Vico: corsi e ricorsi di una bara

di Antonio La Gala

 

Come ho anticipato nel precedente articolo sulla vita di Giambattista Vico, l’ultima lezione di storia, stavolta di storia del costume, il filosofo ce la fornisce con la vicenda che chiuse la sua vita, cioè le traversie relative al suo funerale, i “corsi e ricorsi” della sua bara, dopo che, colpito da un cancro alla lingua ed agli occhi, si spense nella sua squallida casa, ai gradoni Santi Apostoli a San Giovanni a Carbonara.
Il giorno in cui morì, a fine gennaio 1744, il figlio Gennaro che gli era stato vicino negli ultimi momenti, per le incombenze funerarie si rivolse alla Confraternita di Santa Sofia, a cui per molti anni Vico aveva versato i contributi per il suo funerale e per la sepoltura nella chiesa dei Gerolomini. 
Il mattino dopo attorno alla sua bara iniziò una controversia fra i Confratelli e alcuni boriosi cattedratici dell’Università per stabilire a chi spettava l’onore di reggere i fiocchi della coltre funeraria durante i funerali. 
Riuscì a sedare gli animi il cappellano Galiani, dirimendo la questione a favore dei “Signori Professori in quanto gloria e vanto della nostra Università degli Studi”, e rinviando i funerali alle due del pomeriggio. All’ora convenuta si presentarono, impettiti, i Prof., ma disertarono i Confratelli, che, presentatisi alle cinque, ripresero con forza a rivendicare il diritto di essere loro a reggere i fiocchi. Dopo averla spuntata sugli accademici, i Confratelli calarono la bara dalla casa dell’estinto al cortile. 

Qui comparve, in cotta e stola, il parroco “di competenza” che rivendicava il diritto di celebrare lui, e non la Confraternita, il rito funebre. 
Nel parapiglia che ne conseguì, tutti andarono via, lasciando il mite Gennaro, all’imbrunire, solo con la bara del padre in mezzo al cortile. 

Il pietoso intervento di alcuni volontari riportò la bara nella casa del Vico, dalla quale partì, finalmente, il giorno dopo, a cura dei canonici della Cattedrale, a cui si rivolse disperato Gennaro. 

Nel corso del funerale spiccavano in prima fila, impettiti, i cattedratici. Ma nemmeno dopo deposta, la bara di Vico ha trovato pace. 
Infatti alla fine del 2011 l’inquieta bara ha dato origine ad un giallo, di cui però non conosciamo il finale. Il giallo è nato dal ritrovamento di una salma nei sotterranei del complesso religioso dei Girolamini che ha fatto pensare ad un ritrovamento delle spoglie del filosofo. Vediamo di che si tratta.
Narrano le cronache che per il suo travagliato ultimo viaggio Vico fu vestito con un saio e il feretro fu collocato nei sotterranei di quella chiesa. All’epoca era consuetudine farsi seppellire nelle chiese o nei conventi, usanza gradita dai religiosi che ospitavano volentieri, perché costituiva un discreto businnes. E spesso per ospitare spoglie di appartenenti a famiglie danarose, si spostavano i morti “vecchi” con i nuovi arrivi.
Nel caso del rinvenimento di una salma che qualcuno ha ritenuto poter essere quella del Vico, alcune circostanze sembrano avvalorare l’ipotesi, (effettivamente Vico fu sepolto in quella chiesa), mentre altre sembrano smentirla (l’abito è un vestito scuro e non un saio).
Né è facile accertare la verità con il test del carbonio 14 perché questo test dà un oscillazione di mezzo secolo, né è praticabile l’esame del DNA perché manca un riferimento preciso circa i suoi discendenti.
Insomma, “corsi e ricorsi” della bara e delle ipotesi sulla sua identificazione.

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