Tutta un'altra cosa

di Antonio La Gala

In mie pubblicazioni pongo all’attenzione dei lettori mie analisi sulla veridicità di alcuni acritici “luoghi comuni”, soffermandomi in particolare, spesso, sul dubbio che i laudatores dei tempi andati, quelli che nostalgicamente ripetono che in passato la vita, rispetto a quella “difficile e artificiale” di oggi, era positivamente “tutta un’altra cosa”, “più naturale”, trascurino o ignorino alcuni particolari che rendono discutibile la loro convinzione.

In questo articolo analizzo il citato nostalgico ritornello sulla vita nel passato, osservando un po’ più da vicino, fra i tanti aspetti possibili su cui fare confronti, l’argomento condizioni igieniche.

E’ troppo banale stabilire simili confronti, perché il risultato dell’analisi è scontato, ovvio, ma, tant’è, parliamone per mettere a fuoco qualche particolare.

Vediamo in quali condizioni igienico-ambientali si viveva  in passato.

 

Diamo prima uno sguardo a ciò che avveniva fuori le mura domestiche.

Nell’ambito di quelli che oggi chiamiamo “investimenti pubblici” venivano bruciate risorse ingenti per la costruzione di regge, palazzi monumentali, grandiose cattedrali, di imponenti chiese a cura di questo o quell’ordine religioso, per testimoniare la supremazia di quell’ordine sugli altri, si assoldavano ed armavano eserciti per la conquista del paese vicino o di una colonia lontana.  

Ma cosa si faceva per la pubblica sanità e in particolare per la pubblica igiene?

Lo smaltimento delle acque sporche e degli escrementi era affidata ai pozzi neri; le fognature o non esistevano oppure erano a tratti limitati e comunque non ramificate capillarmente negli abitati. Una fra le tante immaginabili conseguenze era che nei muri delle cantine e dei locali interrati e seminterrati, non erano una rarità i trasudamenti di liquami.

Era diffusa l’abitudine di lasciare o gettare rifiuti all’aperto, creando cumuli maleodoranti nei cortili e nelle strade. La presenza e il razzolare di animali nei cortili e nelle strade, queste quasi mai lastricate, non contribuivano certamente alla loro migliore tenuta igienica.

Pochi riflettono su quanto grande era la massa di “scarichi” di cavalli che ristagnava in giro, dappertutto. Scarichi “naturali” perciò non inquinanti.

Nel Medio Evo, a Siena, la pulizia dell’attuale Piazza del Palio era affidata ai maiali che si cibavano dei residui alimentari che vi riversavano i cittadini.

Con il passare dei secoli l’abitudine di riversare la monnezza per strada, a Siena e nell’Italia civilizzata, è scomparsa. (Per la verità non proprio in tutte le città. Per carità di patria non facciamo nomi).

Sono oggetto da collezione le immagini dei pastai dei paesi nostrani più rinomati nel settore, che mostrano vermicelli e linguine stesi ad asciugare per strada.

Non va poi dimenticato che per ragioni difensive, nonché per il fatto di potersi spostare quasi solo a piedi, gli abitati erano ”a dimensione umana”, cioè a dimensione di stradine modello vicoli, quindi alla dimensione di una “umanità” ammucchiata, ammassata, in convivenza con altre forme di vita, sia visibili ad occhio nudo (topi, pidocchi, scarafaggi, pulci), e sia, (prima di Pasteur e amici), invisibili (virus ed affini).

La ricorrenza di epidemie rende fondata la congettura.

 

Entriamo ora all’interno di una casa, senza andare molto indietro nel tempo, ma fermandoci ad osservare proprio quel passato richiamato dai laudatores odierni, quello delle famiglie “normali” dei nostri bisnonni e nonni.

Anche nelle case dei benestanti, i locali, gli impianti e le attrezzature per l’igiene personale erano ridotte all’essenziale. Ancora nel primo Novecento, pure nelle case allora quasi recenti e pure di un certo qual medio livello, i gabinetti, (meritatamente indicati in piantine e carte notarili come “locali immondi”), spesso erano ricavati all’esterno dell’appartamento, nascosti in terrazzini, o in pianerottoli-terrazzini, proprio per “nascondere” (ed aerare) il “luogo immondo”. Per lo più consistevano in un bugicattolo quasi sempre unico per tutta la famiglia, se non addirittura ad uso comune di più appartamenti vicini, e comunque attrezzato solo con la “tazza”.

