Come viaggiare a sbafo in tempi di guerra

di Antonio La Gala

È consuetudine delle aziende di trasporto pubblico rilasciare tessere gratuite per esigenze di servizio oppure concedere ad autorità varie abbonamenti gratuiti di cortesia.

Consultando negli archivi di alcuni uffici dell’apparato pubblico napoletano corrispondenze circolate negli anni 1941-1943, nel pieno della guerra sciaguratamente voluta dal regime di allora, ho rilevato situazioni che mi hanno fatto riflettere.

È comprensibile che anche in quel periodo beneficiassero del trasporto gratuito, a titolo di riguardo, alcune autorità nonché normali cittadini che dovevano “andare a lavorare per la Patria ” nei loro uffici, soprattutto se privatamente incontravano difficoltà nello spostarsi.

È ancora comprensibile che le difficoltà di trasporto napoletano, (eterne, figuriamoci in quel momento), inducevano molte persone a trovare scorciatoie. Ma ciò che mi ha sconcertato è l’ampio assortimento di persone che brigavano, e i modi grotteschi con cui brigavano, per viaggiare gratis, molto spesso senza una seria giustificazione. Schiere di impiegati pubblici, di ogni genere e specie, ricorrevano a ogni minimo appiglio per scroccare qualche tessera o qualche abbonamento gratis.

Il vezzo potrebbe apparire divertente, macchiettistico, ma occorre riflettere sul fatto che negli stessi giorni altri italiani, quelli meno furbi e/o ammanigliati che non erano riusciti a rimanere dietro le scrivanie, stavano incolpevolmente agonizzando nei deserti africani o nelle nevi russe.

Il numero di “privilegi” richiesti, mi è sembrato veramente enorme, e i modi per chiederli talvolta grotteschi.

Assieme alle autorità cittadine civili e militari, troviamo, a solo titolo di esempio, impiegati delle tasse, veterinari, archivisti. Quasi ogni burocrate  pretendeva tessere per le proprie dattilografe (all'epoca chiamate “scrivane”) e per gli altri impiegati del suo entourage. Alcuni non badavano a spese, elencando intere parentele, suocera compresa.

Fra coloro che in tempo di guerra combattevano da dietro le scrivanie, a colpi di carte intestate, si distinguevano, non siamo riusciti a spiegarci il perché, i colonnelli, più o meno in pensione.

Uno di essi chiedeva il rinnovo di una tessera di un suo collaboratore, su carta intestata dell’unità di cui faceva parte, unità normalmente “punitiva”, con la stampigliatura a timbro, “Segreto”. Un suo collega, sempre su carta intestata del suo ente di guerra, chiedeva una tessera per sé stesso, perché “la sera del 23.12.1941-XX, il personale di servizio della funicolare gli aveva inibito il libero transito" perché sprovvisto di biglietto. Un vero affronto.

Un altro colonnello, spinto da sollecitudine coniugale, chiedeva la tessera anche per la “sua Signora”. Sempre un colonnello otteneva il beneficio per la funicolare, però con la precisazione che “la circostanza di domiciliare al Vomero non era un titolo di diritto”. Meno male che lo sapeva.

La categoria dei colonnelli comunque doveva essere automaticamente ben trattata, se uno di essi si premurava correttamente di restituire una tessera, visto che ne aveva avute due.

Alcune richieste, poi, di fatto erano pretese al limite dell’estorsione, perché usavano l’intimidazione della posizione di chi le avanzava e dell’intestazione delle carte degli uffici da cui provenivano le richieste.

Le numerose organizzazioni fasciste forse ritenevano che per meglio “credere, obbedire e combattere” era più efficace viaggiare gratis. Infatti i loro emissari, quando chiedevano, si presentavano romanamente, con carte intestate di organi temuti (ufficio politico, investigativo, e simili), arricchite, a stampa o con timbri, dagli imperativi categorici di moda, tipo “Vincere!”, o altri poco profetici slogans.

Il Comando federale di Napoli della Gioventù del Littorio chiedeva di passare la tessera della funicolare a Tizio, visto che il possessore Caio non c’era più (sarebbe stato un peccato perdere una tessera). La federazione dei fasci di combattimento andava all’ingrosso, chiedendo in una sola puntata diciotto tessere. Anche l’Ufficio politico investigativo della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, comando 138 Legione “A. Padovani”, non badava a spese.

Una vicenda ancora più grottesca l’ho trovata in una corrispondenza militarmente modulata su tempi da “guerra lampo”.  Un federale  chiede il rilascio di   molte tessere. Il Direttore della funicolare risponde che ne può concedere solo quattro. Il gerarca allora lo convoca immediatamente “per informazioni urgenti”. Dopo aver obbedito all’ordine della convocazione, il Direttore annota sulla pratica, sconsolatamente, ”si trattava di abbonamenti!”

A questo proposito va dato atto alla Direzione delle funicolari, allora in mani private, di aver avuto il coraggio di dire “no” più di una volta ad arroganti richieste delle organizzazioni del partito.

Mi sono dilungato sulle richieste dei gerarchetti di quegli anni senza alcuna intenzione di sapore politicamente ideologico, perché ritengo che quei singoli piccoli gradassi che facevano quelle richieste in quel modo in quel momento, avrebbero  fatto le stesse richieste e nello stesso modo in qualsiasi altro clima politico. Quando la situazione offre a uomini meschini (e ce ne sono sempre tanti in giro, equamente distribuiti fra tutti i colori), la possibilità di profittare della propria scrivania oppure di incutere timore, per sadismo, prepotenza o arroganza, essi ne profittano. Tutti sperimentiamo come anche oggi, senza guerra e in piena democrazia, quanti “caporaletti” si annidano in questo o quell’ufficio e ricattano o profittano del loro potere di timbro.

Da qui l’importanza di andarci piano con l'invocare il conferimento di "maggiore autorità" a questo o a quello, senza garantire al cittadino, soprattutto in collettività non proprio dotate mediamente di alte virtù civiche, una reale, effettiva, e non solo teorica difesa in caso di abusi di chi esercita l'autorità stessa. Per non correre il rischio di sentirsi rabbiosamente impotenti e violentati più da qualche pubblico ufficiale che dai rapinatori, perché contro i delinquenti almeno si è legittimati, se ci si riesce, a reagire per difendersi. Con i "pubblici ufficiali", invece, specie quando ci si imbatte in gruppetti di due o più esemplari, garantiti dalla solidarietà testimoniale all'interno del gruppetto, bisogna stare attenti pure a come si dice buongiorno o buonasera, ed inghiottire abusi, arroganze e provocazioni.

Torniamo a parlare delle tessere degli anni Quaranta. Caduti i gerarchetti, rimase anche in sèguito la propensione a viaggiare  a sbafo sui mezzi pubblici, senza una qualche giustificazione, usando talvolta pretesti pacchiani. A titolo di esempio, nel 1948, troviamo una richiesta indirizzata al Direttore di una funicolare da un tizio che aveva il solo requisito di essere “Zio Nino”. Un caso di “nepotismo” all’inverso.

Per carità di patria mi fermo al 1948.

 

 

 

 

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