Le antiche biblioteche napoletane

di Antonio La Gala

 

Per capire come e quando le biblioteche napoletane sono sorte non si può prescindere dalla conoscenza della storia religiosa della città, perché sono state soprattutto le istituzioni religiose ad avercele lasciate.

Infatti dal Medio Evo in poi erano i numerosi monasteri e conventi sparsi per la città ad avere ognuno la sua biblioteca, in tempi in cui le biblioteche pubbliche nemmeno si immaginavano.

Importantissime erano le biblioteche monastiche di San Giovanni a Carbonara, degli Agostiniani; di San Domenico Maggiore; di Santa Maria La Nova dei frati Minori; di San Lorenzo dei Conventuali; dei Santi Severino e Sossio dei Benedettini; di San Pietro a Majella dei Celestini; di Monteoliveto degli Olivetani; di San Martino dei Certosini, citando solo quelle più rilevanti.

Quando poi sorsero gli Ordini regolari, dal Cinquecento in poi, si aggiunsero le biblioteche dei Gesuiti, dei Teatini e altre ancora.

La sottrazione delle proprietà ai religiosi dal Settecento in poi (lo scioglimento dell’ordine dei Gesuiti voluto da Tanucci, gli espropri giacobini e quelli del nuovo Regno d’Italia), hanno determinato la trasmigrazione del materiale raccolto in queste librerie. Molto di ciò che troviamo oggi di più antico nelle nostre biblioteche pubbliche, deriva dalle biblioteche espropriate.

E’ sopravvissuta integra solo la biblioteca dei Gerolomini, sorta alla fine del Cinquecento. La cronaca recente ci informa recentemente che qualcuno “si è messo in proprio” a venderne belle fette.

I libri della biblioteca dei Gesuiti spesso andarono avanti e indietro, seguendo le reiterate soppressioni e ricomposizioni dell’Ordine: nel secondo Ottocento molti di questi libri sono stati immessi nella “Reale Nazionale” e altri ancora sono confluiti nella biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria.

Il carattere specializzato in storia regionale di quest’ultima, nel secondo Ottocento fu dato anche alla biblioteca del Museo Nazionale di San Martino, ove, oltre ai manoscritti e ai libri dei Teatini di San Paolo Maggiore e dei Certosini, furono raccolti e ordinati opere manoscritte ed a stampa, autografi, disegni e documenti patrii di vario genere.

Nel panorama delle biblioteche napoletane di un secolo fa si rileva un’estesa presenza di biblioteche classificate “minori”, specializzate in argomenti ben precisi, ad esempio quelle annesse agli Istituti d’istruzione superiore come le Scuole d’Ingegneria, delle Scienze Matematiche, Naturali, Chimica, e delle altre Facoltà universitarie, quelle annesse all’Orto Botanico, all’Osservatorio astronomico, alle scuole delle varie branche della Medicina, degli Ospedali, dell’Istituto Tecnico e Nautico, del Conservatorio di Musica, del Museo Civico Filangieri, (quest’ultima specializzata in storia e arte militare), le biblioteche delle varie Accademie, come ad esempio quella Pontaniana, le raccolte dell’Istituto Orientale, di quello delle Belle Arti, dei vari Musei.

Qui mi fermo, pur sapendo di tralasciarne decine e decine di altre.

In una pubblicazione dell’anno 1900 abbiamo trovato una suggestiva descrizione d’epoca dell’ambiente di lettura della biblioteca Universitaria, ospitata nella vecchia sala monumentale della biblioteca che il Cardinale Brancaccio lasciò ad uso del pubblico nella seconda metà del Seicento (in seguito affiancata da altre sale, man mano che i libri aumentavano per dono o per acquisto). Qui i lettori potevano consultare i libri fino alle dieci di sera, per cui : ”le lampade elettriche (siamo nell’anno 1900 n.d.r.) scintillano la sera sulle tavola da studio, in mezzo ad un’intricata rete di fili conduttori, e in quel tetro ambiente formano uno strano contrasto con gli anneriti scaffali, con le pesanti decorazioni della volta, con quei dipinti di cardinali e di guerrieri di Casa Brancaccio, che dall’alto delle pareti sembrano guardare con disdegno ai nostri tentativi così poco estetici d’innestare il nuovo sul vecchio”.

Chi gira per le biblioteche di Napoli (fra i pochi luoghi della città a non essere affollati), nota che ancora oggi quasi di regola esse sono disseminate in edifici antichi di alto valore, nei quali, per motivi sia strutturali che di mantenimento dell’antico, gli adattamenti degli ambienti alla nuova funzione sono faticosi e non riescono ad evitare, un certo qual “strano contrasto”, ad esempio fra austeri dipinti e computers, fra decorazioni, cornici e stucchi e fotocopiatrici.

Io però credo che alla fine dei conti lo “strano contrasto” fra l’antichità degli ambienti e le attuali esigenze di lettura non è per niente un contrasto, ma anzi rappresenta un coerente elemento di unione, perché rende materiale, tangibile, la continuità fra noi mentre leggiamo e chi nel passato ha scritto per noi.

Una continuità che costituisce la funzione delle biblioteche. Con il libro l’Uomo cerca di dire qualcosa a quelli con cui non può avere un contatto fisico, vocale, soprattutto ai nipoti e pronipoti, un ponte sospeso nel tempo.

I cardinali e i guerrieri che guardano il computer inserito fra gli stucchi, che “dall’alto delle pareti sembrano guardare con disdegno ai nostri tentativi così poco estetici d’innestare il nuovo sul vecchio”, forse, al contrario, si compiacciono della continuità fra loro e noi.

 

 

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