Leopardi e Napoli: fischi per applausi?

di Antonio La Gala

 

Nel settembre 1830 Giacomo Leopardi incontrò a Firenze Antonio Ranieri, un giovane napoletano giramondo, in quel momento esiliato dal regno borbonico, perché di idee liberali e compromessosi nei moti del 1820.

Da allora Ranieri offrì amicizia e protezione al poeta e nel 1833 lo convinse a trasferirsi con lui a Napoli, dove i due giunsero ad ottobre.

Il soggiorno napoletano fu artisticamente fertile per Leopardi, che vi scrisse alcune delle sue più note poesie, e fu nella nostra città che egli morì nel 1837.

Napoli ha voluto ricordare la permanenza in città del poeta di Recanati, intitolandogli una importante strada di Fuorigrotta, una stazione, scuole, ecc. ed erigendogli una tomba, prima in una chiesa e poi trasferirla nei pressi di Mergellina, vicino a quella ritenuta di Virgilio.

Napoli nei secoli ha sempre ospitato scrittori e poeti stranieri, dei quali però tende a ricordare  in modo onorifico solo quelli che ne hanno parlato bene e quasi ignorando gli ospiti criticoni.

Perciò il modo onorifico di ricordare Leopardi farebbe dedurre benemerenze del poeta nei confronti della città, un suo idillio con essa.

Per la verità, io questo idillio non lo ho trovato.

Anche se è vero che Giacomo Leopardi non si trovava mai a suo agio nei posti dove viveva e ne disprezzava gli abitanti, a cominciare dalla natia Recanati, tuttavia del suo soggiorno a Napoli, ci ha lasciato una serie di giudizi così circostanziati, che potrebbero non rientrare nell’ambito delle sue abituali insofferenze, e che comunque meritano un’analisi.

Il rapporto del poeta con  la città comincia bene. Appena arrivato scrive al padre Monaldo: “La dolcezza del clima, la bellezza della città e l’indole amabile e benevola degli abitanti mi riescono assai piacevoli” (5 ottobre 1833).

Ben presto però cambia qualcosa. Nella lettera del 20 marzo 1834 al parigino De Sinner esprime il desiderio di spostarsi a Parigi, visto che “il nord o il mezzogiorno sono per lo meno indifferenti ai miei mali”.

L’apertura della stessa lettera testimonia pure che molto presto cominciarono anche per Leopardi a farsi sentire i “normali” disservizi locali, nella fattispecie quello postale. “La vostra amabilissima (lettera n.d.r.) del 21 dicembre non mi fu data alla posta che il dì 8 del corrente (marzo n.d.r.)”.

In seguito il poeta si lamenterà ancora dei ritardi postali e del fatto che gli aprano le lettere.

Ad esempio il 5 aprile scrive al padre: ”ho il dispiacevole sospetto che le mie lettere di qua non le giungano”; “se Dio permette che questa lettera le giunga”.

Nella stessa del 5 aprile dichiara: “io partirò da Napoli il più presto che io possa”. 

Man mano che passano i mesi l’insofferenza di Leopardi per la città cresce e nella lettera al padre del 3 febbraio 1835, esplode: “quanto prima mi sarà umanamente possibile, io partirò per Recanati, essendo nel fondo dell’anima impazientissimo di rivederla, oltre il bisogno che ho di fuggire questi Lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri e b.f. (qui il poeta autocensura gli epiteti, che non sono riuscito ad individuare, n.d.r.)”.

Né deve andar bene il suo rapporto con il mondo dell’editoria, se in un’altra lettera datata 4 dicembre informa il padre che non darà mai ad editori locali (“librai mezzi falliti”), una sua opera, non volendogliela affidare “non solamente gratis ma neppure senza pagamento anticipato, così consigliandomi tutti gli amici che bisogna fare in questo paese di ladri”.

Nel frattempo scoppia uno dei tanti colera napoletani del secolo, e Leopardi resta bloccato in città.

Non riesce a trovare alloggio “perché quartini ammobiliati a mese non si trovano, come da per tutto, perché non sono d’uso, salvo a prezzi enormi e in famiglie per lo più di ladri”. Chi non riesce a trovar casa, “può star sicuro  di accamparsi col suo letto e co’ suoi mobili in mezzo alla strada oppure andare alla locanda, dove la più fetida stanza, senza luce e senz’aria, costa al meno possibile dodici ducati al mese, senza il servizio, che è prestato dalla più infame canaglia al mondo” (9 marzo 1837, lettera al padre). La lettera così si conclude: “ io non le racconto queste cose se non perché ella mi compatisca un poco d’esser capitato in un paese pieno di difficoltà e di veri e continui pericoli, perché veramente barbaro, assai più che non si può mai credere da chi non vi è stato, o da chi vi ha passato 15 giorni o un mese vedendo le rarità”.

Dopo poco più di due mesi Leopardi a Napoli ci lascerà la pelle.

E le ossa. Fatte deporre da Ranieri nella vecchia chiesa di San Vitale di Fuorigrotta, prima di essere spostate negli anni Venti del Novecento nel monumento di Mergellina.

Dopo  lo sfogo del 5 aprile, non ci risultano suoi ripensamenti sui giudizi sul “paese veramente barbaro”.

Allora perché quel paese ci tiene tanto a ricordare il soggiorno del poeta presso di sé?

Comprensibilmente lo ricorda per referenziarsi come luogo di soggiorno di così sommo letterato.

Ma ignora ciò che Leopardi pensava del suo soggiorno e della città? Ci passa sopra?

In qualità di non specialista di studi leopoardiani, debbo dare per altamente probabile che la mia impressione che Leopardi non sia stato proprio un estimatore sviscerato della nostra città, sia un errore dovuto ad mio insufficiente approfondimento letterario. In effetti la mia analisi è pedestremente limitata al contenuto dell' epistolario del poeta, in circolazione a livello scolastico e bancarellaro.

Sarei contento se una maggiore preparazione e argomentazioni documentate mi convincessero che la mia opinione è sbagliata.

Nel frattempo mi resta il dubbio che Napoli ha preso i fischi di Leopardi per applausi.

 

dicembre 2012  

                    

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