Vicino alla tazza, infilzati in un chiodo fissato nel muro, un blocchetto di strisce di giornali tagliati, assolveva alla funzione della carta igienica. Questa, pur essendo stata scoperta in America nel 1857, veniva considerata un lusso, un inutile spreco, considerando la sua vile e passeggera funzione.

Per lavarsi, nelle case più modeste si utilizzava il lavatoio per i panni, più o meno corredato da un sobrio specchio, Normalmente in una famiglia bastava per tutti un pezzo di sapone Marsiglia. Il bicarbonato sostituiva il dentifricio. Lo shampoo lo conoscevano solo le signore che potevano andare dal coiffeur. L’acqua calda nelle rare vasche da bagno di ferro smaltato poggiate su quattro zampe di leone, veniva versata da volenterose caldaie scaldate sulla “fornacella” della cucina o su una stufa. Ma ci si poteva fare il bagno anche in una conca poggiata a terra in cucina.

Oggetto raro e di discussa moralità era il bidet.

I bagni pubblici erano visti con sospetto, perché indiziati di essere luoghi di perdizione.

A proposito di cucine, e sempre non nella preistoria ma si e no un secolo fa, non era infrequente il caso che per sfruttare la contiguità con le colonne di scarico, le cucine fossero in affettuosa e contigua intimità con il “luogo immondo”.

Le cucine, in assenza di apparecchi a gas o elettrici, funzionavano a carbone, si cucinava sulle “fornacelle”, fonti di fumo per tutta la casa, in sinergia fumogena con i bracieri.

In assenza di frigoriferi, o nel migliore dei casi di una ghiacciaia, gli alimenti da conservare, messi in barattoli di vetro, di ceramica o di latta, trovavano ospitalità sui davanzali di finestre o fuori i balconi, esposti a non poche immaginabili situazioni sicuramente non igieniche.

Non era poi un’abitudine troppo rara tenere, dalle stesse parti, anche pollame, assieme a cardellini, collane di agli, cipolle, pomodori e salsicce, nonché il melone per Natale.

Un classico del settore: la “conserva di pomodori” sul davanzale.

Per scarsità d’acqua la gente si lavava poco, cambiava raramente vestiti e biancheria e alcune cose che oggi consideriamo scontate, come le lenzuola, proprio scontate non erano, essendo abitudine non troppo strana dormire direttamente su materassi, però imbottiti di materiali “sani” perché “naturali”, come ad esempio la paglia o, per i privilegiati, pelo di animali, in particolare di pecora. Pelo, quest’ultimo, più noto con il nome di “lana”, ancora oggi nostalgicamente rimpianta da alcuni.

 

I laudatores e nostalgici del passato, quelli che rimpiangono “i sapori di una volta”, i sapori ed odori dei cibi “sani e genuini” provenienti dalle cantine vicine ai pozzi neri, o quelli che rimpiangono i “valori di una volta” delle famiglie numerose che dormivano ammassati “promiscuamente” in un’unica stanza o addirittura su un unico pagliericcio, abbiano la coerenza di non andare al supermercato, di non controllare le scadenze, di regalare il frigorifero, di ignorare la raccolta differenziata, di non preoccuparsi di avere camere pluriseparate per i figli, di abolire docce, bidet, carta igienica, secondi bagni, piastrelle, e di non cambiare il materasso di lana trovato a casa dei nonni. Vuoi mettere quei “cosi moderni artificiali” (ortopedici ed anallergici), con i materassi di “pura lana naturale” di una volta?

Dove, tolto il braciere da sotto le coperte, e messo un cappotto impolverato sopra, era un vero piacere, infreddoliti, con il camicione e la papalina in testa, addormentarsi.

Tutta un’altra cosa!  

Napoli, 9 Luglio 2013



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