Come anticipare lo sterminator Vesevo

di Antonio La Gala

 

A chiusura del mio articolo su napoliontheroad di due settimane fa, (“Quando non c’era il Vesuvio”), citavo l’espressione di leopoardiana memoria, “sterminator Vesevo”.

Questa espressione mi ha richiamato alla memoria un episodio di un cinque-sei anni fa, che mi ha suggerito il presente articolo.  

Parto da lontano, quando da bambino sentivo pronunciare da strettissimi familiari molisani un proverbio di quella regione: ”mal o bén, alla fin ogni cosa vén” (cattiva o buona, alla fine ogni cosa viene, arriva), un detto la cui veridicità ognuno di noi verifica quotidianamente, e che, in occasione proprio delle sue frequenti puntuali verifiche, mi risuona nella mente spesso.

In particolare mi risuona con preoccupazione quando assisto alla riproposizione continua, e sempre più allarmata, del rischio di un’eruzione vulcanica che incombe sulle popolazioni del napoletano. Un’eruzione che gli esperti prevedono apocalittica.

Non c’è nessuno che dubiti del fatto che, inesorabilmente, prima o poi, i napoletani dovranno fare i conti con il vulcano. ”Mal o bén, alla fin ogni cosa vén”.

In modo parallelo a come il diffusissimo campanilismo acritico nostrano rimuove domande razionali sulle oggettive anomalie della realtà locale, etichettandole “pregiudizi malevoli”, così, la città rimuove il rischio Vesuvio, etichettandolo “allarmismo”.

A tal riguardo ricordo le parole di Raffaele La Capria: “parlare a Napoli del rischio Vesuvio è sconveniente. Perché il Vesuvio non è solo un vulcano, è la rimozione più pericolosa della nostra città. Una rimozione incredibile, gigantesca, mostruosa”.

Eppure un po’ di preoccupazione di finire in un calco di gesso come i nostri sfortunati antenati pompeiani dovremmo  pur averla. La cosa non è proprio del tutto inimmaginabile.

Incoscienza, indolenza, fatalismo, incapacità di affrontare il problema, hanno la meglio.

D’altra parte perché preoccuparsi? Anzitutto, come da secolare tradizione, all’uopo ci penserà S. Gennaro. In più, oggi, poi, appena scatterà l’allarme tempestivo, scatterà il connesso piano di evacuazione previsto.

Infatti è da prevedere che sicuramente le stesse persone che nei week-end paralizzano le strade campane per andare spensieratamente al mare, nel momento di panico causato da un’eruzione, si informeranno, presso qualche centralino o sul web, a che ora parte il treno speciale a loro riservato, e, disciplinatamente, rispettando la fila, aspetteranno il giorno e l’ora assegnata. Oppure che, sbrinato il frigorifero, e fatta benzina, sempre rispettando la fila al distributore, si incammineranno, senza creare ingorghi, lasciando libera la corsia d’emergenza. Alcuni si dirigeranno, come previsto dal piano, verso la Liguria, chi in Veneto, o altra destinazione previamente “gemellata”.

Le famiglie arrivate (con una valigia) nelle località gemellate, troveranno subito casa, lavoro, ecc. Torniamo a cinque-sei anni fa.

Questi banalissimi pensieri sul rischio Vesuvio mi vennero alla mente leggendo un articolo di Raffaele La Capria, trovato nelle pagine culturali del “Mattino” di qualche tempo prima, in cui il noto scrittore, parlando, appunto del rischio Vesuvio, parlava di un’associazione (“Progetto Vesuvio”), presieduta dal professor Mimmo Vajatica, che si è rivolta anche al Parlamento europeo.

Scriveva La Capria: “ Il professor Vajatica grida per avvertire del pericolo, ma le sue grida non arrivano a destinazione, si perdono, nessuno le ascolta, e lui si dispera per la tragedia imminente, per la catastrofe che poteva essere evitata. Le cose che il professor Vajatica sa, sono in molti a saperle, ma tutti si comportano come se non lo sapessero”.

Poiché si dava il caso che il citato professore io lo conoscessi, perché mio compagno di classe al ginnasio e liceo, volli sapere dalla sua viva voce qualcosa di più sulla sua associazione.

La soluzione al problema Vesuvio che Mimmo Vajatica mi espose mi sembrò subito di una semplicità lapalissiana: spostare la popolazione non nel momento di panico, ma prima.

Poiché l’amico Mimmo è un professore di filosofia, mi venne il dubbio che si potesse trattare di un’utopia, una di quelle belle astrazioni costruite sulle nuvole con sillogismi e correlazioni logico-teoriche.

Io che sono un tecnico, un rude pragmatico, mi chiesi, e gli chiesi: “Bella scoperta! Ma come convincere la gente a spostarsi? Dove? Quando? Come?

La risposta e l’esposizione della sua proposta mi liberò subito dal timore pregiudiziale che avevo nutrito, di astrazioni filosofiche. Una soluzione “radicale” che più pragmatica non si può. Il professore proponeva, a partire da subito, la fondazione ex novo di nuclei abitativi, vere e proprie piccole città, non lontane dai luoghi di residenza degli abitanti dei comuni minacciati dal vulcano, luoghi che in caso di eruzione sarebbero costretti a lasciare. Località campane a sufficientemente distanza di sicurezza dal Vesuvio, ma facilmente raggiungibili da Napoli e dintorni, in modo che la gente non sia costretta a lasciare il proprio lavoro, le proprie relazioni, pur abitando al di là della portata dello sterminator Vesevo. Una specie di città satelliti, non città dormitorio, perché vi si potrebbero creare attività autonome di ogni genere.

E’ evidente che la proposta pone una serie di problemi e di interrogativi sulla sua reale fattibilità, ma è altrettanto evidente che merita, tuttora, come alternativa all’improbabile esodo verso le città gemellate, almeno di essere presa in considerazione, discuterla.

Dopo un primo momento di perplessità mi accorsi che la proposta, a pensarci bene, poteva trovare, (e potrebbe anche oggi, pur mettendo in conto la crisi finanziaria-economica degli ultimi anni), trovare spazio attuativo, se si pensa al giro economico che potrebbe innescare. L’attività edilizia connessa allo spostamento di centinaia di migliaia di persone, inizialmente promossa da un investimento pubblico, relativamente contenuto, potrebbe incentivare investimenti privati tesi a creare meccanismi di moltiplicazione di questi capitali.

E tutti sanno che l’attività edilizia nel nostro territorio è il motore primo dell’economia. 

D’altra parte, sicuramente costerà molto di più allo Stato rimborsare i danni della sicura eruzione ai cittadini che ci avranno rimesso i loro beni, oltre che alle loro penne.


Forse la mia generazione riuscirà a morire nel suo letto prima dell’eruzione, ma ignorare il problema dello sterminator Vesevo è una scelleratezza che stiamo commettendo a danno dei nostri figli e nipoti.

Non perché era un mio amico, ma il professore di filosofia mi aveva convinto. E ne resto convinto. La sua non è un’utopia, ma un qualcosa che meriterebbe, tuttora, almeno di essere presa in considerazione.

 

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