L’incendio dell’Archivio di Stato di Napoli

Dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 i Tedeschi di stanza a Napoli cominciarono a trattare subito la città come una città occupata nemica, distruggendo, saccheggiando, terrorizzando la popolazione inerme con la loro abituale spietata brutalità.

I Tedeschi sapevano che davanti all’avanzata anglo-americana avrebbero dovuto lasciare la città, ma decisero di fargliela trovare distrutta, dopo averla razziata di tutte le risorse, materiali ed umane, utili a loro nell’immediato oppure da trasferire in Germania. Aiutati e guidati da fascisti locali, ricomparsi dopo essere cautamente scomparsi il 25 luglio, distrussero le attrezzature industriali di S.Giovanni a Teduccio e Bagnoli, quelle portuali e ferroviarie, cabine elettriche, acquedotto, gasometro, banche, edifici pubblici, alberghi; saccheggiarono depositi, rimesse, asportando tutto ciò che potesse essere utile.

A dimostrazione della barbarie che li animava, i nazisti non si limitavano a distruggere per finalità belliche o almeno di utilità, ma anche a titolo di pura gratuità.

Fra le innumerevoli gratuite nefandezze ce ne fu una che colpì gravemente il patrimonio culturale di Napoli e lasciò sgomento il mondo degli studiosi: l’incendio dell’Archivio di Stato.

Nei mesi precedenti, nel marzo 1943, per l’esplosione di una nave nel porto, alcuni spezzoni incendiari avevano sfondato il tetto dell’Archivio di Stato, ospitato dal 1835 nell’ex convento dei Santi Severino e Sossio, bruciando alcuni atti del debito pubblico borbonico. Dopo questo episodio i responsabili dell’Archivio ritennero opportuno trasferire il prezioso contenuto dell’Archivio in un luogo lontano dalla città, che si presumeva non preso di mira dal nemico, scegliendo la Villa Montesano in prossimità di San Paolo Belsito.

Così 866 casse, molte balle, pacchi e pacchetti, presero la via di questa nuova sede, per esservi conservati “al sicuro”.

Ma la scelta non fu felice.

Infatti il 30 settembre i Tedeschi, nel quadro di una rappresaglia verso i contadini del posto, responsabili della morte di un loro commilitone nel difendere derrate e bestiame dalle razzie germaniche, si presentarono armi in pugno a Villa Montesano e, vincendo con estrema facilità la resistenza e le suppliche dell’esiguo personale di custodia, dettero fuoco ai documenti dell’Archivio. La loro barbarie ridusse in cenere, in pochi minuti, secoli di storia.

Fra gli intellettuali addolorati per questa perdita, Benedetto Croce e Fausto Nicolini non riuscivano a farsene una ragione..

Fra le collezioni più importanti incendiate c’erano i circa 500 volumi della Cancelleria angioina, sopravvissuti alle distruzioni fatte dai napoletani stessi nel corso delle frequenti sommosse popolari dei secoli precedenti.

I documenti angioini erano indispensabili per la conoscenza degli atti di governo e amministrativi di quella dinastia, dal 1265 al 1442, e, per estensione, per la conoscenza della storia europea di quel periodo.

Andarono distrutti anche atti della Cancelleria del periodo Aragonese e parte della corrispondenza intercorsa fra uomini di Stato, dal Cinquecento al Settecento.

I documenti angioini, per fortuna, erano stati oggetto di studio fin dal Cinquecento e quindi erano stati trascritti per intero oppure riassunti in numerosi studi, sparpagliati in tutta Europa, consultando i quali fu possibile, negli anni successivi all’incendio del 1943, ricostruirne in parte il contenuto, grazie soprattutto alle iniziative del Sovrintendente dell’Archivio di Stato dell’epoca, Riccardo Filangieri.

A partire dal 1949 si poté così pubblicare progressivamente in volumi il materiale recuperato dei registri della cancelleria angioina, riparando in parte al danno prodotto dal barbaro atto del barbaro occupante.

Antonio La Gala , novembre 2012

 

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