in massima parte, il cratere omonimo. Ad Est alcuni reperti fanno ritenere che la città non andasse oltre il limite naturale costituito dagli acquitrini attorno al corso inferiore del Sebeto e dal cavone di Miano. A Nord, con ogni probabilità il confine coincideva con il ciglio dei Camaldoli. 

Per quanto riguarda le colline, e in particolare quelle vomeresi,  non sappiamo se fino alla fondazione di Neapolis esse ospitassero già, come il vicino colle di Pizzofalcone, qualche insediamento o installazione agraria, e quindi è difficile prevedere se in futuro dovesse comparire qualche reperto che testimoni presenze umane. In ogni caso si tratterebbe di presenze insignificanti per la neonata città greca. 

In relazione ai tempi posteriori alla fondazione di Neapolis, nemmeno risulta, almeno a noi, qualche testimonianza su eventuali insediamenti collinari, anche se, come abbiamo visto, la collina rientrava, fino al ciglio dei Camaldoli, nel territorio della città greca, e fosse situata al di qua del confine flegreo.

Per le epoche anteriori alla conquista romana, abbiamo conoscenze meno imprecise sull’area collinare, almeno per quanto riguarda il sistema viario. Infatti le aree collinari a nord e ad ovest della città costituivano passaggi obbligati imposti dalla conformazione orografica e quindi le strade di quel periodo necessariamente le dovevano frequentare.

Fra queste strade una via abbastanza frequentata era il collegamento fra la Pozzuoli e la Napoli di allora, un percorso che partiva da  Fuorigrotta-La Loggetta,  scavalcava la collina vomerese arrivando dalle parti di Largo S.Stefano e proseguendo verso Antignano; dopo di che scendeva per Salvator Rosa, e sbucava in Neapolis nella zona oggi Tarsia, un percorso che i Romani rinnoveranno attorno al 100 d. C. e chiameranno “Via Puteoli-Neapolim per colles”. 

 

Antonio La Gala