Una cartolina da Napoli

 

di Antonio La Gala

 

Napoli con i suoi paesaggi e le sue peculiarità ha sempre ispirato un’abbondante iconografia.

Dalla fine del Settecento e per buona parte dell’Ottocento, quando la città era diventata una delle tappe obbligate del Gran Tour che i rampolli dell’élite europea compievano in Italia per completare la loro preparazione alla vita sociale e politica del loro paese, la produzione di immagini conobbe un significativo e specifico sviluppo, perché i viaggiatori che desideravano conservare il ricordo delle cose viste ne acquistavano immagini, che inizialmente erano pittoriche: disegni, incisioni, stampe, acquerelli, gouaches, dipinti. 

Verso metà Ottocento nacquero i primi studi fotografici e sempre più spesso le vedute-souvenir pittoriche cominciarono ad essere sostituite da vedute fotografiche, un campo in cui a Napoli si resero attivi fotografi di rango, primi fra tutti i fratelli fiorentini Alinari, i Brogi anch’essi fiorentini, il tedesco Giorgio Sommer.

Quando poi lo sviluppo della tecnologia fotografica rese possibile la moltiplicazione in serie delle immagini, si affacciò sul mercato dei souvenir turistici una loro sorella povera: la cartolina illustrata.

La cartolina postale, come mezzo di comunicazione epistolare, fu introdotta in Italia nel 1874, a seguito della diffusione del nuovo genere nell’impero austro-ungarico e in Francia.

La “cartolina postale di stato” (autorizzata in Italia nel 1889) divenne veicolo per eccellenza della fitta rete di relazioni costituente la “mondanità” del viaggio, con un boom editoriale della cartolina illustrata fra 1898 e 1905, trattandosi di prodotto di basso costo, accessibile alle classi emergenti della popolazione borghese.

 

Nelle cartoline più antiche, quelle della fase iniziale di carattere artigianale, il gusto artistico dello stampatore era rilevante, tant’è che assieme ai dagherrotipi e alle foto d’autore, le più antiche cartoline illustrate, specie quelle di città, sono raccolte in archivi storici e collezioni private. Con l’introduzione della litotipia, del monocromo, ecc. nella produzione delle cartoline, intervenne la serialità che cominciò a banalizzarle, trasformandole in  oggetto povero di valore turistico di massa.  

Le prime cartoline illustrate seguirono, con umiltà, la tradizione dei pittori e incisori vedutisti dei tempi precedenti e della fotografia d’autore.

Anche quando riproducevano la realtà con fedeltà fotografica, riproducevano comunque situazioni in cui la città “posava” per mostrare i suoi stereotipi riconoscibili, come la torre pendente a Pisa o la torre Eiffel a Parigi, oppure il Colosseo a Roma.

Tuttavia la produzione nei decenni a cavallo fra Otto e Novecento delle “cartoline di città”, (cioè non quelle di generi fioriti, di gusto liberty, allora di moda), viste nel loro insieme costituiscono una importante documentazione storica per la conoscenza della città. Esse documentano direttamente ambiente, monumenti, cultura, e le trasformazioni  di luoghi urbani “perduti”, trasformazioni dell’arredo urbano, lo spostamento di  monumenti, statue, fontane, lumi, obelischi, ecc. Quando poi arricchiscono la descrizione dei luoghi con immagini di vita comune, consentono di ricostruire il passato della città anche nei suoi aspetti quotidiani.

Quanto detto finora vale anche per le cartoline aventi per soggetto Napoli, sia per l’aspetto formale, stilistico, che per i soggetti, i luoghi da riprodurre, i quali rimasero sostanzialmente quelli della fotografia (degli Alinari, Brogi, Sommer, ecc.).

Le strutture portuali, luoghi all’aperto di mercato, strade artigiane, monasteri, chiese, ebbero scarsa riproduzione sia nelle fotografie che nelle cartoline; la città cresciuta fra il porto e il mercato, assieme a quella dei borghi, in sostanza era considerata poco degna di rappresentazione.

Il ricordo iconografico di alcune zone della città storica non interessate dal turismo e ignorate dalla nascente fotografia e dalla produzione di cartoline si è fortunatamente salvata grazie alle raffigurazioni litografiche, con precisione quasi fotografica, di Raffaele D’Ambra.

La memoria di zone non centrali, poi devastate dall’urbanizzazione, come ad esempio il Vomero l’Arenella, parti di Posillipo, di Capodimonte, di zone della campagna a ridosso della città, si è salvata grazie alla tendenza della pittura napoletana dell’ Ottocento e del primo Novecento a forme di pittura aderenti alla realtà, che portava il cavalletto in campagna, attratta dal fascino del paesaggio, uno dei suoi temi preferiti.

Ma poiché sono pochi quelli che possono provare l’emozione del ricordo dei luoghi attraverso costosi dipinti, l’emozione di vedere la statua di Carlo Poerio a piazza Carità, la vecchia piazza Municipio, oppure il tram in via Posillipo ad inizio Novecento, ce la può dare ancora solo la cartolina. Come ben sa la nutrita schiera di suoi collezionisti.

   

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