Ricordi delle Quattro Giornate: la trappola di Via Solimena

 

 di Antonio La Gala

Nei giorni in cui vengono ricordati gli eventi napoletani delle Quattro Giornate di fine settembre 1943, qui vogliamo ricordare, fra i tanti episodi legati a quegli eventi, uno che diffuse nel Vomero un sentimento particolarmente forte di rabbia e di vendetta, e che contribuì alla ribellione del quartiere.

I Tedeschi, che dall’8 settembre stavano terrorizzando Napoli, una città alla loro mercé di occupanti, poco dopo il 20 emanarono un bando con cui “invitavano” tutti gli uomini “abili” fra i 18 e 45 anni a presentarsi alle sezioni municipali per essere avviati al lavoro coattivo, prospettato come lavoro di pubblica utilità.

Nella sostanza l’intenzione dei feroci occupanti era quella di requisire “schiavi” da deportare come mano d’opera per rafforzare le linee difensive che stavano approntando sulla loro via di ritirata, al di là del Volturno, oppure deportarli in Germania come mano d’opera per la produzione bellica.

Su trentamila obbligati, se ne presentarono 150. Non funzionò nemmeno l’inasprimento della pena con la prospettiva della fucilazione per chi non si fosse presentato.

Il bando riuscì solo a far nascondere i napoletani a rischio, nelle cantine, sottotetti, grotte, campagne, chiese, tombini.

Costatato il fallimento del bando, i Tedeschi passarono alla requisizione delle persone, iniziando una spietata caccia all’uomo: irrompevano per le strade, nelle case, nei negozi, sui tram e nelle funicolari, dappertutto, razziando tutti gli uomini che trovavano, giovani, vecchi. La gente terrorizzata si vedeva sottrarre, brutalmente, figli, mariti, padri, fratelli, e vedeva spingerli in colonna, verso chi sa quale fine.

Razziarono migliaia di cittadini, ma la razzia fece traboccare il vaso della sopportazione dei napoletani che, di fronte alla scelta fra essere catturati, fucilati, o ribellarsi, imbracciarono le armi prelevate dalle caserme abbandonate dai militari lasciati allo sbando dai Savoia eroicamente fuggiaschi.

Fra i pochi napoletani che avevano deciso di rispondere affermativamente al bando nazista, ci furono anche dei vomeresi che il 26 mattina si recarono di buon mattino all’ingresso della piccola sezione municipale del Vomero-Arenella, che allora era ospitata nella cosiddetta Villa Nazzaro in via Solimena 76, raffigurata nell’immagine di epoca recente che accompagna questo articolo.

In attesa dell’apertura degli uffici, i primi arrivati cominciarono ad accalcarsi fuori il cancello ancora chiuso. Aperto il cancello e con il passare del tempo, si era formata una coda, per lo più di giovani, che gremivano le scale di ingresso agli uffici e lo spazio del sottostante cortiletto.       

All’improvviso il gruppo di giovani fu circondato dai Tedeschi, accorsi in forze con camion, camionette e le loro tristemente famose motocarrozzette. Imbracciando i fucili, i militari germanici cominciarono a prelevare i giovani vomeresi, a partire da quelli che stavano nel cortiletto dove finivano le scale, avviandoli verso i camion che attendevano in strada. Con teutonica, metodica efficienza, passarono poi a catturare quelli che stavano sulle scale, fino ad esaurimento della “selvaggina” caduta in trappola.

Furono pochi quelli che riuscirono a scappare.  Come si seppe dopo, i giovani catturati in via Solimena, incolonnati e buttati sui camion, assieme agli altri napoletani furono avviati verso Sparanise, dove era stato apprestato un campo di raccolta e smistamento vicino alla stazione ferroviaria. Durante il percorso, molti di loro crollarono per stanchezza e la sete, anche perché quello era un giorno d’autunno particolarmente caldo.

Alcuni dei deportati furono destinati ai lavori di rafforzamento delle linee difensive nell’alta Campania, al di là del Volturno, mentre altri vennero spediti dalla vicina stazione direttamente in Germania.

Parte dei giovani vomeresi scappati alla trappola di via Solimena, assieme ad altri cittadini che temevano la cattura, a militari sbandati e partigiani, si andarono a rifugiare nell’ampia masseria Pagliarone, alla quale si accedeva da via Belvedere e che allora si estendeva molto oltre l’attuale via Cilea, ricca di castagneti e casolari di campagna. In quello, come in altri rifugi, erano arrivate anche armi, prelevate per lo più dal saccheggio di Castel Sant’Elmo.

Braccati dai Tedeschi che rastrellavano il territorio palmo a palmo, cascinale per cascinale, l’unica alternativa per tentare di salvarsi era la ribellione e la lotta. Spinti anche da motivi ideologici e dal sentimento di ostilità verso il barbaro, feroce e disumano occupante nazista, il giorno dopo i rifugiati della masseria Pagliarone usciranno allo scoperto e faranno scoccare la scintilla che darà inizio nel Vomero alle Quattro Giornate.

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